Antonella Landi.
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LA PROFE.
Diario di un'insegnante con gli anfibi.
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2007. Arnoldo Mondadori Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Studenti indomiti, colleghi frustrati,
genitori da lapidare a colpi di Treccani.
Cosa succede quando un blog
lo scrive una professoressa?
Ci vogliono gli anfibi per calarsi in questa scuola.
Ci vuole il coraggio di contaminarsi, lasciarsi
sorprendere, abbandonare i pregiudizi e fidarsi
in classe. Ci vuole una voce nuova, che ha
sciacquato i panni in Internet, per raccontare
senza caricature una nuova generazione che ti
manda SMS con scritto profe lvb e ti scatta foto
col cellulare. E allora si scopre, nella sincerit
spudorata di un diario, che se la prendi dal
verso giusto la scuola  bella, nonostante tutto,
anche se non si applica. E che la vita di classe
 piena di comicit, e di poesia.
La Profe protagonista di queste pagine  una
che indossa gli anfibi, per l'appunto, anzich
completini Luisa Spagnoli e mocassini dal
tacco barzotto. Un'insegnante stile Attimo
fuggente, che ama gli studenti ma non sopporta,
tanto per capirsi: la sala professori, i progetti,
i colleghi che insegnano per ripiego, ma anche
quelli sciatti che puzzano.
In questo libro soave e spassoso, distillato
di un blog che da un paio d'anni  il punto
di riferimento di insegnanti e studenti sparsi
per la Rete, Antonella Landi racconta con una
freschezza e una sapidit rare la quotidianit
talvolta esaltante e talvolta deprimente della
vita scolastica: gite, supplenze, colloqui coi
genitori, Consigli di Classe, slanci didattici e
assurdit burocratiche. Chi ha amato Domenico
Starnone e Paola Mastrocola si innamorer di
questa autrice e del suo tono appassionato e
spassionato, del suo stile poco ortodosso ma
molto curato, destinati a stupire e a conquistare
tutto il popolo della scuola.
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L'AUTRICE.
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Antonella Landi insegna Lettere in una scuola di Firenze. Da un paio d'anni tiene un blog, molto amato da professori e studenti.
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I fatti narrati in questo libro e i personaggi ivi citati sono da considerarsi frutto dell'elaborazione letteraria dell'autrice.
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A Lorenzo, perch ha ragione quando (scherzando) dice che, senza lui accanto, tutto questo non sarebbe successo.
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Prologo.
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Puzzino di scuola.
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Tutti noi riconosceremmo l'odore della scuola, entrandovi.
Perch ci siamo gi stati, perch in quel luogo abbiamo
preso consapevolezza di noi per la prima volta, abbiamo
imparato a leggere, scrivere e parlare sensatamente. Non
tutti,  vero, ma non sottilizziamo. Perch all'odore della
scuola sono strettamente correlati quelli dell'alito del nostro
primo amore, della nostra migliore amica e della nostra
insegnante del cuore. E soprattutto perch tutte le
scuole ne hanno uno, se non identico, almeno molto simile.
Quello presente nelle scuole, in tutte le scuole del mondo,
 un odore particolare. Non  un profumo, ma non 
nemmeno un puzzo. , infatti, un puzzino. Un olezzo familiare,
istintivo, matriarcale, generazionale, fate voi, che ci
risucchia in un passato mai rimosso.
Il puzzino della scuola  il capezzolo della mamma: vitale
e indimenticabile.
Esso raduna e armonizza tutte le sfumature della cancelleria,
dalle gomme alle mine, dalla carta dei quaderni alla
plastica degli astucci, dal liquido bianco del cancellino alla
colla nel barattolo, dal ferro delle graffette fino alla tela degli
zaini. C' puzzo di detersivi, di cessi, di armadietti, di cuoio
capelluto e di cristianuccio in generale, nelle scuole. Ma c'
anche l'incredibile profumo di alberi e fiori perch, dove c'
una scuola, novantanove su cento ci sar anche un cortile.
Nella scuola superiore privata di recupero (e ho detto
tutto) in cui entrai per la prima volta (una generosa decade
fa) come insegnante, quel puzzino c'era, e mi inebri.
Un po' meno m'inebriarono i venti selvaggi diciottenni
che quella mattina mi accolsero con un becero coro da stadio.
Sul primo momento mi paralizzarono. Vedere e sentire
una calca carnosa di bocche spalancate che bercia "ollll
ollll fccela vede' fccela tocca'" non piacerebbe a nessuno
e infatti non piacque molto nemmeno a me. Per non
mi sento di condannarli. Essi mi spinsero a reagire immantinente,
a estrarre un paio di attributi sferici che non sospettavo
di avere e a dettare subito tre titoli per un tema in
classe.
Fui furba, va detto. Anche fortunata, ne convengo.
Capirono subito che con me non si scherzava.
Il fatto incredibile  che lo capii anch'io, per la prima
volta in vita mia.
Avevo venticinque anni, ero laureata a pieni voti da sette
mesi, ma di autostima al momento ne avevo poca. L'autostima,
a me, l'hanno data gli studenti, mica i genitori come
tutti si potrebbero aspettare. Mia madre ha sempre detto
che, "a parte tenere la penna in mano", poi nella vita non
sapevo fare altro. Il babbo mi ha tormentata negli anni
adolescenziali con l'adagio popolare "al brodo si vede se
l' pecora", che insinuava in me una paurosa insicurezza.
Invece gli studenti s'innamorarono subito di me, fecero
mostra di credere ciecamente a quello che dicevo e si abbandonarono
fiduciosi ed entusiasti alle mie lezioni di
supplente annuale. Io, da parte mia, persi la testa per loro.
Tipo l'imprinting che subivano le papere di Lorenz: li vidi
e mi convinsi che fossero loro, la mia famiglia vera.
"Non far mai l'insegnante" era la frase che pi reiteratamente
avevo pronunciato fino a quel momento. Tutte le
mie compagne dell'asilo da grandi volevano insegnare.
Che spreco d'energie e d'intelletti, pensavo da piccina. Io
volevo fare giornalismo. Un mestiere socialmente utile.
Invece ci caddi piena, a muso in gi, col naso tutto dentro
fino in fondo a quel magnifico puzzino di scuola, corridoi
e aule magne. E scoprii che il mestiere socialmente pi
utile era quello che si fa da una cattedra.

   
Primo quadrimestre.


Colloquio d'ingresso.

E cos lei oggi entra di ruolo nella nostra scuola bofonchia
il vecchio preside, magrissimo e aggobbito dietro il
tavolo tarlato. Puzza, per l'appunto, di vecchio e io ne colgo
subito l'odore. Questa ossessione che ho con l'olfatto 
morbosa. Profuma, e diventerai per sempre mio amico.
Puzza, e ti odier per il resto della vita. Perch, mica per
nulla, fino a che si puzzava nel Medioevo lo potevo anche
accettare; puzzare oggi, con tutti questi stratagemmi diabolici
a salvarci dal tanfo del sudore, non  ammissibile.
Il vecchio preside per non puzza di sudore. Puzza di
vecchio. Sai quell'odorino lievemente marcescente, di rancido,
di pelle non pi avvezza alle docce frequenti della
giovent ma che, semmai, conserva il ricordo della colonia
scaduta usata dopo l'ultimo bagno in vasca? Quello.
E cos lei oggi entra di ruolo nella nostra scuola bofonchia
insomma.
Davvero rispondo. E rimango a osservarlo con quel
sorriso clientelare da cretina che ti dicono d'assumere
quando ti presenti per un nuovo posto di lavoro. Col naso
intanto inspiro, alla ricerca dell'aroma del cavo orale.
L'alitosi  una trascuratezza che non riesco a perdonare nemmeno
alla mia mamma.
Mah, professoressa, voglio dirle le cose come stanno: si
tratta di una classe difficile, mista, ma problematica come in
genere lo sono solo le classi maschili. Ci sono due o tre elementi
in quel gruppo che la inviterei a tenere d'occhio in
modo particolare: vanno dominati, controllati, indirizzati.
Uno soprattutto, sar franco e diretto, ha proprio la faccia sinistra
del delinquente: tutt'altro che pavido, non mostra timore
dei suoi superiori e rifiuta la disciplina. Ma anche gli
altri mancano del tutto del concetto di scolarizzazione, sono
ribelli, maleducati e un po' violenti. Dietro, come sempre in
questi casi, ci sono famiglie separate e assenti, che demandano
alla scuola il ruolo educativo in cui loro hanno fallito. Lei,
voglio essere sincero, cos, a colpo d'occhio, mi sembra un
po' giovane, inesperta per dominare quei ragazzini e imporre
la sua autorit. Ha mai insegnato prima? chiede.
Insegno da dieci anni, ma sono sempre stata alle scuole
superiori.
Quelli che non fanno che dirti che vogliono essere sinceri,
che vogliono essere trasparenti, che vogliono dirti le cose
come stanno, nove volte su dieci ti vogliono fregare.
Il preside mi scruta con quegli occhietti che (si capisce)
vogliono spiare il mio cervello, entrarci dentro e andarvi a
caccia di materia grigia a sufficienza. Poi (voglio essere sincera
anch'io) mi guarda come son fatta addosso. Tappo da
botte non sono, secca rifinita nemmeno: sono sempre stata
ben tornita e casomai tendente al muscoloso. Un pregevole
davanzale sul davanti, un mediterraneo paiolo sul didietro.
Ciccia ancora soda, se non del tutto fresca.
Meglio cos allora dice. Ma si vede bene che non ci crede.
Nessuno crede mai che io sappia fare il mio lavoro. Non
solo: suscito stupore anche quando dico che so gestire la
disciplina di una classe. Forse perch la bocca non mi si 
ancora rigirata all'ingi nel tipico ghigno insoddisfatto
dell'insegnante incattivita dalla disillusione, forse perch
ho quasi sempre gli angolini rivolti verso l'alto in un sorrisone
pieno di fiducia. Forse perch corro subito dalla parrucchiera
quando mi spunta la ricrescita e curo il mio
aspetto esteriore. A modo mio, certo. No, non vesto Luisa
Spagnoli, non m'ingioiello e non posseggo girocolli di perle,
non compro borse Burberry's, non calzo mocassini dal
tacco barzotto. Me l'ha sempre detto il mio babbo, glielo
devo riconoscere, magari ha ragione lui: "Lvati gli anfibi,
o almeno lvati i calzini che escono dagli anfibi, mettiti delle
scarpe eleganti, raccogliti i capelli, comprati una borsa
da insegnante".
Quella tracolla Pucca non ha mai fatto di me una professoressa.
Ha sempre fatto di me una cazzona.
Domani entrer in classe e ho l'ansia, ma non da prestazione:
da sorpresa. Non so cosa m'aspetta, chi sono e come sono
fatti gli undicenni. Non credo di averne mai visto uno perch,
dal momento che i ragazzini di quell'et professionalmente
non m'interessano, non li ho mai guardati nemmeno
passare per la strada. Non so come si vestono, come parlano,
cosa pensano. Credo anzi che non pensino niente, che siano
stupidi e noiosi. Le bambine me le immagino smorfiose, insopportabili,
i maschi infantili, imbecilli. Non sapr di cosa
discorrere, non mi capiranno, non mi divertir. Sar un anno
infame e rimpianger il mio decennio da precaria, quando
relazionavo coi miei studenti grandi e mi sentivo tra amici.
Quando quasi tutti i semi che lasciavo cadere buttavano un
germoglio. Quando facevo dell'ironia e venivo subito capita.
Del benevolo sarcasmo e benevolmente venivo ricambiata.
Quando parlavo di questioni storico-letterarie e loro si lasciavano
coinvolgere, trasportare mentalmente, cullare dolcemente
dall'endecasillabo sciolto.
Di cosa parler domani? Di cosa si parla alle scuole medie?
So solo che conoscer diciassette ragazzi nuovi e che, in
un'ora, dovr fare di tutto per dare di me un'immagine terribile,
temibile, implacabile.
Il segreto  tutto l: farli pesantemente preoccupare il primo
giorno, la prima settimana, il primo mese. Poi, quando
senti di esserti innamorata anche di questi, gli sganci il primo
sorriso e lasci che anche loro si affezionino a te.
A quel punto sei fottuta, per va be', pace.


L'accoglienza.

Quando entro in classe vorrei essere accolta come si deve
annuncio pacifica ma risoluta. Io non intendo arrivare
e trovare questo mercato.
Da quando ho lanciato questo messaggio-base, ogni mattina
si ripete la stessa scena. Io entro e loro sono tutti seduti,
in completo silenzio, compostissimi, statue di sale di bassa
statura. E come varco la soglia, si alzano rapidi in piedi e
osannano: "Buongiorno maestra!".
Faccio continuamente notare che desidero con tutto il
cuore un buongiorno anche per loro, ma che sono una professoressa.
Pare abbiano qualche difficolt nell'abbandono
della vecchia dicitura.
Poi mi siedo, apro i registri e mentre mi concentro nella
compilazione delle assenze loro iniziano in tutta tranquillit
a rifare il mercato di prima, chiacchierando delle loro
cose pi intime, del film della sera prima e della merenda
che portano nello zaino, come se si fosse tutti al bar e non
in una scuola.
Chiedo scusa, ma non si era detto che io quando entro
voglio una degna accoglienza?
Certo maestra, scusi, professoressa dice uno ciccio e
pieno, coi riccioli di Medusa, ma infatti noi la aspettiamo
sempre in silenzio, ci alziamo in piedi e le diciamo buongiorno,
come ci ha insegnato lei.
S, ho capito, ma se subito dopo ricominciate a fare
chiasso, mi chiedo il senso di quella messinscena iniziale
rispondo.
Ah, ma dobbiamo stare zitti anche dopo?! fa un altro
con l'aria turbata. Ah, no, ma allora riparliamone per bene
maestra, scusi professoressa, perch questo non si era
pianificato.
Vado indietro con la memoria alla ricerca di un'immagine
di me ai tempi delle medie ma non ricordo, nemmeno lontanamente,
di essere stata una bambina dotata di simili capacit
logico-argomentative. N di un'analoga faccia di culo.


Fascino superiore.

Se il contatto professionale con degli adolescenti "grandi" mi
ha sempre intrigata e coinvolta, l'idea di spiegare a una platea
di ragazzini di undici, dodici e tredici anni mi inorridisce.
 un pregiudizio, certamente, che il destino non ha fatto
altro che acutizzare.
Per dieci anni ho lavorato nelle scuole, prima private,
poi statali. Ma sempre superiori. Ho avuto davanti ragazzoni
di sedici, diciassette e diciott'anni. Talora di diciannove,
venti, se erano stati bocciati pi volte. Ventuno, se col
cervello avevano miscelato un misto di segatura.
Con loro ho parlato, discusso, battibeccato, buttato l battute.
Queste battute sono state prontamente recepite e mi
sono ritornate indietro con risposte intelligenti e acute. Con
loro ho riso, parecchio. Lavorare con loro mi ha costantemente
appagata. Insegnare loro la Storia e la Letteratura 
sempre stato un bellissimo gioco.
Quando col programma si arrivava alla battaglia tra gli
Stilnovisti e i Comico-realisti, tanto per fare un esempio,
partivano gli schieramenti: quasi tutti stavano con
l'Angiolieri e i suoi compagni. Le parolacce, si sa, hanno sempre
fatto pi presa della nobilt d'animo. Solo in pochi dichiaravano
di simpatizzare per Cavalcanti e venivano sistematicamente
insultati per tutto il quadrimestre. Chi diceva
che, mah, insomma, anche Cino da Pistoia non scriveva
male si prendeva del frocio e zitto.
Dante invece  piaciuto sempre a tutti. Roba da pazzi: lui
e quella commedia divina non passano mai di moda, sono
sempre in, cool, yeah. Un must insomma, davvero molto
trendy e fashion. Gli adolescenti delle classi terze adorano
il sangue che ribolle nel Flegetonte e le lacrime che si congelano
nelle palle degl'occhi dei dannati all'inferno. Godono
quando il narratore-protagonista, trac, spezza un braccino
a Pier Della Vigna trasformato in un gran pruno, e
vogliono sapere a tutti i costi come and a finire tra quei
due cognati lussuriosi.
Quando fanno la quinta superiore, gli studenti hanno
ormai diciott'anni e si avvicinano al diritto di votare. Allora
parte la guerra tra chi si professa di destra e chi dichiara
la propria simpatia per la direzione opposta. "Comunista
schifoso!" e "Fascista di merda!" si sente allora echeggiare
nei corridoi e, quando tu vorresti esordire con la spiegazione
della Rivoluzione russa, mezza classe inscena la sceneggiata
di alzarsi e abbandonare l'aula per rientrare solo
con l'avvento del nero ventennio. Poi nessuno se ne va e
tutti restano, a fare una polemica abbastanza ignorante
ma molto passionaria.
Alle superiori gli insegni a leggere il giornale, accompagnandoli
oltre il titolo, l'occhiello, il catenaccio e le apparenze.
Il sabato mattina corri in edicola, acquisti "la Repubblica"
e stacchi l'ultima pagina dell'inserto in cui
Umberto Galimberti mette alla prova la tua coscienza laica
sollevando scomode controversie. Poi vai a scuola, cerchi
l'addetto e ti fai fare quindici, venti, venticinque fotocopie,
una per uno a quegli adorabili zucconi che (lo sai
gi) sbufferanno e ti faranno le facce brutte ma poi, di pomeriggio,
in centro, passando davanti a un'edicola, diranno
agli amici della compagnia: "Oh, ma l'avete letto bello
l'ultimo pezzo di Galimberti?" e si sentiranno dei piccoli
Plafoni quando gli amici della compagnia risponderanno:
"E chi cazzo , codesto Galimberti?!".
Cose cos.
Momenti epici.
Perch tutto  epico, nella scuola. Tutti i giorni sono diversi,
tutti gli anni mutano e le lezioni non sono mai uguali.
"Ma non ti annoi tutti gli anni a rispiegare sempre le stesse
cose?" mi chiedono a volte certi amici. Sinceramente, mi
annoio molto di pi a rispondere loro che, no, non mi annoio
per nulla e che, anzi, mi diverto un casino. Perch osservo,
studio, seguo l'evoluzione di un esserino umanino
che diventa piano piano un esserone umanone a cui la testa
comincia a funzionare, qualsiasi siano le sue idee, i suoi gusti
e le sue preferenze. Perch osservo, studio, seguo l'evoluzione
di me stessa che cresco, maturo, cambio idea. E un
po' rincoglionisco anche, come no.
Ma meno di tanti altri. Perch la scuola, se ci si attiene
alle dosi prescritte dal buon senso,  un elisir di eterna
giovinezza e i ragazzi ti fanno illudere che non invecchierai
mai, ma resterai sempre bella, giovane e frizzante.
Come loro.


Profe lvb.

Una domanda costante ha accompagnato la mia permanenza
decennale nelle scuole superiori: "Profe possiamo
darle del tu?".
"Nemmeno per sogno" ho sempre risposto.
Come tutte le cose proibite, dare del tu all'insegnante fa
gola agli studenti:  rompere gli schemi, osare, creare confidenza
ed entrare almeno nell'intimit della forma, se
non della sostanza.
Ci provavano all'inizio, ci riprovavano verso Natale,
riazzardavano l'ipotesi col disgelo primaverile e verso Pasqua
erano sempre l a domandare: "Via, profe, sarebbe
tanto pi semplice e bellino!".
"Non se ne parla nemmeno."
"Uffa, ma perch?"
Gi, perch? Perch hai sempre paura che quella barriera
protettiva, una volta abbattuta, non si possa pi tirare
su, perch  importante che i ruoli siano rispettati e la scelta
lessicale contribuisce a questo. Poi perch, anche se insistono,
inconsciamente si augurano che tu continui a negare
quello che ti chiedono:  un gioco, una prova, un
bracciodiferro per testare la tua capacit di argomentare,
di motivare la tua posizione di forza e di gestire le loro
pressioni.
"Ma almeno dove abita ce lo dice?"
"No."
"Il numero del cellulare per ce lo potrebbe dare: potremmo
avere bisogno di lei durante un pomeriggio di studio
e in questo modo avremmo un filo diretto costante."
Spiegando che di fili diretti mi bastavano quelli che tenevo
con mia madre, coi miei amici e con Fidanzato Belpelato, riuscivo ad arrivare verso maggio, il mese delle
uscite d'istruzione.
"Profe, via, almeno in gita! Poi quando si torna in classe
le ridiamo del lei."
"Questa addirittura mi sembra una proposta ridicola."
Poi per, come si avvicinava l'estate e con essa la fine
del mio contratto a tempo determinato, iniziavo a pensare
che, va be', in fondo, ora che anche il nostro rapporto professionale
quotidiano stava per sciogliersi definitivamente,
potevo sbottonarmi e lasciarmi andare a una promessa.
"A partire dall'ultimo giorno di scuola vi conceder di
passare dal lei al tu."
"Ci prende in giro o parla seriamente?"
"Dico sul serio."
Insieme alla dicitura pi confidenziale, concedevo anche
il numero di cellulare e l'indirizzo e-mail: "Cos non ci
perdiamo, che ne dite?".
Hanno sempre detto di s e mi hanno sempre scritto,
messaggiato e contattato, ma pochi, pochissimi sono quelli
che, a giochi fatti, sono riusciti ad abbandonare il lei.
"Ma come, mi chiamate ancora profe e seguitate con la
forma di cortesia?!"
"Non ce la facciamo, profe: lei ormai  la profe."
Persino Collettivo Vila, tifoso sfegatato, presenza assidua
in curva Fiesole, sfrontato, ribelle, incurante delle regole
e dei divieti, polemico e arrogante quando gli ammollavo
un'insufficienza, diretto e un po' volgare anche
quando sedeva al suo banchino, dopo l'orale della maturit,
forse felice per le domande che gli avevo posto o soddisfatto
delle risposte che mi aveva dato, su un messaggino
mi scrisse: "Profe lvb".
Quando tutto  finito, magari iniziano a fidarsi, magari
si lasciano andare, magari si abbandonano all'amicizia e
alla confidenza: ma alla forma di cortesia difficilmente riescono
a rinunciare.
Sono (anche) queste le cose che rendono questo un bellissimo
lavoro.


Mai per ripiego.

Decidere di fare l'insegnante non  (nemmeno coi tempi
che corrono) un'idea malvagia. Anzi, io credo che si tratti
di una bella decisione. Purtroppo, invece, tanti finiscono
dentro le aule di qualche scuola perch tutte le alternative
in cui s'eran buttati prima a capofitto si sono rivelate dei
vergognosi buchi nell'acqua.
Di questo innanzitutto si dovrebbe liberare la scuola: di
chi la sceglie per ripiego.
Insegnare  come fare il prete o la monachina: bisogna
essere chiamati. Bisogna avercela dentro, la vocazione. Bisogna
metterci il cuore, coi ragazzi. Il che non significa che
anche a casa si debba avere una caterva di figlioli ad
aspettarci, per dimostrare al mondo di avere uno spiccato
istinto materno o paterno, anzi: meno ce ne abbiamo e meglio
si pu fare questo lavoro. I figlioli, si sa, sono vampiri.
Risucchiano tutte le energie di chi gli sta intorno e, per andare
dietro a loro, si rischia di trascurare malamente quelli
degli altri che ci sono stati affidati, di fare dei paragoni
infelici e di accontentarsi del successo scolastico del frutto
del nostro seno e basta. Se c' una tipologia di professori
che non reggo,  proprio quella che, parlando a scuola coi
colleghi, intervalla la lode dei propri figli all'infamia dei
figli degli altri, cio dei propri studenti.
Invece, senza figlioli da accompagnare ovunque, in
quell'affannosa e un po' ridicola corsa contro i sensi di colpa
educativi e senza fuggevoli pomeriggi stipati d'impegni
eccessivi, l'insegnante ha tutto il tempo per arricchire
la sua personalit, rendere la propria esistenza esaltante
ed entrare in classe con la soddisfazione dipinta sul volto.
Come?
Per esempio aggiornandosi (pratica ormai del tutto caduta
in disgrazia), frequentando lezioni universitarie,
convegni, serate letterarie, tavole rotonde, gabinetti scientifici.
Oppure andando in libreria, al cinema, a teatro. Ma
anche uscendo, socializzando, incontrando gente nuova,
tenendo il cervello attivo e spalancato verso il mondo.
Io consiglierei ai professori di frequentare un corso di
teatro di quelli seri. Servirebbe loro a tante cosine. Per
esempio, a prendere confidenza col loro corpo. Quanti professori
non sanno camminare, non sanno guardare dritto
in faccia, non sanno parlare, farsi ascoltare, farsi capire.
Quanti docenti sono (diciamocelo, via) ridicoli. E se all'universit
va bene anche il docente fisicamente goffo e caricaturale,
poich i ragazzi sono ormai adulti e non  un
esempio che cercano in lui, alle medie o alle superiori egli
far una vita magra. L'impacciato, l'impedito, il problematico,
l'ansioso, l'emotivo, l'insicuro e quindi il parodistico,
il pagliaccesco, lo strampalato, l'assurdo, l'ameno: come
possono sperare di catturare un giovanissimo auditorio?
L'insegnamento  anche postura, diaframma, voce,
espressione, fiato e gestualit.
L'insegnamento  anche carisma.
Ed  anche inventiva, originalit, coraggio. Coraggio di
azzardare scelte impreviste e di battere strade ancor vergini.
L'insegnante non pu barricarsi in partenza dietro al
suo ruolo e accontentarsi di dire: "Io sono l'insegnante".
Deve dimostrare di esserlo, di meritare quell'epiteto, e di
meritare soprattutto l'attenzione dei ragazzi.
Dir di pi: l'insegnante deve essere disposto a mettersi
in gioco, a recitare una parte, a vestire finanche dei panni
non suoi.
A volte sono uscita da lezione sentendomi Minnie Minoprio,
Erminio Macario e Tot tutti insieme. Va bene, va
bene lo stesso. Se per trattenere su di noi l'attenzione c'
bisogno di fare qualche cabarettistica figura di merda,
faccimola. Sempre con stile, certo, e con finalit didattiche
che devono esserci costantemente chiare.
La scuola  un palcoscenico.
La vita, come diceva un grande inglese, anche.


Il ruolo.

Quando si  insegnanti, ricevere un telegramma fa sempre
piacere. Specialmente se arriva d'estate e annuncia l'immissione
in ruolo.
Il ruolo. Il ruolo, il ruolo.
Dopo che l'ipotesi di andare in pensione da precaria era
diventata quasi una certezza, il ruolo  la realizzazione di
un'utopia e la dimostrazione della veridicit dei miracoli.
Il ruolo obnubila il tripudio dell'imminente partenza per
le vacanze e rende respirabili i quaranta gradi all'ombra
della tua citt. Il ruolo corona il tuo passato, motiva le tue
scelte esistenziali che ad alcuni (tuo padre e tua madre,
sempre loro) all'epoca parvero idiote e insensate e d un
senso ai tuoi sacrifici.
Con l'arrivo del ruolo, anche la penitenza del quinquennio
nordico che in passato ti infliggesti in ascetica solitudine
suona vincente.
Partisti cinque anni fa per Bergamo, te lo ricordi?, e tutti
ti dicevano: "Povera cretina!". Tu spiegavi: "Ma  per vocazione
professionale". Ed essi obiettavano: "Povera fessa!".
Tu ritentavi: "Ma io amo il mio lavoro". E loro ti castravano:
"Povera cogliona!".
Partisti ugualmente, partisti con lui, che mogio mogio ti
accompagn in quel budello di Val Brembana, buia come
un colon intestinale gi alle due del pomeriggio, e ti aiut a
scegliere una scuola e a trovare una casa. La volesti col
giardino, per una forma di consolazione che non giunse
mai. Ti portasti dietro il cane che ti stramaledisse abbaiando
alla pallida luna del settentrione. Al tuo lui promettesti:
"Tanto torno presto". Al terzo anno di esilio volontario invece
lo aggiornasti: "Ancora non  il momento, ormai ho
fatto trenta, faccio trentuno: devo restare finch non m'immettono
in ruolo".
Lui ti abbandon al tuo destino e si fidanz con un'altra,
che tra l'altro aveva il culo pi ritto e bello del tuo.
Ma che t'importava: tu avevi la tua scuola. Tu avevi le
tue classi, i tuoi ragazzi. E aspettavi il tuo ruolo.
A Bergamo, il ruolo non giunse mai.
Invece  giunto a Firenze. La tua Itaca.
Solo che a differenza di quel che t'aspettavi, il Ministero
ha deciso di non badare alla tua gavetta presso le scuole
superiori, in cui ti sei fatta le ossa imparando i meccanismi
della comunicazione coi giovani tra i quattordici e i diciotto
anni, e ti spedisce alle medie, a relazionare coi ragazzini
tra gli undici e i tredici.
Le medie sono per te l'incubo sempre sognato, il pericolo
sempre scampato, la minaccia sempre osservata (per
fortuna) da lontano. Indicano il baratro, la voragine, il precipizio,
la fine.
E invece, non  che l'inizio.

 Profe, posso uscire?

Oltremodo preoccupata, continuo a chiedermi quali possano
essere le domande che circolano per le classi in prima
media e quale il livello della conversazione con quelli che
sostanzialmente (mi dico) non sono altro che bambini. Certo
non pretendo di intavolare con loro auliche disquisizioni
letterarie, ma nemmeno voglio essere coinvolta in un ridicolo
scambio di figurine. Cos sospiro, mentre rimpiango
le mie lezioni al triennio.
"Profe" ricordo che mi disse un giorno un diciassettenne
alto due metri "ma cosa spinse realmente la moglie di
Jacopone da Todi a indossare il cilicio?" "Profe" mi chiese
un giorno un altro di ottantacinque chili "ma su quali basi
Venditti definisce Dante un servo di partito?" "Profe" mi interrog
un giorno un altro ancora con le spalle a quattro
ante "ho qualche difficolt a dare la giusta lettura interpretativa
ai Sei personaggi: potrebbe fornirmi qualche indicazione
in pi a proposito dell'infanzia dell'autore?"
Poi,  chiaro, a volte poteva anche capitare che qualcuno
ti facesse una domanda meno marchevole: "Profe, quante
giustificazioni ci d a quadrimestre?", oppure: "Profe, ci
porta in gita?". Fra tutte, la peggiore, eppur pi gettonata:
"Profe, posso uscire?".
I pi audaci osavano, violando la privacy: "Profe, cosa fa
stasera?", oppure: "Profe, cos'ha fatto ieri sera, ha due occhi
stamani!", fino al pi sfacciato: "Profe, ma lei l'uomo
ce l'ha o  ancora una zitella?".
In ogni caso, rispondere era lasciarsi andare a un godevole
gioco in cui cultura e ironia si fondevano armoniosamente
e in cui potevo anche fornire un minimo di informazioni
personali senza tuttavia diffondere i cazzi miei.
Ma in una scuola media, come si pu aspettarsi qualcosa
di anche vagamente simile a tutto questo?
In effetti, alla prima lezione di Storia, il minuscolo Luciano
(un metro e ventidue, occhi enormi da cartone animato
giapponese), sinceramente coinvolto e interessato:
Profe, ma perch i greci alla citt di Troia hanno dato un
nome cos volgare?.
L'aneddoto purtroppo non  finito.
Ivano, dalla parte diametralmente opposta della stanza,
parimenti rapito dalla tematica: O grullo, guarda che il
nome vero non era Troia, era troy, ma che non l'hai visto
il film?!.
Ora s.


Parliamo di storia
(e cominciamo a presentarci).

Intuisco quindi che  il caso di potenziare lo studio del passato.
Quinta ora di lezione. Loro stanchi e affamati, io tutto
pi di loro.
Siccome un simpatico ministro (donna, coi capelli biondi
e corti, le gambe di merlo e un'abbozzata pancetta, i denti
un po' equini e la voce sgradevole, attualmente sindaco di
Milano, ma di cui, per una questione di correttezza, preferisco
tacere il nome) ha stabilito che in prima media la storia
antica si salti a pi pari (tanto l'hanno approfondita bene
alle elementari, come no), bisogna prendere di peso
questi piccini e scagliarli nel baratro medievale. Uno dei
periodi pi affascinanti della storia, certamente, ma mica
facile da digerire. Figuriamoci poi se glielo devi somministrare
senza che loro ricordino, o pi spesso conoscano,
quei marginali eventi successi in precedenza: invenzione e
importanza della scrittura, carrellata di civilt antiche, cultura
greca, conquista latina.
Gi nella delimitazione cronologica del periodo ti si presentano
intoppi tutt'altro che ridicoli: c' un Impero Romano
d'Occidente che va gi e loro poverini non sospettavano
nemmeno che qualcuno prima l'avesse tirato su, esteso,
ampliato, diviso e poi lasciato che finisse a schifo.  chiaro
che facciano una fatica immane a capirci qualcosa,  chiaro
che dopo un po' si scoccino parecchio a sudare tutte queste
camicie per colpa di un ministro incapace.
 compito dell'insegnante, quindi, cercare di alleggerire
la soma, di addolcire la pillola, insomma di tediare il meno
possibile con questa ingozzata di date. E allora: il Medioevo,
per una convenzione scelta dagli storici, comincia nel
476 dopo Cristo e finisce nel 1492, quando il vecchio Cristoforo
sbatte l'italico muso contro un inatteso continente.
La basilare informazione si dimostra ben presto insufficiente:
ora, a quelle testoline piene di informazioni televisive
ma vuote di nozioni culturali, va anche detto che di
"Medioevi" ce ne sono due, uno Alto e un altro Basso. E
su che base  stata fatta tale divisione?! L'anno Mille. S,
tutti credevano che il mondo sarebbe finito e aspettavano
questo evento con indicibile paura.
L'argomento li acchiappa. Il sangue, i cadaveri, le esplosioni
universali comprano facilmente un auditorio di giovani
assassini in erba. Ma la profe pacifista che aborre la violenza
sposta la discussione su un'altra angolazione. E voi
chiedo cosa fareste della vostra vita se vi dicessero che,
con ogni certezza, il mondo finir tra due anni?
Danilo dice: Mi sparerei prima. Danilo  alto un metro
e trentuno, fa il grosso perch gioca a imitare il padre poliziotto,
ma  fragilissimo e se gli fai bu piange: bu! (Visto?)
Lucianino dichiara: Volerei su un jet fino a quando non
finisce il carburante. Luciano, come dimenticarlo?,  quelloappassionato di troie.
Irene ammette: Dalla paura forse direi una parolaccia.
Irene  talmente perbene, che non direbbe una parolaccia
nemmeno a bucarla. Per questo motivo  vilipesa dalle
compagne, che invece fanno della cacologia un vanto tutto
personale confondendola con la moderna risposta a
tanti secoli di discriminazione sessuale.
Roberto annuncia: Lancerhei dal banco una serhie di colfelli alla gola delle maestrhe. Roberto ha una spiccatissima
erre moscia che lo renderebbe amabile, se non avesse anche
quello sguardo iniettato di sangue che mi leva il sonno.
Ivano precisa: Guarda che siamo alle medie, devi tirarli
alle professoresse. Ivano  intelligente e s'impegna molto.
In questo modo mi priva della possibilit di citare il celeberrimo
sintagma -intelligente-ma-non-studia che piace
tanto alla mia categoria. Mentalmente gi lo chiamo Sottutto,
ma mi guardo bene dallo sfotterlo in pubblico.
Edoardo rumina: Chiederei alla mamma un'ultima cena
indimenticabile. Non a caso si fa prima a saltargli sopra
che a girargli intorno e non per nulla i compagni lo indicano
anteponendo il prefisso "Ciccio-" all'abbreviazione
onomastica "-Edo".
Aurora sospira: Andrei tranquillamente a danza. Aurora,
femminile e delicata nelle movenze, pare camminare su
sfoglie di cristallo e ha dei capelli rossi naturali bellissimi.
Margherita sussulta: Direi a chi me l'ha detto: ma sei
proprio un cretino eh, non penserai mica che ci creda?.
Margherita  una ragazza difficile, non ha un bel carattere.
"Ma quanto rompi"  la frase che pi spesso le dicono i
compagni.
Giulia sospira: Mi dispiacerebbe tanto, perch non
avrei modo di affermarmi in tiw. Difficile, tra le undicenni,
trovare una ragazzina che se la tiri pi di lei. "La ti
si rompe" le berciano dietro gli amici. Lei li guarda attonita
perch al momento non capisce l'allegorica espressione.
Leonardo conclude: Mi cancellerei dalla scuola, che oltretutto
 una clamorosa perdita di tempo, e andrei a pescare
lungo l'Arno. Leonardo  il tipo che tendenzialmente
non ha paura di nessuno, n di dire sempre quello
che pensa, a costo di pagarne impreviste conseguenze. Impavido
fin nelle pi profonde viscere della sua personalit,
egli rischia ogni giorno di entrare in un giro di schiaffi
gratuitamente distribuiti.  fortunato perch tutti hanno
un'inspiegabile paura di lui e gli stanno alla larga. Il
giorno in cui tutti capiranno che il coraggio non ce l'ha nelle
mani ma nella testa, probabilmente cominceranno ad alzargli
le mani addosso.
Li guardo bene, man mano che prendono la parola e
danno aria ai polmoni con una spontaneit impensabile ai
miei tempi, che pure non sono cos tanto tempi fa.
Non saranno massimi sistemi, ma le argomentazioni sostenute
da questi ragazzini mi solleticano. Non sar filosofia,
ma non mi sembrano neanche figurine.
Di casi limite non mi  parso di vederne e i loro volti denotano
una fresca intelligenza e un carattere tendenzialmente
buono. Li sto tenendo d'occhio, ma non ho individuato
nessuno da dominare, controllare, indirizzare. Facce
da delinquenti neanche mezza. Forse il concetto di scolarizzazione
non gli  chiaro, ma perch nessuno ha ancora detto
loro che alle medie l'insegnante non si chiama maestra
ma professoressa, che non le si d del tu ma del lei, che non
la si abbraccia e non le si tuffa il viso tra le poppe come si faceva
con la maestra Luana, che quando parla lei  evidente
che la classe deve tacere e che quello che viene spiegato in
classe va studiato a casa. Questa  la scuola. Ribellioni e rivoluzioni
ancora non si sono verificate. La maleducazione
non  emersa, la violenza speriamo di no.
Forse invece sono certi adulti, col puzzino di vecchio
addosso, che a volte andrebbero lapidati tra capo e collo a
suon di volumi Treccani.


Profe, ci faccia le voci.

Siccome a Storia  venuta fuori la civilt minoica, mi sembra
inaccettabile da parte mia non parlare ai ragazzi del
mito di Teseo e del Minotauro.
Cos prima inquadro la situazione politico-economica a
Creta verso il terzo millennio avanti Cristo, fornisco qualche
nozione di base sui palazzi di Cnosso e Festo e poi attacco
con Minosse, il re dell'isola, condannato da Poseidone
ad avere un figlio met uomo e met toro. Il Minotauro,
appunto.
Poi rivelo l'esistenza di questo labirintone dentro il quale
il mostro era stato confinato e parlo del tributo umano (sette
ragazzi e altrettante ragazze) che la citt di Atene ogni
anno doveva pagare a Creta per sfamare quel bestione.
Un giorno, per, arriv Teseo. Un emerito sborone che
voleva fare il grosso e si era offerto personalmente per andare
a Creta, uccidere il Minotauro e rientrare ad Atene,
dove lo aspettava quella boccalona della sua fidanzata.
E dico alla classe, tanto perch le cose siano subito chiare,
che se Arianna non si fosse innamorata perdutamente
di lui, Teseo (che pur di farsi aiutare l'aveva illusa) col cavolo
che sarebbe riuscito a uscire dal labirinto dopo aver
freddato il mostro.
Ora vi leggo la parte in cui Teseo si trova faccia a faccia
col Minotauro e lo uccide annuncio.
S profe, ce la legga ce la legga, finalmente un po' di sangue,
e faccia le voci che ci fanno paura! si esaltano i maschi.
Ma il brano che ho scelto per loro  quello (dolcissimo)
di Mino Milani che, dando al mito una lettura innovativa,
accentra tutta l'attenzione sulla tragedia personale del Minotauro
stesso, vittima innocente di una punizione infernale
che lo costringe alla solitudine. La morte che gli causa
la spada di Teseo, in questa ottica rovesciata,  in realt la
sua salvezza.
Cheppalle perh, prhofe dice Rhoberhto Errhemoscia,
che a questo punto chiamare il Sanguinarhio mi sembra il
minimo in queste lezioni di Storhia non succede mai nulla
di diverhtente e io mi rhompo da morhirhe.
Medito di anticipare di diversi secoli il tema della tortura
medievale perpetrata dal tribunale della Santa Inquisizione
e improvvisare pratiche dimostrazioni su questo alunno irrispettoso,
ma poi opto per una sana persecuzione grammaticale,
che alla fine fa sempre il suo porco effetto.
 
Tempismo.

Quando ci si pone davanti a un pubblico di giovani studenti
con la pretesa di insegnare loro qualcosa, la questione
dei tempi  fondamentale.
Sbagliane uno, vai contro un altro, perdine un altro ancora,
e sei finito.
L'insegnamento  (anche) tempismo. Come in quelle
amorose, nelle dinamiche scolastiche bisogna esserci nel
momento perfetto. Guai ad arrivare in anticipo o a sopraggiungere
troppo tardi.
Pretendere di far subitanea breccia nel cuore dei ragazzi ,
a parer mio, la mossa meno fruttuosa. Ti piglieranno per
quello che probabilmente sei: uno che ha bisogno di consenso
immediato. Una puttana dei rapporti professionali. Un
debole che, senza il loro plauso, non va da nessuna parte.
Nel battesimo studentesco vale assai di pi la norma
machiavelliana secondo cui  meglio per un principe essere
temuto che amato. In effetti, per farsi amare ci sar tutto
il tempo. Farsi temere, quello  il difficile.
Anche perch qui si parla di un timore intelligente, non
della paura a tutti i costi. Io dubito di quegli insegnanti
che vogliono prima di tutto far paura ai loro studenti. La
paura far s tacere i ragazzi, ma ne castrer anche inventiva
ed esuberanza creativa, producendo solo teste omologate
al politicamente corretto. Il sano timore che una classe
deve nutrire nei confronti dei suoi docenti presuppone
comunque una libert espressiva e opinionistica che da
sola sappia non tracimare nell'irriverenza.
Esemplifichiamo.
All'inizio, secondo me, i ragazzi vanno tenuti parecchio
lontani. Loro ai banchi, noi alla cattedra. Noi per non seduti,
impediti e murati come statue di sale. Dinamici,
sciolti, disinvolti. In piedi, su, senza paura di mostrarci
nella nostra fisicit. Padroni del nostro corpo e sicuri dei
nostri gesti. Non ci si riesce? Cambiamo mestiere.
Tenere a debita distanza gli studenti, si badi bene, non
significa ignorarli n trattarli con sufficienza.
Allora: esserci, trasmettere un reale interesse per loro,
far sentire che ci siamo, che ci piace essere l, che non siamo
l per caso e che non consideriamo quello un mestiere
come un altro.
Perch in effetti non lo .
Ma poi piano ad allargarsi. Il docente che si allarga troppo
in fretta, se ne pentir entro tempi brevissimi.
All'inizio, il messaggio che deve passare  questo: sono
qui perch mi va veramente di essere qui e perch
non vorrei essere in nessun altro posto. Ma non sono qui
per farmi prendere per i fondelli da te, che, s, mi interessi
come persona prima ancora che come alunno. Sar
corretto, giusto e onesto con te e mi aspetto lo stesso da
parte tua. Perch ti considero un adulto. Lo diremo anche
a un ragazzino di prima media, che certo adulto non
, ma che inizier a pensare di esserlo e dunque a comportarsi
come tale, se sapr che noi ci aspettiamo questo
da lui.
Anni di pedagogia lassista, che hanno spalancato tutte
le porte ai bambini al motto di "lasciamoli esprimere" anche
quando quelli insozzavano i muri delle case, parlavano
quando dovevano stare zitti e in definitiva rompevano
i coglioni ai grandi, hanno prodotto giovani e giovanissimi
dall'apparente insofferenza di fronte alla disciplina,
ma che silenziosamente ci invocano affinch proponiamo
loro un modello educativo alto e coerente, che pretenda
tanto da loro.
I ragazzi, pi o meno inconsapevolmente, e anche se
non lo ammetteranno mai, desiderano doverci temere. Ma
il timore che dobbiamo suscitargli dentro deve basarsi sul
rispetto reciproco. Non deve essere mai la paura della punizione
gratuita, dell'urlo belluino o della reazione inusitata.
Deve essere il sano timore reverenziale che spinge il
giovane a rispettare quell'adulto non perch ne teme le
eventuali spettinate, ma perch gli piace un sacco come
parla, cosa dice e come vive, quell'adulto.
Io, s, temevo il mio professore di Scienze Naturali, ma
non lo ammiravo. Piuttosto mi faceva pena, perch lo vedevo
bene che era frustrato, insoddisfatto e privo di attributi,
perch sentivo che la sua vita non piaceva per primo
a lui, che non credeva in quello che faceva e avrebbe svenduto
l'anima al maligno per trovare un altro lavoro, che
invece non aveva mai trovato perch fondamentalmente
era un mediocre.
Invece io dico: via i mediocri dalla scuola, per favore.


La prima ora.

Per, dico tra me,  bello entrare in classe alla prima ora e
vederli tutti l, ancora mezzi abbioccati, cogli occhi cisposi
e le grinze del cuscino sulla guancia.
Alla prima ora io parlo pianissimo quasi per non disturbarli,
per non compromettere il loro risveglio che, come il
mio, vorrei ogni giorno biologico e mai forzato dal suono
sguaiato della sveglia.
Alla prima ora il loro alito puzza ancora di notte e di silenzio,
le ascelle mai che se le lavino, quegli schifosi, e nelle
orecchie si arrampicano energiche ragnatele gialle.
Ma i capelli, si dovessero anche alzare all'alba perch
magari vengono da lontano, sono sempre perfetti.
Sono appena le otto ma gi sculture elaboratissime si ergono
su quelle zucche vuote. Certe acconciature che ti verrebbe
da incazzarti subito e tuonare: "Perch non passi pi
tempo sul libro che davanti allo specchio?". Ma poi non lo
dici, per non mortificarli, perch sai che certe frasi infelici
mortificano l'individuo pre-adolescente. Che  insicuro proprio
perch  quasi-adolescente, che non sa chi  proprio
perch quella quasi-adolescenza lo stordisce e lo confonde.
E allora perch dovrei contribuire alla sua confusione
adolescenziale? Perch dovrei urlargli fin dal primo mattino:
"DUNQUE RAGAZZI OGGI SPIEGHIAMO LE SILLABE"? No,
meglio sussurrare con un fil di voce: "Dunque ragazzi...
oggi... spieghiamo le sillabe..." perch si sta meglio se
qualcuno ci parla con calma, senza gridare.
Pu parlarci anche della cosa pi assurda e noiosa (le sillabe),
ma se lo fa con dolcezza, chiss, anche le sillabe possono
risultare utili.
Per esempio a farli riaddormentare come chiodi.
Come  successo a Elia Tantobravino.
Tantobravino mica tanto.


Oggi s'interroga!

Dopo aver buttato qualche semino, mi pare ora di vedere
se  sbillato qualche germoglio tra il terriccio umido.
All'annuncio: "Ovvia, stamani si sente qualcuno!" Silenzio
e Tensione entrano in classe e si siedono in mezzo ai
ragazzi. Diarrea Liquida intanto scende in fretta le scale,
mentre Fauce Riarsa e Battito Cardiaco Accelerato bussano
alla porta.
Sembrer sadico, ma seminare il panico libera talora dall'ansia
esistenziale. Ve lo consiglio nei periodi premestruali,ipotizzando un pubblico prevalentemente femminile (il
che mi rincrescerebbe, visto che sono per le pari opportunit).
Mi godo la paura disegnata su quei giovani volti, perch
sento gi che, contro ogni pi rosea previsione, mi sto innamorando
di loro, mentre loro credono di essere perseguitati:
tutto rientra nell'irrinunciabile pantomima educativa.
Consiglio alla classe docente di non modificare mai tutto
questo: non solo essa si priverebbe di un crudele, gradevolissimo
piacere, ma impedirebbe anche ai ragazzi
stessi di crescere, fortificarsi e, una volta grandi, vantarsi
coi loro figlioli ("Ai miei tempi s che la scuola era severa:
quella stronza di Italiano ci faceva cacare in mano quando
interrogava, eppure ci faceva imparare, ah, se ci faceva
imparare, invece guarda oggi queste smidollate che non vi
fanno fare nulla").
Con risultati ridicoli, CiccioEdo cerca di nascondere il testone
anguicrinito dietro il cranio a uovo di Leonardo il
quale si stringe con tutte le sue forze in se stesso per rendere
manifesto l'amico.
Tra le ragazzine i metodi sono molto pi infami.
Giulia Melatiro, aspirante velina e immancabile telespettatrice
dell'oscenit pomeridiana Uomini e Donne, tirandosela
forse pi del solito, punta il ditino verso Timida
Carlotta, sua rivale in ambito estetico, e mi suggerisce con
lo sguardo di beccare proprio l'odiata compagna.
Fingo di non cogliere il consiglio e proseguo la carrellata
visiva.
La splendida chioma rosso naturale di Aurora Bellicapelli
oggi fa un bel pandn col resto della sua faccia, mentre
lei cerca di gestire delle caldane che nemmeno in menopausa
la tormenteranno in questo modo.
Leonardo Impavido chiede di andare in bagno. Via,
Leonardo gli dico questo  un metodo troppo vecchio,
evolviti.
Margherita Rompi simula un'irreale ricerca di qualcosa
all'interno dello zaino: per cercare meglio vi sta entrando
dentro con tutta la sua ingombrante figura.
Tergiverso. Temporeggio. Rido di nascosto, poi annuncio:
Per evitare l'insorgere in voi di immotivate manie di
persecuzione, tirer a sorte.
Loro, che non hanno capito un tubo a parte l'ultima parola,
sorte, si defecano addosso. In un attimo ho vanificato
tutte le loro scelte tattiche abbandonando il loro infausto
destino nelle mani di quella dispettosa della dea bendata.
Ma ecco il deus ex machina: un pezzo di merda.
Non in senso metaforico: realmente.
Danilo detto Bu!, gi angustiato nell'olfatto da qualche
minuto, individua la causa del problema. Alza la manina.
Dimmi Danilo, vuoi venire volontario?
Macch profe, venendo a scuola devo aver pestato una
cacca di cane, posso andare in bagno a pulirmi?
La tensione si perde, la concentrazione  andata, la paura
 sparita. Ridono che sembra d'essere al bar dello sport.
Come si fa ad andare avanti cos, mi chiedo, e annuncio:
Via, oggi spiego, interrogher domani.
Stnding ovscion per questa (inconsapevole) magica-
profe.


Le grandi domande della vita.

 passato pi di un mese da quando ho varcato la soglia
di questa classe.
Edoardo, ore 8,15: gli occhi ce li ha ancora mezzi incollati
dalle lacrimine secche della notte, i suoi capelli hanno rifiutato
la spazzola, la sua lingua  impastata, gli puzza il
fiato e non c' verso: non vuole lavorare.
Si vede chiaramente, dalla cattedra.
Io firmo il registro e lui alza la manina.
Ha lo sguardo di un cerbiatto, ha ancora la vocina da
bambino ma ha il cervello di un adulto.
Dimmi Edoardo lo incoraggio.
Profe, avrei qualche domanda da porle fa lui tutto per
benino.
Volentieri, dimmi.
Ecco: perch esiste la mattina? Perch esiste la scuola?
Perch dobbiamo alzarci dal letto? Perch dobbiamo fare
due ore d'italiano? Perch la scuola esiste anche di sabato?
Perch quando faccio tardi la sera non posso restare a dormire
quanto voglio la mattina dopo? Perch i miei genitori
non ascoltano la mia richiesta di un riposo maggiore? Perch
alle medie non si fa mai uno sciopero? Perch mi tocca
aspettare di andare alle superiori per poter occupare la
scuola e poter dormire sul banco senza prendere una nota?
Perch questo cretino di Danilo  gi fresco e pimpante
alle otto e io invece non so nemmeno dove mi trovo?
"E io che dovrei dire, che ho fatto le quattro del mattino
a fare un bel po' di sano sesso col mio uomo e ora sono
tutta tronca e rintronata e non capisco nulla e invece vi devo
spiegare le regoline della grammatica italiana mentre
vorrei essere sul caldo e morbido futon dove ancora lui
giace?"
Sarebbe stato magnifico potergli rispondere cos.
Prendi la sedia e vieni qua Edo gli dico invece, perch
una denuncia  l'ultima cosa che desidero.
Lo faccio sedere vicino a me alla cattedra e insieme, tra
un esercizio di grammatica e l'altro, continuiamo a parlare
di questi grandi quesiti esistenziali ai quali neanch'io, nonostante
le medie, le superiori e l'universit, ho mai saputo
dare una risposta esauriente.
Temevo la noia, prevedevo il torpore intellettuale e rimpiangevo
i giorni trascorsi alle superiori.
Ora comincio a sospettare che le grandi domande della
vita finisce sempre che te le fanno i pi piccini.


Del professore che non tromba
e altre confidenze.

Di tutti i luoghi comuni che circolano nelle scuole da quando
Aristotele invent il liceo, quello che mi sento di avallare
con maggiore convinzione  legato all'attivit sessuale
degli insegnanti.
 uno dei pi lineari ed elementari sillogismi, seguitemi:
a) Tutti gli esseri umani hanno bisogno di trombare per essere
felici; b) Anche i professori sono esseri umani; c) Tutti i
professori hanno bisogno di trombare per essere felici.
Mi sembra cos semplice. Ma, ahim, non lo . Perch su
tutti i docenti che occupano posti a tempo indeterminato o
determinato nelle scuole italiane, sar s e no un quarto di
loro a esercitare l'attivit gaudiosa. Il resto, ci siamo capiti.
Ora, senza nulla togliere alla validit dell'autoerotismo
che, come ormai si sa grazie ai passi da gigante compiuti
dalla scienza, tutto fa fuorch accecare la gente, volete
mettere il beneficio che  possibile trarre da una sana notte
di sesso in compagnia? Io dico notte, ma va benissimo anche
il giorno, magari proprio il primo pomeriggio subito
dopo pranzo, appena tornati da scuola. O la mattina presto,
prima di andarci, meglio ancora.
Volete mettere l'aspetto appagato che vi si dipingerebbe
sul volto se aveste soddisfatto le vostre sacrosante esigenze
carnali e, parlando in classe di matematica, filosofia, fisica
e finanche religione, voi ripensaste, in codesta mente
atrofizzata pi dell'organo sessuale che avete tra le gambe,
alle poppe della vostra donna, alle (s)palle del vostro
uomo e a tutte quelle inenarrabili delizie gi celebrate dagli
antichi in tutte le lingue?
Colleghi, avvicinatevi, intendo svelarvi un segreto che
immagino conosciate benissimo, ma che vedo fingete d'ignorare:
i ragazzi individuano con un'occhiata distratta
chi di noi si mantiene sessualmente attivo e chi di noi non
batte chiodo da vent'anni. Datemi retta:  cos.
Anche i pi giovani, anche i pi ingenui, anche i pi
vergini.
Se ne accorgono. Hanno mille spie a lanciargli dei segnali:
la nostra espressione quando entriamo in classe, il
nostro modo di pronunciare il buongiorno, il nostro modo
di guardarli, di interagire con loro. La nostra disponibilit
alla comprensione, la nostra affidabilit, la nostra predisposizione
al dialogo.
Se non li guardiamo mai in fondo agli occhi, se non ci
lasciamo mai andare all'ironia, se cerchiamo di essere autoritari
a tutti i costi, essi faranno uno pi uno e sentenzieranno:
questo non scopa da una vita. E perderemo il loro
rispetto. Tenteremo di recuperarlo con comportamenti
forti, ma sar inutile, come lo  credere di averla vinta con
l'autorit piuttosto che con l'autorevolezza.
Per essere autorevoli, bisogna fare all'amore. Perch
l'autoritario  acido e incattivito, l'autorevole salvaguarda
e protegge comunque la propria innata dolcezza. Sa che,
come nel coito, per far funzionare le cose non occorre gridare,
avere furia e imporsi con le cattive. Basta ascoltare le
esigenze di chi ci  accanto, prenderlo con le buone.
Se al vostro partner il rapporto orale non piace, perch
gli volete fare per forza un lavorino di quelli?
Stessa cosa a scuola: se ai vostri studenti una determinata
corrente letteraria non garba, un preciso autore suscita il
tedio o l'orrore, ovvia, accorcitelo, taglitelo (metto gli accenti,
non si sa mai).
A me per esempio alle superiori  capitato di glissare
sul povero Carducci perch riscontravo in lui un'innata
predisposizione al risveglio dell'orchite giovanile. Quindi,
fatta una brevissima sosta su quel bellissimo sonetto che 
Traversando la Maremma toscana, spesso si passava direttamente
a Pascoli.
Il sesso rende duttili, ammorbidisce, addolcisce. Smussa
il nostro spigoloso carattere, illumina le nostre esistenze,
d un senso alla nostra levataccia quotidiana.
Allora chiudiamoli ogni tanto questi libri polverosi e
unti, e "diamoci, diamoci, diamoci dentro con la tenerezza!"
(lib. cit. da Shrek 1).
Ma torniamo in classe.


Mestruate e Ancorano.

Non avendo mai insegnato alle medie, avevo sempre avuto
a che fare con ragazze e ragazzi grandi, vaccinati e sessualmente
sviluppati.
La tematica dello sviluppo femminile, ad esempio, non
l'avevo mai dovuta affrontare perch era gi stata affrontata
prima che arrivassi io.
Profe, mi fa tanto male la pancia, qua, in basso mi dice
all'intervallo Michela, che  una dura e non si lamenta
mai di niente ma che oggi vedo con la faccia accartocciata
dal dolore.
Mi viene spontaneo chiederle se abbia il ciclo.
No mi fa lei non in questo momento. Per, sa, sono
sviluppata da due anni.
E infatti si vede benissimo, perch Michela ha appena
undici anni, ma non ha pi il corpo di una bambina.
Da due anni?! si scuote Giulia Melatiro sventrando il
suo panino alla Nutella.
S fa Michela sono sviluppata dalla quarta elementare.
Avesse visto, profe, come ci rimasi male... Era il primo
gennaio, me lo ricordo benissimo.
Ti capisco le dico io che, alla sua identica et, in un'ignara
mattina mi trovai il sangue fino alle ginocchia ma
sapevi gi come funzionavano le cose o eri all'oscuro di
tutto?
No no dice Michela ancora non sapevo nulla, ma la
mamma mi ha spiegato tutto al momento, mentre mi aiutava
a sistemarmi l'assorbente.
Assorbente?! Chi  che si fa ancora la pip addosso?
chiede il buontempone di Edoardo passando dalla cattedra
con l'estath alla bocca.
Te CiccioEdo levati di qui che tanto sei un ragazzo e
non capisci niente gli risponde Giulia col suo fare acetoso
quello per la pip si chiama pannolino, qua si sta parlando
di assorbenti, che sono cose da donne e ne possiamo
parlare solo noi con la profe, vero profe?
Non ti preoccupare Edo intervengo invece puoi restare,
se vuoi. Chiaramente lui resta, che  curioso peggio
delle scimmie.
Tu invece non hai ancora avuto le mestruazioni? chiede
Michela a Giulia.
No risponde lei, triste ma la mia mamma dice che mi
verranno presto perch ho gi un po' di tettine sussurra
pianissimo per non farsi sentire da Edoardo.
C'hai le tettine?! fa lui ma se non ti si vede che una
gran pialla l davanti!
Edoardo intervengo ancora guarda che se stai qui
con noi ti devi elevare al nostro livello di conversazione.
Altrimenti vai a fare pari o dispari con Danilo.
Entra Danilo detto Bu!: Edo, ma che vieni o no a fare
pari o dispari?.
No fa lui tutto serio, a omino resto qua a parlare con
le ragazze. E poi prosegue, con l'aria del medico di famiglia:
Tu Valentina sei sviluppata?.
Ma che cavolo te ne frega a te! bercia lei rustica e scontrosa.
Poi guarda me e dice, come se fosse una colpa: Non
sono mica sviluppata ancora, sa profe.
Ah be', meglio, no? Hai tutto il tempo davanti dico io.
Davvero, molto meglio ribatte Michela io due giorni
prima del ciclo divento una iena e poi ho mal di pancia
per una settimana.
Entrano alla spicciolata Ivano Sottutto, Rhoberhto
Errhemoscia detto il Sanguinarhio, Carlo Assenteista e
Lucianino. Si mettono ai loro banchini a divorare la merenda
e pian piano captano il clima di conversazione vri rd in
corso alla cattedra. Si avvicinano anche Aurora Bellicapelli
e Timida Carlotta, tutt'e due secche come due paletti e
piatte come il Tavoliere delle Puglie.
Di che parlate? chiedono le due ragazze.
Di mestruazioni rispondono le altre due.
D'icch ragionano quelle grulle?! indagano i ragazzi
dal banchino.
Ah s, io ho capito fa Ivano Sottutto parlano di quando
le bambine diventano signorine, di quando perdono il
sangue da "l".
Da l dove?! chiede uno smarritissimo Rhoberhto Errhemoscia.
Ma di, da "l" ti dico. Ma che, non lo sai?! indaga Ivano
col sarcasmo che gli s'affaccia sui denti.
Cerhto che lo so! si difende Rhoberhto mica sono
crhetino.
Invece un po' cretino lo sei eccome interviene cos,
senza essere stata nemmeno interpellata, Margherita
Rompi.
Rhoberhto con gli occhi invoca tacitamente il mio intervento.
Margherita vieni qua da noi, che ti insegniamo a rispondere
un po' meglio ai tuoi compagni le dico.
S, subito, eccomi profe, di cosa state parlando? saltella
lei sciantosa.
Di sangue fa Michela Mestruata con lo sguardo inquietante
del Conte della Transilvania.
S, di sangue e di assorbenti rincara la dose Valentina
Ancorano.
Ih, che schifo esclama Margherita. E se ne va.
Parlate un po' pi spesso di sangue fa Carlo cos almeno
ce la leviamo di torno.
Ma questo sangue, in prhatica, da dove uscirhebbe?
chiede Rhoberhto, che prima aveva solo fatto finta di capire.
Ma che ne so io dice Lucianino tu lo sai, le ragazze
parlano sempre di cose strane tanto per fare le ganzine.
Non facciamo le ganzine sbraita Giulia Melatiro siete
voi che non capite nulla e a undici anni non sapete nemmeno
cosa sono le mestruazioni.
Che parola ha detto?! fa Leonardo entrando e guardandosi
attorno.
Non l'ho capita, perh a sentirhla mi fa parhecchio
schifo conclude Rhoberhto.
Poi per fortuna suona la campanella, io butto tutto nella
tracolla della Pucca, mi rintano al gabinetto e, in meritata
intimit, mi cambio il Tampax.

 L'autogol delle bisdrucciole.

Tu hai spiegato l'accento tonico in tutti i bienni superiori in
cui hai insegnato e non  mai successo nulla di che. Semmai
qualche sbadiglio, un rutto soffocato, una scoreggia
col silenziatore.
In prima media, in questa prima media, si nascondono
trappole inaspettate e devi stare all'occhio.
A seconda della sillaba sulla quale cade l'accento tonico,
le parole assumono una denominazione ben precisa
declamo scavallando per l'aula sui miei stivaloni di pelle,
col gessino in mano e i capelli pi gonfi del solito per via
dell'umido d'ottobre. Le parole con l'accento sull'ultima
sillaba si chiamano tronche; quelle con l'accento sulla penultima,
che sono le pi numerose, si chiamano piane;
quelle con l'accento sulla terzultima si dicono sdrucciole e
quelle con l'accento sulla quartultima, infine, bisdrucciole
continuo schematizzando alla lavagna.
Potevo io pur lontanamente immaginare che l'autogol si
celasse dietro una virginale esemplificazione?
Vi faccio alcuni esempi: dorm, realt, caucci sono tre
parole tronche. Ricrdo, tremndo, siluro sono tre parole
piane. Rgola, prdigo sono due parole sdrucciole. Quelle
bisdrucciole sono le pi rare. Per esempio mandamelo.
Mandamelo?! si riscuote Rhoberhto Errhemoscia detto
il Sanguinarhio, e poi, voltandosi verso il compagno: Ma
allorha anche lccamelo  una bisdrhucciola? e ridacchia.
Boh fa Elia Tantobravino chiedilo alla profe.
Lccamelo?! Chi ha detto lccamelo?! chiede Aurora Bellicapelli.
Oh! Ma sei pazza? Che parole dici?! sussulta Irene
Perbene.
Vedrai, l'ha detta Roberto! si difende lei.
Intanto Roberto si butta via in risatine soffocate.
Io do le spalle alla classe e mi attardo alla lavagna. Ripeto
il mantra sono-una-dura, sono-una-dura, sono-una-dura
e sono disposta a dare la vita, oltre alle spalle, piuttosto
che mostrarmi con la bocca sganasciata a ridere come una
dozzinalissima cimbrccola.


Getta i progetti!

Puntare in alto ripaga sempre. Se chiedere poco significa
non ottenere una beneamata minchia (dal latino plautino
"mentula", poi "mentla" per caduta della "u" e "mencia",
con successiva trasformazione del nesso "-tl-" in "-cl-" e finale
mutazione della liquida "l" nell'aspirata "h"), chiedere
molto fa ottenere moltissimo. Sollecitare l'intelligenza e
l'impegno acuisce l'ingegno e potenzia la voglia di fare.
Ma allora perch i programmi si sono cos ridotti, gli
obiettivi cos abbassati? Perch si crede che ai ragazzi vadano
risparmiate le fatiche e alleggerite le some, perch si ha
paura a gravarli di sane e calibrate responsabilit?
 come se il professore, per una sorta di bisogno di accettazione,
avesse deciso di svendersi con lo scopo di farsi
amare a tutti i costi dai suoi studenti.  una gara: vince chi
fa lavorare meno e fa divertire di pi. Vince chi d meno
compiti, chi fa fare pi cartelloni e ne riempie la classe,
meglio ancora i corridoi, che tutti vedano, che tutti sappiano,
quanto ci si diverte con quell'insegnante che spiega
poco e ci fa parlare di noi mettendoci tutti in cerchio a fare
autoanalisi. L'autoanalisi a undici anni: che teoria geniale.
Nella scuola di oggi la grammatica  out: perch? Dove
sono finite le mie ore e ore passate gobba sul testo Grammatica
e vita a consumarmi le diottrie sull'analisi grammaticale,
logica e del periodo? Che fine ha fatto il silenzio da
monastero zen in cui macinavo, da sola come un'eremita
della Verna, le favole al telefono di Rodari e i romanzi di
Calvino? Perch i ragazzi oggi devono sempre ascoltare
musica anche mentre si liberano l'intestino? Perch nessuno
di noi dice loro che i lavori migliori dell'uomo nascono
nel silenzio? Perch non gli si insegna ad ascoltare il suono
delle parole?
Nello psicologico concorso "Vota il miglior professore",
vince chi spiana di pi la strada, chi sposta gli ostacoli, chi
calcia con una pedata i famosi ciottoli che fanno inciampo
sul sentiero di don Abbondio. Ci vogliono cos dall'alto,
dalle stanze bottonate del Ministero.
In questa scuola rinnovata, rivoluzionata e messa finalmente
al passo coi tempi, vince soprattutto chi pensa, partorisce
e mette in piazza il maggior numero possibile di
assurdi progetti.
Io e alcune mie colleghe di Lettere ( inutile) non ce la
diciamo.
Loro starebbero sempre nei corridoi a scambiarsi gli studenti,
a fare combriccola e a organizzare quelle attivit che
esse chiamano "a classi aperte". Con quei progetti poi mi
fanno due scatole cos e si offendono perch non partecipo.
A me la porta della classe piace tenerla chiusa: dentro, io e
i miei ragazzi e basta, a fare le nostre cosine, la nostra
grammatichina, i nostri temini, a leggerci i nostri librini e fare le
voci nella lettura interpretativa. Mi garba farli stare tutti insieme
a guardarsi negl'occhini mentre parlano, conoscerli
lentamente, capire cosa gli frulla nel cervellino, cosa muove
la loro lingua a pronunciare certe frasi che si fanno man mano
sempre meno sconnesse e illogiche. Mi piace vederli crescere,
gustarmi le loro trasformazioni, tentare di mutare in
meglio le loro dinamiche polemiche, i loro rapporti conflittuali.
Godo quando dal "vaffanculo" si passa al "perfavore", dal
"mimportanasega" al "dimmipure", dal "nommirompericoglioni"
all'"oggivengoaccasatuastudiare".
Questo continuo smembrare e ricomporre la classe (se
posso dire la mia) depaupera l'identit della classe stessa
e non agevola - come si crede - la crescita dell'amicizia.
Questo riempirsi la bocca di grosse parole (Progetto Salute,
Progetto Giornalismo, Progetto Biblioteca, Progetto
Scrittura Creativa, Progetto Cineforum, Progetto Teatro)
mi pare (ma probabilmente erro) che ci sottragga tempo
prezioso per insegnare ai ragazzi quello che dovrebbe essere
insegnato alle scuole medie.
Mi chiedo sovente a cosa serva un Progetto Cortile. Abbiamo
a cuore un decoroso impatto estetico con lo spazio
verde antistante la scuola? Bene: chiamiamo una ditta giardiniera
e facciamoglielo rimettere a nuovo.
Noi per, per cortesia, restiamo in classe e, tra la coniugazione
di un verbo e l'altro, guardiamo lavorare gli operai
dalla finestra, sorridendoci intanto pieni d'amore.


Le parolacce della scuola.

Pi passa il tempo e pi, facendo questo lavoro, provo l'impressione
di essere portata per il naso.
Quando cominciai a insegnare, le scuole si chiamavano
"materna", "elementare", "media" e "superiore", il programma
"programma". Gli studenti, soprattutto, si chiamavano
"studenti", semmai "alunni", al massimo "discenti".
Tutti nomi, peraltro, molti belli, con una storia etimologica
dietro che poeticamente riconduceva ai tempi in cui studiare
era una fortuna e non uno sculo clamoroso.
Nessuno vorr negare, io credo, l'importanza insita nel
nome delle cose. Diceva Giulietta, ai tempi, che la "rosa"
non avrebbe avuto un profumo minore con un nome differente,
ma lo diceva per convincere se stessa e trovare il
coraggio di concedersi a Romeo: vuoi mettere come il
suono aiuti le narici? Una parte del successo gastronomico
dello "stufatallasangiovannese" sta anche nella combinazione
onomastica dell'alimento. Stessa cosa dicesi
per i "saltimboccallaromana", per lo "spaghettallacarbonara",
per la "schiacciatalluvasultanina", ma torniamo a
scuola.
Oggi le scuole hanno nomi inutilmente lunghi: a parte
la "scuola dell'infanzia" e la "scuola primaria" che si mantengono
nei limiti della pronunciabilit, le medie e le superiori
si chiamano rispettivamente "istituto secondario
di primo grado" e "istituto secondario di secondo grado".
Non risulta a nessun docente, tuttavia, che al cambio lessicale
sia seguito un miglioramento qualitativo.
Il preside non  pi solo "preside":  "dirigente scolastico".
Sorprende? Non dovrebbe, visto che la scuola oggi 
considerata da tutti (eccezion fatta per chi ci insegna)
un'azienda. E di questo bisogna ringraziare quel governo
spiritoso che mirava alla modernizzazione dell'istruzione
e prometteva inglese, informatica e impiego per tutti, salvo
poi lasciarci linguisticamente ignoranti, strumentalmente
analfabeti e disoccupati pi di prima.
In linea con l'ideologia aziendale, lo studente  diventato
"utente": a lui e alla sua famiglia va presentato un
"Piano dell'Offerta Formativa" (per gli amici "POF", lemma
onomatopeico che rievoca un rocchio di feci finito nel
cesso) che sia il pi ipnotico e ammaliante possibile: basta
promettere mari e monti che poi non arriveranno mai
(visti anche i finanziamenti da barzelletta) e l'utente 
nostro.
Per dimostrare di aver fatto di lui un buon prodotto di
commercio, basta farlo uscire dalla scuola accompagnato
da un laudativo "portfolio", una carta da visita e d'identit
assolutamente positive che fanno di lui il primo pubblicitario
di se stesso, affinch possa iniziare a vendersi sul
mercato dei furboni.
Il didattichese si avvale di tutta una terminologia che io
uso quando mi sento gi di morale e ho bisogno di farmi
due risate di cuore: "collaboratore scolastico"  il bidello,
"insegnante prevalente"  il maestro di una volta, "unit
di insegnamento" sono gli argomenti della lezione del
giorno, il "tutor" (ma  latino o inglese?)  l'insegnante
che appoggia il maestro, che aiuta i neo-immessi in ruolo
o che segue gli iscritti all'universit. Un delirio.
Le chicche di questo vocabolario, mostruoso ibrido tra il
bancario e l'imprenditoriale, restano per i "crediti" e i
"debiti formativi": come a dire agli studenti (pardon, utenti)
che la loro vita sar tutta un pagare. E siccome il dare
sar sempre maggiore dell'avere, cominciate subito a frugarvi.
Affari interni e guerre intestine
In ogni classe serpeggiano diffuse inimicizie, si sa. In questa
di pi. Si seppelliscono metaforiche mine antiuomo
sperando poi che il bersaglio ne pesti almeno una e salti in
aria. Alcuni non si sopportano proprio.
La differenza tra le medie e le superiori  che alle superiori
i ragazzi hanno gi imparato (e bene) la sottile arte
della simulazione. Si odiano, ma si fanno certi sorrisi a tutta
bocca che sembrano il pupazzo vestito di giallo di un fast-food.
Si ammazzerebbero le reciproche genitrici, per
s'invitano a casa l'uno dell'altra a studiare in un clima pesante
di malcelata antipatia e dalle mamme si fanno preparare
la merenda.
Alle medie, se c' dell'attrito, se lo manifestano senza
stare a girarci tanto intorno.
Nove su dieci, l'oltraggiante pesca le proprie parole nel
vocabolario sessuale e le tira in faccia all'oltraggiato secondo
uno schema sintattico molto semplice basato sul
botta-e-risposta esclamativo.
Finocchio sibila, mentre spiego Storia, Giulia Melatiro
a Leonardo Impavido, che siede davanti a lei.
Lesbica risponde sussurrando Leonardo Impavido,
senza neanche voltare del tutto la testa all'indietro ma limitandosi
a storcere bruttamente la bocca.
Allora?! chiedo io elevando il tono della voce e lanciando
un par di dardi infuocati dalla pupilla oculare.
Profe, Leonardo mi ha detto lesbica mugola Giulia
Melatiro.
Ma profe, questa racchia m'ha dato del frodo si difende
lui.
Invitati a uscire per proseguire la discussione in separata
sede e se possibile in perfetta letizia francescana, i due hanno
fatto ritorno dopo una decina di minuti annunciando a
tutta la classe di essere due comunissimi eterosessuali.
Ma i termini dell'alterco non si esauriscono qui. Pare
che la radice del bellicoso rapporto sia da ricercare negli
anni delle elementari, quando il Signor Melatiro (di allora
anni quaranta) minacciava verbalmente l'imberbe Leonardo
(all'epoca novenne) affinch questi cessasse l'odiosa
pratica delTalza-la-gonna-e-scappa.
Il bambino per non ha purtroppo (per fortuna) mai
avuto paura di niente e di nessuno. Guardando con aria di
sfida il Signor Melatiro, soffiava: "Senn cosa mi fai?".
"Il mio babbo dice che sei un delinquente e che da grande
andrai in prigione" cantilenava la piccola Giulia a quel
giovane impavido, badando bene di non allontanarsi troppo
dalla sottana della maestra che senn le arrivava un
mustaccione da ricordarselo fino alla maturit.
"Il mio invece dice che tu finirai a fare hot dog alle Cascine"
replicava lui.
All'epoca la vergine Giulia non coglieva l'allegoria, ma
alle medie qualcuno (non si sa chi) gliel'ha spiegata.
Profe, Leonardo mi dice che da grande andr a fare gli
hot dog alle Cascine e lo sa cosa vuol dire? Che far delle
cosacce sudice.
Il ragazzo  quantomeno fantasioso, dico a me stessa.
Dietro l'immagine figurata dell'hot dog egli si riferisce
evidentemente all'organo genitale maschile adulto. Individuerebbe
perci la futura occupazione della sua giovane
compagna nel pi antico mestiere del mondo. Non a caso
egli ubicherebbe il virtuale "ufficio" di costei nel famoso
parco fiorentino, tradizionale ricettacolo di travelli e puttanone.

 Bulli e pupe.

Preparati a una mattina di sangue mi ha detto Collega
Stanca io, senti, sono gi stanca di questa classe cos pesante
e indisciplinata.
Ma no, di che sono carini le rispondo, e mi stupisco
nell'accorgermi che, dopo due mesi con loro, lo penso veramente
piuttosto dimmi cosa  successo.
Ella mi fa un racconto realista di stampo verghiano.
La campanella era appena suonata, quando Leonardo Impavido
strisci fuori dalla classe, non visto da nessuno. Tutti
gli altri erano ancora impegnati a buttare roba negli zaini e a
vestire il giubbottame, che non notarono affatto l'assenza
dell'amico. Meno fra tutti la not lei, Giulia Melatiro.
Dandosi approssimativi appuntamenti per il pomeriggio,
tutti uscirono in massa salutando l'insegnante. Nel
corridoio corsero, come ogni giorno. Davanti al portone si
spintonarono, lottando per la precedenza. Una volta in
strada, si diressero verso il sottopassaggio, che ovviava la
pericolosit del vialone a sei corsie.
Giulia Melatiro era rimasta indietro per rifarsi di fresco
la coda, passarsi il lucidalabbra sulla bocca e indossare i
guantini.
Avrebbe fatto meglio a indossare i guantoni, perch Leonardo
Impavido, in fondo al tunnel, aspettava proprio lei.
Che fai qui? gli chiesero gli altri vedendolo piegato a
legarsi una scarpa.
Mi lego le scarpe rispose Leonardo.
Ma come Penelope con la sua tela, l'impavido allacciava
e poi slacciava la sua stansmith, maturando in petto un
desiderio di vendetta cos prepotente, che quando la biondina
giunse non avrebbe potuto pi trattenersi nemmeno
se lo avesse voluto.
Cosa mi dicevi allora stamani, puttanella? le disse parandosi
davanti a lei.
M'hai fatto paura, scemo, che vuoi? rispose lei.
Voglio che mi ripeti quello che mi dicevi stamani.
E cosa? Ah, quello.
S, quello. Ridillo se hai coraggio.
No, non lo ridico.
Hai paura.
No, non ho paura.
Nemmeno io: guarda.
E, allungandole le mani addosso, in un attimo le sfil il
giubbottino di jeans e glielo tir sul volto. Mentre lei non
si rendeva conto di niente e soprattutto non vedeva nemmeno
poche ombre, lui l'aveva gi sonoramente cazzottata.
Poi aveva voltato il culo ed era andato a casa, non prima
di aver esclamato: E ora di' al tuo babbo di venirmi a
dire di persona quella storia del delinquente e della prigione.
Io non ho paura nemmeno di lui.
La sventurata, in quella precisa occasione, non rispose.
E onestamente fece bene.
Medito sul racconto di Collega Stanca e mi ricredo: c'
una ventilata possibilit che in questa classe non siano tutte
roseffiori.
Cpita, quindi, che a volte tu ti faccia un bel programmino
che poi il naturale corso della giornata stravolge in
due minuti. Mentalmente ricapitolavo quello che avevo
deciso di far fare ai ragazzi: un'ora di grammatica (correzione
degli esercizi su dittongo, trittongo e iato, interrogazione
su labiali, dentali, alveolari, palatali e gutturali) e
un'ora di antologia (brano di Luigi Malerba sulla zebra
che non sopportava il suo mantello a strisce bianconere).
E invece ti tocca allestire un'aula di tribunale e inscenare
un processo. Presenti l'accusa e la difesa. Chiedi che ti
siano illustrati i particolari del crimine e a turno fai entrare
i testimoni. Li ascolti. Ascolti l'accusato, le sue ragioni.
Ascolti la parte lesa, e scopri che prima di essere lesa, costei
ha leso talmente tanto la pazienza all'accusato, che l'esito
della vicenda non poteva che volgere in quel senso.
Cerchi di chiarire, di far luce. Cerchi anche di illuminare
quelle menti che pensano che offendersi e picchiarsi sia un
avanzatissimo sistema comunicativo. Dici loro che la parola
garantisce risultati migliori, che il placido confronto
appaga e che la civile convivenza non  un'invenzione: 
una necessit primaria dell'essere umano.
"Ora gli metter una nota?" ti chiede qualcuno. Non
gliela metterai, a patto che non si parli pi di puttane e di
galere. Il patto  accolto.  accolta anche la loro richiesta di
perdono.
Poi guardi l'ora.
Non hai pi tempo per la grammatica, figuriamoci per
la zebra di Malerba.
Curiosamente, ti rendi conto che non te potrebbe fregare
di meno.


Botte di stampa.

Quando (un giorno s e un giorno s) leggo sui giornali le
notizie di episodi di bullismo e violenza scolastica, mi sento
stringere la bocca dello stomaco.
Non per la paura. Per il disappunto e l'incredulit.
Sar anche stata fortunata, non lo nego, ma io tutta questa
violenza in pi rispetto a un tempo, nella scuola, non
la vedo. E s che di istituti ne ho girati uno all'anno, durante
le supplenze annuali che sceglievo.
Ho insegnato (come tutti, quando vanno di gavetta) nei
licei che funzionavano una meraviglia e negli istituti dove
c'era un gran casino. Dai tecnici ai professionali, ho trovato
gente pi o meno appassionata, ragazzi accoglienti o con
lo scazzo addosso, persone motivate o che stavano a scaldare
la sedia, come (siamo onesti) si usa da decenni.
Forse qualcuno che provava a fare il grosso, forse chi chiedeva
sovente di uscire per insofferenza alla lezione, magari
un caliente battibecco all'intervallo, o frasacce sibilate
all'interno della classe, come quelle intercorse tra Leonardo
Impavido e la signorina Melatiro. Oltre questo, in tutta sincerit,
non sono andata mai.
Invece ultimamente non si fa che leggere di ragazzi che
picchiano compagni handicappati, di femmine aguzzine
che percuotono amiche pi belle di loro, di minacce reiterate
e quindi realizzate a tredici anni, di pedinamenti e persecuzioni
fin sotto casa per estorcere paghette settimanali.
Quando trasmisero quel video in cui gli studenti ribaltavano
la cattedra addosso a un inerme professore, ricordo che
ero a cena e la voglia di mangiare, in un soffio, mi pass.
Per devo dire ci che penso.
Penso che si faccia una gran speculazione mediatica su
episodi che forse nella scuola ci sono sempre stati. Penso
che faccia molto comodo ai giornali gridare alla violenza
tra gli adolescenti per sollevare un po' il livello numerico
dei lettori quotidiani. Penso che quella dello scandalo e
dello shock rappresenti la cultura dilagante ai nostri giorni
e che si sia diffuso un sadico piacere nel diffondere notizie
allucinanti piuttosto che racconti costruttivi di una
normalit felice che, si stenta a crederci, ma esiste.
Come esiste una scuola positiva, di cui nessuno parla
mai. Esistono ragazzi seri, impegnati, volenterosi e intelligenti
che restano sommersi dal protagonismo imposto di
quei quattro teppistelli che imitano l'eterno Franti. Ed esistono
insegnanti che, per la passione che ci mettono, a volte
passano da bischeri. Perch, per la gente, l'insegnante 
un gran furbone quando la scuola chiude per le vacanze
lunghe, ma fa presto a diventare un inetto fallito socialmente
quando lavora per pi ore di quelle che poi ne riscuote
in busta paga. L'insegnante (come lo studente) interessa
solo quando  incapace, disonesto e alza le mani.
Nessuna pagina stampata di fresco la mattina celebra
tutti quelli (docenti e discenti) che si alzano dal letto volentieri
per varcare quella soglia emozionante e respirare l'inconfondibile
profumo della scuola.

 Il collega "modello Luggio".

Quando, dieci anni fa, mi si scaten dentro tutto quest'ardore
per la scuola, pensai che l'ideale sarebbe stato innamorarmi
di un collega e vivere con lui un'esistenza di trentasei
ore lavorative in due. Fare ognuno le nostre diciotto
ore settimanali e poi godere di tutto il tempo libero restante
per aggiornarci, acculturarci, viaggiare, leggere, insomma:
vedere gente, muoversi, conoscere, fare delle cose.
Poi per cominciai a frequentare le sale professori e, all'apparir
del vero, tutte le mie misere speranze caddero. I
professori belli non esistono.
Strano per, perch quando frequentavo il Classico avevo
un professore di Storia e Filosofia non bello: strabello.
Sergio Signorina, occhio verde e capello brizzolato, sensibile
e colto, ironico e intelligente, accoglieva in s tutto
quello che una donna possa desiderare in un compagno.
Ci chiamava "signorina" e noi eravamo perse dietro a lui.
Intellettualmente, certo (come no).
Deduco dunque che il problema dei professori belli sia
legato a un processo prematuro d'estinzione. Non ci sono
pi, ma c'erano.
Ora che sono professoressa anch'io, non si va oltre il "modello
Luggio".
Luggio (tutt'altro che un modello) era mio collega tanto
tempo fa, all'inizio della mia carriera. Di chiamarsi Luggio
lo diceva lui perch, essendo cosentino, sonorizzava spudoratamente
quella "c" di Lucio trasformandola non in
una, ma in due "g". "Piagre, Luggio", si presentava. In
realt voleva esprimere un innocuo "piacere, Lucio".
Luggio il collo non ce l'aveva. Per natura, dalla nascita.
Come una damigianina da venticinque litri, Luggio andava
tutto in larghezza: spalle, pancia, gambe. Tutto largo. E
tutto nero: occhi, capelli, incarnato.
Si tenderebbe a pensare che uno cos viva nell'ombra e
faccia del "late bisas la propria filosofia esistenziale. Au
contraire, Luggio signoreggiava in sala professori,
spocchioneggiava nelle classi e s'atteggiava a ultimo
esemplare della Magna Graecia lungo i corridoi. Faceva il
ganzo in dosi insostenibili,
rendendosi odioso a molti, i ragazzi in primis.
"Degl'Innogenti, ma gosa hai fatto? Gredi ghe non lo sento
ghe ti sei fatto una ganna?!"
Luggio aveva un rapporto conflittuale col congiuntivo.
Non padroneggiandolo, lo snobbava ricorrendo all'indicativo
in tutte le situazioni. "Voglio ghe tu vieni interrogato",
"Pretendo ghe tu vai alla lavagna", "Ordino ghe tu
esci subito dalla glasse" erano frasi che si riproponevano
spesso, nelle classi e nelle ore di Luggio.
I ragazzi mi sfottevano.
Dicevano che Luggio ci provava.
Era vero.
Mi chiamava "pringipessa" e infilava nel mio cassetto
terzetti di Ferrer Rocher o coppiole di Baci Perugina. Per
Natale incastr tra la letteratura del Luperini e la Divina
Commedia commentata dal Di Salvo un bottiglione pacchiano
del profumo pi cattivo del mondo: Dolce & Gabbana,
ampolla giallo oro con tappo rettangolare rosso fuoco.
Quando giunse la primavera, ogni pomeriggio cominciai
a trovare, distesa sul parabrezza della mia auto e immobilizzata
da un tergicristallo che la strozzava, una rosa. Ogni
giorno una rosa diversa. Ogni giorno un colore differente.
Ero cos giovane e ingenua che mi convinsi fosse il mio
ex, quello che mi aveva lasciato per un'altra (non quello
che mi accompagn nella verde Padania, un altro ancora).
Credetti che si fosse pentito di avermi mollata per quella
figacciona con gli occhi verdi e la quarta di reggiseno e iniziai
ad aspettarlo. Tutti i giorni speravo di trovarci lui, accanto
alla rosa strangolata.
Un giorno (eccolo l) ci trovai Luggio.
Da allora i professori maschi in genere mi suscitano ilarit
e compassione.


Giudizi universali e note (poco) dolenti

Per aver sempre valutato numericamente i miei vecchi
studenti delle scuole superiori, manco di dimestichezza
nei giudizi verbali coi quali devo invece valutare alle
scuole medie. E poi dentro quei "sufficiente", "buono",
"distinto" e "ottimo" mi ci sento stretta, non ci respiro.
Se ci dobbiamo limitare ai numeri lo posso anche fare,
ma se siamo a scrivere parole, scriviamole pi colorite, lasciamoci
andare, siamo creativi, perdo.
Cos ho iniziato timidamente con "picchebbuono", per
allargarmi dopo poco in un "quasidistinto". Non ancora
in pace con me stessa e forse superando il limite, ad Aurora
Bellicapelli ho scritto "incommentabile" a un riassunto
che sinceramente mi provocava cenni di conato. A Margherita
Rompi ho scritto "non ti rifare" a un disegno osceno
che corredava degli appunti. Con Danilo detto Bu! mi
sono lasciata andare in uno "sto per cadere vittima di un
colpo apoplettico" quando mi ha fatto leggere la sua ricerchina
di Geografia. A Carlo Assenteista, un giorno che
presenziava alla mia lezione, ho scritto "datti una mossa a
rimetterti in pari se no ti apro nel mezzo". Con Michela
Mestruata, che ha la mano di una pittrice, non mi  sembrato
ardimentoso commentare con un "fa.vo.lo.so." un
disegno che lei aveva allineato al commento di narrativa.
A Timida Carlotta, altra riconosciuta artista, ho scritto
"superlativo assoluto" alla sua personale riproduzione
dell'arcipelago toscano.
Il dramma parte quando essi tentano di stilare una classifica
di questi giudizi, dal pi basso al pi elevato. Per esempio
colgo Michela che dice a Carlotta: Guarda che "fa.vo.lo.so."
vale molto di pi di "superlativo assoluto". E l'altra: Ma
che dici?! Non lo senti? Lo dice anche la parola, assoluto, vuol
dire che  assoluto, cio il meglio. Ora quando arrivo a casa
lo chiedo alla mia mamma. Io sinceramente spero che non
lo faccia o qua viene fuori un casino.
Analogamente, le tradizionali note disciplinari castrano
la mia inventiva e m'ingabbiano in formule precotte che
non rispecchiano mai il mio reale stato d'animo. A me non
basta dire che Tizio si comporta in modo scorretto, Caio
disturba il regolare svolgimento della lezione, Sempronio
si distrae durante la spiegazione. Ho bisogno di altro. Ho
bisogno dell'indugio descrittivo.
Due anni fa, nella classe quarta di un Istituto Alberghiero
non ebbi timore a scrivere che Marcello Cicciabomba, dopo
la lezione di Laboratorio di Cucina, rientrava in classe per
un'ora d'italiano ma continuava a discorrere di soffritto col
compagno di banco, diffondendo peraltro un insopportabile
olezzo di zuppa di verdure miste.
Tre anni fa, nella classe terza di un Liceo Scientifico, misi
per iscritto che Susanna Pocapanna, del tutto indifferente
alla dolcezza della natura femminile, si esprimeva col garbo
di uno scaricatore di porto, livornese per la precisione.
L'anno scorso, nella classe prima di un Istituto Tecnico
Industriale, resi immortale Daniele detto Irromba che, noto
fagocitatore di legumi, mostrava serie difficolt nel contenimento
di frequenti emanazioni gassose e gettava la
classe nel panico, compresa la professoressa.
Con lo scopo di eternare anche questi piccolini delle
medie, ho messo nero su bianco il fatto che Leonardo detto
Impavido, ormai oltremodo calato nel suo ruolo,  decisamente
troppo impavido. Gli si consiglia un atteggiamento
pi remissivo all'interno dell'edificio scolastico,
lasciandogli piena anarchia comportamentale entro le mura
domestiche. Spero che sua madre non mi denunci.
Ai ragazzi le mie note disciplinari sono sempre piaciute
tanto. Generalmente i protagonisti, all'intervallo, se ne vantano
con i compagni delle altre classi. Nel pomeriggio lo raccontano
agli amici di squadra o ai coetanei del gruppo parrocchiale.
All'ora di cena ne fanno relazione puntuale ai
genitori. Questi ultimi talora manifestano qualche perplessit,
che io, in sede di ricevimento plenario, motivo con la
voce "Esperienze diverse di scrittura: aboliamo il burocratese".
I presidi non se ne accorgono quasi mai. I colleghi sorridono
prendendomi per imbecille. Tutto bene insomma.
L'unico neo  che, in questo modo, si scatena una caccia
alla nota inarrestabile: tutti ne vogliono almeno un paio a
testa, per immortalarle in una bella foto sul telefonino. La
disciplina ne risente sensibilmente.


Compiti in classe: il rito del "masseno".

Trovo frustrante essere costantemente ripresa dai miei studenti
quando annuncio: "Mercoled si fa il compito" e loro
obiettano: "Ma profe, si dice verifica". Mi sento antica, superata.
Resto tuttavia del parere che compito faccia pi
paura di verifica e continuo a usarlo quanto mi pare.
Al primo compito di Geografia, me li immagino tutti oltremodo
preoccupati. Per la sottile crudelt insita nelle
domande, mi sento un sinistro incrocio tra Caino, Adolf
Hitler, Capitan Uncino, Freddy Kruger e Dick Dastardly.
Invece non sono altro che pi umoristici del solito e allegramente,
spensierati come quando Pinocchio vende l'abbecedario
per assistere allo spettacolo dei burattini, danno
inizio al rito sempreverde del "masseno".
Elia Tantobravino: Profe, ma se uno si dimentica di
qualche dato?.
CiccioEdo: Profe, ma se uno su dieci domande ne fa solocinque?.
Danilo detto Bu!: Profe, ma se uno non si ricorda l'inventore
della bussola?.
Lucianino: Profe, ma se a uno lei gli trova i bigliettini
nell'astuccio?.
Rhoberhto Errhemoscia: Prhofe, ma se uno fa tutte le
domande ma sbagliate, cio, prhoprhio non ne indovina
nemmeno una, perh s'impegna e ci prhova, lei almeno
considerha la buona volont?.
Leonardo Impavido: Profe, ma se uno per fare il morbido
sotto il foglio protocollo ci mette il libro di Geografia?.
Al compito di Storia, le dieci domande che avevo piazzato
davanti a quei diciassette testoni non sono bastate a tenerli
occupati e zitti per due ore. Quelli dopo tre quarti d'ora
non ne potevano pi. Ma non del compito in s, no: del
troppo silenzio, dell'eccessiva concentrazione, della calma
snervante e soprattutto dell'impossibilit di andare al gabinetto
che le due ore di compito implicano e impongono.
Profe, posso uscire? chiede Edoardo.
Assolutamente no gli rispondo lo sai che durante il
compito non si esce.
Profe, e io posso uscire? chiede Lucianino.
Eh, s, e te chi sei? gli fa Edoardo.
E io, profe? chiede Giulia.
Ecco, ora perch lei  una ragazza crede di poter avere
dei favori speciali commenta Danilo.
Non esce nessuno impongo serissima.
Profe, ecco, ma io volevo chiederle: qual  esattamente
il motivo per cui durante il compito uno non pu uscire?
si fa avanti Elia.
Te lo spiego dopo Elia, ora pensa a finire le domande.
Io sono a buon punto profe, posso uscire io? chiede
Margherita.
No, te non esci nemmeno se la profe ti dice di s decide
Leonardo.
Leonardo, allora?! gli dico.
Scusi profe, scherzo, lo sa.
Pensa a fare il tuo compito e voi fatela finita con tutte
queste battutine ribatto.
Battutine?! fa Rhoberhto. Io non faccio battutine prhofe, a
me mi scappa perh davverho. E si tiene in mano il pistolino.
Roberto falla finita e togliti la mano da codesto pistolino
gli intimo.
Oh, la profe ha detto "pistolino"! bisbiglia Edoardo.
S Edoardo, ho detto pistolino, cosa dovevo dire, transatlantico?
Eh! Eh! Transatlantico! Roberto con un transatlantico!!
commentano tutti.
Ora basta! impone l'impavido essssigo un po' di
sssilensssssio, ssshhh, per favore.
Profe, ma lo sente che fa apposta a usare tutte quelle sibilanti?
Cos ce la fa scappare di pi piagnucolano in falsetto
le ragazze.
La faccio breve: m' toccato mandarli tutti a pisciare a
uno a uno.


L'incredibile mondo del tema d'italiano.

Per un insegnante di Lettere, tuttavia,  quello di Italiano
il compito per antonomasia.
Lo so che ormai il classico tema, almeno alle superiori,
non lo d pi nessuno.
Quando il governo Berlinguer var la discutibile riforma,
ebbi un capogiro e mi sentii vacillare.
Io adoravo il tema.
Da studentessa elementare, esso coincideva con un mio
imbarazzante momento di gloria. La maestra Giuliana
Zoppetti stravedeva per il mio stile genuino e le mie ardimentose
argomentazioni e, quando raggiungevo il molto
bene, mi spediva a fare il "giro delle classi", una vetusta
pratica oggi (io mi auguro) caduta in disuso perch abbastanza
diseducativa secondo il mio modesto parere. Chiedendoti
"checcavolo mifannofare questiqua?" peregrinavi
di classe in classe a interrompere le lezioni altrui per leggere
a tutti il tuo temino. Se anche altrove riscuotevi il successo
che ti era stato riconosciuto dai compagni, partiva
l'applauso e te, rossa come il deretano di una scimmia del
Bengala, passavi alla classe successiva. Da quando, a otto
anni, scrissi che il sogno della mia vita sarebbe stato andare
a vivere da sola circondata esclusivamente da una savana
di animali perch in fondo il mondo degli adulti mi
convinceva poco, la maestra Giuliana Zoppetti interruppe
quella stupida processione.
Alle medie, il tema era l'unico impegno scolastico che
prendevo in seria considerazione. Negli anni del mio rifiuto
globale della cultura ufficiale e dell'educazione imposta,
rispondevo all'appello solo quando la professoressa Laura
Maccivedi distribuiva le tracce. Andavo sempre oltre, giusto
per fare la ribelle, per quella donna, ipovedente quanto
lungimirante, cap che dietro questa faccia da adolescente
stronza qualche neurone interessante, cerca cerca, ce lo si
poteva trovare.
Da studentessa liceale, il giorno del compito in classe
d'italiano era per me (ma anche per le mie compagne) un
giorno di gran festa. Il tema al liceo era sinonimo di libert,
di espressione, di idee e contenuti. I nostri contenuti,
le nostre idee. Quattro facciate bianco panna da riempire
di parole, assumendo posizioni forse scomode, spesso
inusuali, comunque ponderate.
Il tema era il cantuccio tutto mio, lo spazio anarchico pi
organizzato. Potevo citare il mio dio Vasco Rossi in un tema
sulla religiosit dell'essere umano e Johanna Eleganza
non mi avrebbe castrata. Potevo esternare convinzioni poco
allineate con le sue e lei mi avrebbe comunque letta volentieri.
Potevo raccontare i miei segreti e lei avrebbe mantenuto
la parola.
Da professoressa, poi, ho letto cose che voi umani non
potreste immaginare. Il giorno del tema era il Rivelscion
Di, la giornata della rivelazione. Il foglio bianco panna ora
ce l'avevano loro, i miei alunni, e io, svestiti anche i panni
dell'insegnante, oltre che quelli della studentessa liceale,
vestivo per un giorno quelli del padre confessore, del prete,
del medico. Tutto, purch mi legassi al segreto professionale.
Come m' sempre piaciuto leggere le confessioni dei
miei studenti! Era la nostra occasione, il regalo che la vita ci
faceva affinch uscissimo dagli angusti spazi impstici dai
nostri ruoli e andassimo oltre: alla scoperta delle nostre anime.
Io spiavo la loro attraverso lo svolgimento, loro spiavano
la mia a partire dai titoli che ogni volta proponevo.
Parlo al passato, ma voglio sperare che i temi circolino
ancora per le classi e che agli alunni se ne facciano scrivere
ancora tanti.
Quando un'insegnante sceglie i titoli da proporre in classe,
pu imboccare due strade. Proponendo robaccia come
La violenza negli stadi, La droga: flagello della nostra era, La
scuola: palestra di vita o Rifletti sulle stragi del sabato sera, avr
poco da sperare. Verr bollata come la solita sfaticata che
rispolvera ogni anno tracce sempre uguali. L'originalit dei
titoli proposti, invece, creer un frizzante clima d'attesa e
porr i ragazzi in uno stato di sfida con se stessi. "Che titolo ci dar oggi, quella svalvolata?!" si chiederanno.
Voi arriverete in classe con tre, quattro, cinque alternative,
tutte parimenti strepitose, e godrete come maiali quando
quei testoni inizieranno a lamentarsi: "Ma profe, sono
tutti belli, non so quale scegliere!".
Un giorno spiazzai la classe di un Istituto Tecnico Industriale
bergamasco scrivendo alla lavagna l'aforisma di
Hermann Hesse secondo cui a scuola non s'imparerebbero
altro che il latino e la menzogna e and a finire che la lode
sperticata della scuola la fecero loro senza che nemmeno
gliel'avessi chiesta. Un altro giorno osai con un brandello
dell'intervista rilasciata da Paul Hewson a una rivista musicale:
La musica  dio e il rock non  che uno dei suoi profeti. "E
chi sarebbe codesto Paul Hewson, profe?!" mi chiesero sospettosi
e malfidati, salvo poi buttarsi tutti a capofitto sull'argomento
quando seppero che si trattava di Bono Vox.
Purtroppo, per, l'elaborato scolastico per eccellenza,
nel quale si riconoscevano tutti gli studenti di tutte le citt
di tutta l'Italia, pass tristemente di moda e, per volere di
un ministro che la scuola l'aveva lasciata da un pezzo, fu
sostituito.
Ora al posto del tema abbiamo nuove, rivoluzionarie e
sconcertanti forme di scrittura. Tendenzialmente tutte mi
fanno pisciare addosso dal ridere, ma se mi concentro e le
guardo meglio posso anche stilarne una classifica ragionata,
ordinandole dalla meno alla pi ridicola.
La forma di scrittura proposta (imposta) forse un po'
meno oscena  l'analisi del testo poetico o narrativo. Cio:
io ti do una poesia o un pezzo di romanzo, di racconto o di
novella, e tu me l'analizzi. A colpo d'occhio, una bella cosa.
Ma bada bene: io l'analisi non te la lascio fare come ti
pare, eh no, troppo bello (forse) e (sicuramente) troppo
difficile. La tua analisi sar guidata. Cio: io ti spiattello l
tutta una serie di domandine tattiche e tu ti fai docilmente
pilotare a dirmi esattamente quello che io voglio mi sia
detto. Le figure retoriche, non ti preoccupare, te le segnalo
io. Per quelle pi difficili che probabilmente non ti ricordi,
ti ci metto la nota a pi di pagina. Se poi quell'autore non
ti riesce di collocarlo nel secolo giusto e non ricordi nemmeno
un titolo della sua opera omnia, di cosa hai paura?
Ti metto di lato una finestrella con un sunto degli anni
fondamentali e coi titoli che ti mancano. E ual, fatta l'analisi.
Passiamo a un'altra chicca.
L'articolo di giornale.
Nelle scuole si pensa che una volta raccontate ai ragazzi
quelle tre o quattro notiziole sui segreti della stampa (le
cinque doppiev, la questione del titolo-occhiello-catenaccio
e la denominazione degli articoli in prima pagina a seconda
della loro ubicazione), essi siano pronti a partorire
degli articoli. Li si illude che quello giornalistico sia lo stile
pi semplice, perch fatto di brevi proposizioni generalmente
coordinate e che si possa abbondare anche con le
frasi nominali, tanto chi se ne frega dei verbi, il giornale
non li vuole mica. La punteggiatura conta e non conta,
l'importante  la notizia. Gli studenti si gasano cos tanto
che credono di essere pronti per grandi pubblicazioni e alla
maturit, quando vanno a ipotizzare la destinazione del
loro pezzo, non esitano a scegliersi le testate pi prestigiose.
Poi raccolgono un'offesa anzich un voto, e ci restano
malissimo.
Ma veniamo alla perla. La trovata del secolo. La palese
espressione della lungimiranza dei nostri politici.
Il saggio breve.
Per capire cosa fosse il saggio breve, i professori ci hanno
messo un paio d'anni. Quando si andava a spiegare ai
nostri ragazzi cosa dovessero fare, ci si trovava addosso
un ingestibile disagio. Il saggio, che noi avevamo sempre
concepito e trovato lungo e corposo, era inaspettatamente
diventato breve e superficiale tutto a un tratto. Occomemmai?!
Che diavolo gli avevano fatto al rispettabile, ossequiato,
temuto e studiato saggio? E poi: cosa avrebbe potuto
scrivere un ragazzo di diciott'anni, dentro un saggio?
Per ovviare alla (ovvia) carenza di aulici contenuti, fu previsto
che fosse il professore stesso a fornire i contenuti allo
studente. Cio: io ti do una paccata di fotocopie, tu te le
leggi, anche con una certa distrazione va bene, e poi dai
inizio a una felice operazione di copiaincolla manuale dove
spaccerai per tue idee che non ti sognavi certamente
d'avere. Attieniti semmai a una certa brevit, non andare a
fondo, non scendere nel dettaglio, non pensare, non ci
mettere del tuo. Ual, fatto anche il saggio breve.


La scaletta.

Prima di scrivere qualcosa, vi consiglio di fare una scaletta
dico seria.
Profe scusi, cos' una scaletta? E a cosa serve? chiede
Lucianino.
Vedi Lucianino spiego convinta la scaletta  fondamentale
quando devi scrivere qualcosa.  come una strategia
militare. I capi militari dell'antica Roma [la storia romana
tutta piena di schizzi di sangue manda fuori di cervello quei
microbi serial killer] quando dovevano attaccare una popolazione
mica lo facevano cos alla cazzona ["cazzona" non lo
dico, dico "cos alla buona"]. Pianificavano, ci ragionavano
sopra per giorni, stabilivano le dinamiche, i movimenti,
per sorprendere il nemico, coglierlo all'improvviso disarmato
e inerme e fargli un culo come una capanna [chiaro
che non dico nemmeno "capanna" e tutto il resto]. Ecco perch
vincevano sempre [tutti, sottovoce, al compagno di banco: "
vero... eran troppo ganzi i romani!"]. Ecco concludo vittoriosa
e un poco tronfia la scaletta serve a questo, a fare un
piano, per la nostra battaglia in difesa della bella scrittura.
Ma vedo che il piccolo Luciano ancora ha un punto interrogativo
nell'occhio destro e uno esclamativo in quello
sinistro. , insomma, evidentemente perplesso e allora io
lo soccorro con prontezza, spiattellandogli l una seconda
esemplificazione.
Hai presente Lucianino negli sport di squadra? Si fanno
sempre degli schemi. Tipo, io da giovane giocavo a basket
e...
Un urlato "davvero?!" mi blocca e mi inibisce.
Certo tento di autoironizzare ai tempi ero parecchio
alta, cosa credi?
Ma Lucianino, sfacciato, impudente, serissimo e convinto
della fondatezza della domanda che sta per porre: O
profe, scusi eh, ma allora come ha fatto a rimpicciolire?!.
Ochi, parliamo d'altro.


Un Angelo alle fotocopie.

Con i limiti imposti dalla legge, in tutte le scuole si fanno
le fotocopie. In alcune, tale attivit viene abbandonata alla
totale anarchia e affidata alla completa inabilit dei professori
che sistematicamente bloccano la macchina soffocandola
con indigestioni di A3 e A4, in altre viene individuata
una persona tra il personale ata e immobilizzata
per un anno, col metodo dei piedi inchiodati (gi in uso
tra le oche), davanti all'attrezzo infernale.
Nella scuola media dove insegno, alle fotocopie c' un
Angelo.
Fai di tutto per non avere mai bisogno di quel diavolo
mi aveva detto Collega Menopausa il primo giorno, accompagnandomi
nel tour dell'istituto e mettendomi dentro
le segrete cose.
Poich le avevo chiesto come mai, mi aveva risposto:
Perch l'addetto  un burbero ignorante di Livorno che
odia noi professori, ci risponde male e, quando siamo in
coda, per dispetto ci fa passare sempre avanti gli studenti.
Dopo tre minuti avevo gi infilato il capo dentro quella
stanzina luminosa.
Che sei te il livornese scoglionato da cui m'hanno detto
di stare alla larga?
O te chi sei? aveva detto lui con la facciaccia scura e la
vociaccia ruvida.
Sono nuova, insegno Lettere e ho un debole per i livornesi.
Sai che questa estate ho fatto una settimana di vacanza
nella tua citt? avevo risposto.
Lui non avrebbe voluto, ma aveva sorriso.
Ma  vero che devo avere paura di te? gli avevo chiesto.
Lui era tornato serio e un po' interrogativo.
A me sinceramente tutta questa paura non me la fai!
avevo esclamato.
Mi aveva guardata tacendo, incredulo.
Ma perch odi i professori? avevo insistito.
Perch sono una manica d'imbecilli rompicoglioni
aveva risposto finalmente lui te per mi pari diversa, te
mi garbi, o cosa vi, biondina?
Nulla, ti volevo conoscere e basta.
Da quel giorno, io e Angelo siamo amici. Tutte le mattine
prendo due caff alla macchinetta: uno per me e uno
per lui. All'intervallo, quando non sto in classe a ciaccolare
coi ragazzi, scendo al pianterreno e, mentre lui fuma il
ventottesimo cicchino di un'ancor lunga giornata da tabagista,
io faccio due chiacchiere con uno degli uomini pi
gentili, corretti e generosi che abbia mai incontrato.
Ma quanto son fichedimarmo le tu' colleghe, deh! dice.
Se mi servono delle fotocopie, mando da Angelo uno
studente con l'originale da riprodurre e un post-it chiuso
su se stesso con la colla e attaccato sopra: "Lo so che ti girano
le palle quando non ci si prenota per tempo, ma ti
prego ne ho bisogno, sei un Angelo, grazie".
Lui mi rimanda l'originale, le copie fatte e il post-it ben
chiuso con la risposta: "Sei una ruffiana, prego".
Angelo, che da lontano sembra l'uomo pi duro del
mondo, ha un animo fragile e a periodi purtroppo soffre
di depressione. Un giorno me ne ha parlato apertamente e
nel farlo si  commosso.
Poi per, vinto dall'imbarazzo e dall'errata convinzione
di dover sempre apparire in forma smagliante, ha sfoderato
un sorriso amaro e ha detto: Uno di questi giorni tanto
mi levo di 'ulo.


Il Consiglio di Classe.

Mi ci vuole il Consiglio di Classe per rendermi conto che i
ragazzi sono ovunque e a tutte le et sempre gli stessi: con
alcuni insegnanti lavorano e si comportano bene, con altri
interpretano la versione umana dell'antica cloaca romana.
In altre parole, fanno le merde.
Bisogna stabilire una linea comune per segare le gambe
a quel Leonardo Impavido esordisce Collega Chiave
Di Violino alla riunione.
Il piccolo Leonardo, tutto fuoco e passione, nelle ore di
Musica rifiuta di intonarsi al gruppo e suonare il flauto.
Reclama invece il suo diritto di scegliere un diverso strumento
e dichiara la sua propensione verso la chitarra. Dice
di ispirarsi a Cisco dei Modena City Ramblers e non vuol
saperne di fare il Branduardi del Duemila. Non ha tutti i
torti, secondo me.
Ha chiesto poi di essere erudito sulle varie tipologie
musicali e di poter studiare, chiaramente con la guida dell'insegnante,
un percorso storico della musica rock, dagli
esordi a oggi. In alternativa, si accontenta di ricevere le
nozioni di base per comprendere a pieno il fenomeno jazz.
Collega Chiave Di Violino, che col flauto non va molto oltre
la sigla del Mulino Bianco e mente quando dice di cavarsela
bene con una decina di strumenti, cerca nelle colleghe
il sostegno al suo sdegno e una fattiva complicit che
la accompagni verso la vendetta. Pare infatti che l'impavido
le abbia dato pubblicamente dell'incompetente.
Ti appoggio ha detto impetuosamente Collega Bricolage.
Poi, per motivare il proprio impeto, ha spiegato che
nelle ore di Tecnica il puer rebellis minaccia col seghetto il
viso da cherubino di Giulia Melatiro.
Conta pure sul mio appoggio ha detto Collega Baciapile,
l'insegnante di Religione. A lei l'impavido avrebbe chiesto
di fare Storia delle religioni e non un corso monografico
annuale di religione cattolica per la quale - egli argomenta -
sono pi che sufficienti le ore di catechismo in parrocchia,
dove egli non va mai. Facendoci partecipi delle sue problematiche
didattiche, Collega Baciapile ha raccontato poi di
quando lui, per ribellarsi all'ubiquo e ingombrante dio cristiano,
si nasconde nello scaffale tra i libri di narrativa, di
quando s'incerotta integralmente travestendosi da mummia
egizia, di quando usa il righello da un metro e mezzo per
improvvisarsi Marco Giunio Bruto e colpire a tradimento il
Caio Giulio Cesare di turno, impersonato ogni volta da un
compagno diverso. Trovo tali confidenze esilaranti, ma mi
guardo bene dall'esternare il mio parere.
A difendere quella vittima del sistema scolastico non ci
siamo che io e la Inglisc Tcciar: decisamente poche.
Nelle mie ore studia ed  abbastanza tranquillo afferma
lei.
Anche nelle mie confermo io.
Immediatamente veniamo prese sui coglioni. La riunione
 finita. La guerra appena cominciata.


Beati gli incompresi.

Incompresa lo sono stata anch'io.
Dev'essere questo che mi fa amare a tali livelli la categoria.
Anche su di me, ai colloqui plenari, i professori diagnosticavano
superficialmente: " intelligente, ma non studia"
e anch'io poi, dopo, a casa, prendevo tanti "stiaffi", come
diceva mia madre quando m'inseguiva incazzata per le
stanze. Poi diceva anche: "Come t'ho fatto, ti rimangio",
ma do per certo che l'abbiano detto anche a voi, trattandosi
di uno dei pi abusati topoi familiari.
Io degli incompresi m'innamoro.
Li porto mentalmente a casa con me, li proteggo, li sogno,
macchino di vendicarli e medito il modo di farli fiorire
sotto il letame di cui sono stati sommersi.
Sono una cogliona, lo so, ma non posso evitarlo. Fa parte
del mio DNA e della mia formazione.
Anch'io alle medie non piacevo ai professori, perch rispondevo,
avevo idee mie, contestavo le loro e mi coinvolgevano
pi i mali del mondo che lo studio delle scienze
naturali. Tra me e i miei docenti io feci crescere una siepe
nebbiosa e protettiva che oggi, ad anni di distanza, m'impedisce
di ripescare tanti episodi dalla mente. Quando ripenso
al triennio in quella scuola, sento solo una grande
ansia e una mortificazione per non essere stata capita e accettata,
e non metto a fuoco quasi nessuno dei miei insegnanti
con piacere pretto e genuino.
Quando ebbi la supplenza annuale in un Istituto Tecnico
per Geometri, mi capitarono due classi: una prima e
una seconda.
La prima era un covo di trentadue (32) scellerati che fecero
un caos ininterrotto da settembre a giugno e impararono ben
poco. Quando poi, dopo Natale, si aggiunse anche un africano
che non diceva una parola in italiano, la frittata fu completa
e la mia frustrazione tocc cime mai sfiorate prima.
Mi rifacevo bocca e autostima quando entravo in seconda.
L un'inclemente scrematura aveva ridotto la popolazione
studentesca da ventinove a dodici elementi. Il prete
di Barbiana avrebbe avuto qualcosa da ridire, ma insomma,
la verit  che in quella classe si lavorava benissimo e
si stava da dio.
Come impone la regola, qualche pecora nera era riuscita
a salvarsi dalla bocciatura di massa dell'anno precedente e
ce l'aveva fatta a sedere tra i banchi dell'anno successivo.
Sto parlando di Filippo Teppistelli e di Francesco Sognatore.
Ma mentre Filippo Teppistelli era una vera e propria pecora
non solo nera ma anche stronza, Francesco Sognatore
era l'emblema dello studente che riesce a rovinarmi la vita
e a compromettere i miei sonni tranquilli.
Lo studente incompreso.
Per questa mia incurabile deformazione mentale, io mi
affeziono ai casi limite che incontro nelle classi in cui lavoro
e mi metto in testa di farli fiorire anche se il loro bulbo
giace soffocato nel fango puzzolente.
Tanto per cominciare, Francesco scriveva bene e per me
chi sa scrivere merita comunque di essere salvato dalla strage.
A volte sbaglio, ma sono cos e non posso (non voglio)
farci nulla.
Scrivendo, Francesco mi coinvolgeva in tutta una serie
di riflessioni sull'incertezza esistenziale, sulla buia speranza
delle prospettive, sulla sete di conoscenza artistica e sul
desiderio di lasciare una traccia di s su questa terra.
Mi piaceva tanto quel ragazzo, timido e riservato, che
all'intervallo non si chiudeva in bagno con gli altri a fare il
fumatone, ma restava in classe a sfogliare un romanzo
mangiando pane e mortadella.
Francesco suonava in una band che partecip al Rock
Contest di Firenze piazzandosi in finale. Per andare alle
prove, dimenticava di studiare diverse materie, facendo la
solita selezione personalizzata e del tutto abusiva che molti
studenti fanno, suscitando le ire dei professori esclusi.
La mamma di Francesco era docente universitaria e un
giorno venne a parlare con me perch (per questo scomodo
motivo che insegno Lettere) anche di quella classe ero
coordinatrice e referente e mi toccava mantenere rapporti
coi genitori e farmi portavoce delle lamentele.
Mi dicono i colleghi che Francesco non studia nulla
dissi alla gentile signora.
Lo so rispose lei ma io vedo cos tanta ricchezza in
lui che sono disposta a sopportare anche un fallimento
scolastico, purch mio figlio alimenti i suoi pensieri, i suoi
sogni e le sue speranze.
Se era possibile, da quel giorno amai ancora di pi quel
ragazzo, che l'anno successivo comunque fu bocciato, ma
che alla fine si  diplomato con un bel voto e ora frequenta
la facolt di Ingegneria, suona nel suo gruppo e, grazie al
casuale incontro con un musicista famoso, forse incider
un album.
Tutto questo me l'ha detto una sera in centro, quando ci
siamo incontrati dopo che, da quell'anno, non ci eravamo
pi rivisti.
Lui veniva in gi, io e Fidanzato Belpelato andavamo in
su. I suoi occhi hanno incrociato i miei e immediatamente
ci siamo riconosciuti. Profe! ha detto lui. Francesco!
ho detto io.
Mi ha raccontato di avere sempre addosso la stessa ansia
esistenziale di allora.
Gli ho detto che  un ottimo segno.
Per questo, quando guardo Leonardo Impavido, in lui
vedo il mio piccolo ideale umano.
Leonardo non  solo impavido, non  solo straordinariamente
dotato di coraggio. Ci che lo distingue da qualsiasi
altro coraggioso (ma incosciente)  la coscienza, la consapevolezza
di non aver paura. Lui non ha paura razionalmente:
della scuola, dei professori, dei superiori in genere, dei
compagni aggressivi, delle minacce e dei trabocchetti. Sa
che, qualunque sia il trattamento che gli riserveranno, essi
non potranno cambiare la sua natura, che  appunto impavida,
ardimentosa, strenua e prode.
Ma nelle perverse dinamiche scolastiche, dove vince chi
si adatta, chi zitto obbedisce e chi non cerca di smantellare
qualcosa che esiste dai tempi del peripatetico liceo greco,
Leonardo Impavido  la presenza scomoda,  la voce della
nostra coscienza personale.
Perch lui ti dice in faccia se ti rispetta o se ti disprezza, se
vali o se sei un inetto, se meriti attenzione o se non puoi
aspirare ad altro che alla sua confusione, durante le tue lezioni.
Lezioni tediose, che non lo accalappiano, che ne snervano
la gi altalenante capacit di attenzione.
Certi insegnanti lo usano come scusa per motivare la loro
incapacit di gestire una classe. Altri ne ripetono ossessivamente
il nome ai Consigli di Classe per farne l'emblema
della peggiore giovent. Altri ancora accettano di farsi
pesticciare da lui in totale passivit per poi, una volta in
sede di scrutinio, votare a favore della sua eliminazione.
Perch Leonardo Impavido d noia, crea disagio e fa
paura.
Io lo amo per tutti questi motivi, e mi fa male vederlo
ansioso e confuso, e accorgermi che  gi a buon punto
con la coltivazione della sua siepe di nebbia. Per proteggersi
dalla fama cattiva che lo potrebbe perseguitare per
anni, dimenticher tanti momenti particolari che il suo
cervello andr a rimuovere per fare spazio all'autostima.
Speriamo, almeno: perch se, al contrario, si lasciasse convincere
di essere davvero quel che la scuola pensa che sia
(niente pi che un insolente, un bulletto da due soldi, un
disagiato, un iperattivo, un elemento patologico e un'erbaccia
da sradicare) probabilmente finir per diventarlo.

 Io odio la sala professori.

A torto si potrebbe pensare che nella scuola la stanza dei
bottoni sia la presidenza.
Prima di tutto, di stanze di quel tipo ce n' pi d'una. E
poi sono tutte dislocate e itineranti.
Sono le aule pomeridiane in cui si tengono i Consigli, i
luoghi dove si prendono le decisioni grosse relative agli
studenti, che tuttavia prima maturano in segreto nella sala
professori.
Per questo io detesto quei luoghi e cerco sempre di starne
lontana.
Le aule a me piacciono solo di mattina, quando sono popolate
di ragazzi. All'inizio sono pulite e profumate di
sgrassante, col passare delle ore s'impolverano di gesso e si
coprono di cartacce. Perdono la geometrica distribuzione
dei complementi d'arredo e all'ultim'ora la collocazione dei
banchi non ha pi una logica, ma conserva un suo perch.
Gi dopo la prima ora di lezione s' diffuso nell'aula il
classico effluvio di studente insonnolito a cui l'alito pute
ancora di ara funebre scoperchiata. L'ascella del professore
che non si lava o che si lava poco s' messa in azione e
tutti insieme partecipano alla creazione di una simpatica
camera a gas.
La mattina nelle aule fervono emozioni, paure, risate e
batticuori: per questo sono bellissime.
I pomeriggi in cui vi si tengono i Consigli di Classe invece
diventano spoglie, tristi e prive di personalit. Le
guardi e ti sembrano tutte uguali, anche se il cartellone di
Scienze magari ti ricorda che sei in M B.
I banchi il pomeriggio hanno un'altra forma, i bidelli li
hanno messi in modo tale che ne venga fuori un tavolone
immenso, su cui poter dipingere le sorti dei ragazzi che vi
appoggiano i gomiti al mattino.
I professori ai Consigli di Classe, se vogliono, riescono a
dare il peggio di se stessi.
Dieci su dieci si portano in riunione il cellulare, nove su
dieci non lo spengono. A otto su dieci squiller sicuramente
ed essi, senza rendersi conto della cafonaggine offensiva
in cui si stanno cimentando, risponderanno.
La maggior parte dei docenti entra in riunione esordendo
con la seguente frase: "Ve lo dico subito: io tra un'ora
vado via". Hanno sempre mille altre cose pi importanti a
cui pensare: i figli da andare a prelevare in qualche posto
per ridepositarli altrove, la spesa da effettuare, la cena da
pianificare, la tintoria dove ritirare i panni. Non sono quasi
mai concentrati e non esitano a trasmettere questo subliminale
messaggio: cheppardipalle 'ste riunioni.
Ora, io convengo col fatto che,  vero, certe riunioni son
proprio un pardipalle, ma il Consiglio di Classe, visti gli
"oggetti" all'ordine del giorno (gli studenti stessi), per favore
no.
E invece  cos frequente vedere Collega Quotidiano che
si dedica disinvolto alla lettura del giornale, Collega Pennichella
che subisce l'abbiocco postprandiale e lascia ciondolare
il capo come un nonnino davanti alla tivv, Collega
Malosai che ciabatta delle sue cose con Collega Nonlos,
che imbelle l'ascolta perch non ha il coraggio di dirle:
pensa al tuo lavoro, gallina.
Ardua impresa  trovare qualcuno che rediga il verbale.
In assenza di un preside che lo elegga a priori, non si pensi
di trovare un volontario tra i presenti. Gli insegnanti di
materie scientifiche esclamano: "Noi non sappiamo scrivere:
insegniamo materie scientifiche!", tutti gli altri replicano:
"Noi abbiamo poche ore in ogni classe e ci dobbiamo
sorbire quindici Consigli!". Restano sempre e solo
quelli di Lettere, che per spesso sono gi coordinatori.
Quindi fermi: tutto si blocca per mettersi d'accordo. Ma ai
professori mettersi d'accordo riesce poco bene.
I professori, semmai, si trovano facilmente all'unisono
quando formano il gruppo dei Colleghi di Lamento e si
piangono addosso per tutte le sfortune toccate loro in sorte
da quando hanno scelto quel lavoro, ma sono altrettanto
bravi a trasformarsi in Colleghi di Vendetta quando capiscono
che hanno davanti qualcuno su cui vomitare la loro
frustrazione. Gli studenti.
La sala professori io la odio.
Peccato, perch per l'appunto  il primo posto dove sono
costretta a infilare il naso ogni mattina. Ma, sebbene
m'innervosisca dover salutare tanta gente a cui farei gli
scherzi pi pesanti, io saluto. Quasi mai ricevo risposta. Se
la ricevo, essa  sbiascicata, obbligata, forzata, come quando
Arthur Fonzarelli non riusciva a dire "ho sbagliato".
Sembra che darti il buongiorno sia per loro un'operazione
insostenibile, perch alle otto gi c'hanno l'uggia addosso
e la mente in classe, il che coincide con un pessimo
pensiero. CollegAllegra, che invade la stanza con un vociante
"Buongiorno a tutti!"  presa per cretina e le famose
insegnanti in assorbente esterno si guardano come a dire:
"Poverina, lo stress, l'esaurimento, i problemi di famiglia...".
Alla macchinetta del caff non c' quasi mai nessuno,
nessuno ha voglia nemmeno di cambiarti due spiccioli,
a nessuno scappa una risata.
Nelle ore successive, poi, non ne parliamo: a mano a
mano che i docenti escono dalle classi e passano di l per
fare il cambio dei registri,  un accrescersi di energie negative
e musi lunghi, frasi tronche e gorgoglii di stomaci pieni
d'acidit.
Quasi sempre io faccio tappa al quartier generale dei bidelli.Vuoi mettere? Almeno odorano di varechina e di pulito,
sorridono sinceri e mi dicono un buongiorno pi convinto.


La professoressa ZittniCalmnieBbonni.

Tornando a casa, penso a quali possano essere le ragioni
che muovono un ragazzo verso questo o quel comportamento.
Cerco di tornare mentalmente ai tempi in cui anch'io
(l'avevo dimenticato?) avevo undici anni e rammento
che la base della mia felicit era costituita dalla stima
che mi veniva dimostrata dagli altri.
Era fondamentale sentirmi amata, accettata, gradita. Essere
reputata pensante e intelligente dagli insegnanti mi
gratificava e appagava il mio animo volitivo, il contrario
mi rendeva frustrata e inquieta.
Il mio professore d'inglese delle medie mi fece amare la
materia. Era preparato, prima di tutto, e poi era amorevole
e coinvolgente. Siccome mi alzavo spesso dalla sedia e
chiedevo continuamente di andare in bagno, la prima frase
anglofona che imparai a riconoscere fu sit down and shut
up. Avrebbe potuto inibirmi, se non fosse stata puntualmente
accompagnata da un sorriso.
Perch tanti professori non sorridono mai ai loro studenti?
Perch tengono sempre quel ghigno odioso sul grugno e
non mostrano mai (ammesso che le posseggano) la loro
dolcezza caratteriale, la loro capacit di gioire, la loro apertura
mentale?
Se io non sopporto la matematica, la colpa non  mia. La
colpa  della professoressa ZittiniCalmnieBbonni, laureata
(forse) in Matematica, ma assolutamente incapace di
fare l'insegnante.
Il suo rapporto umano con noi si esplicitava e si esauriva
nei tre attributi che intendeva cucirci addosso: la nazista ci
voleva, appunto, zittini (odiava le domande fuori programma
che la mandavano nel pallone), calmini (preferiva
gli encefalogrammi piatti alla vivacit intellettuale) e
bonini (un misto tra buoni e cretini).
Questa donna, che in tre anni di scuola media non seppe
trovare un codice per entrare in comunicazione con me, si
divertiva a umiliarmi. Ma poich io mi permettevo di non
farmi sfiorare dalle sue affermazioni e mantenevo alta la
mia autostima adolescente, ella mi detestava.
Tu che cosa farai dopo le medie, sentiamo? mi chiese
una mattina mentre compilavo il modulo della preiscrizione
alle superiori.
Il Liceo Classico le risposi sfidandola.
Uh, non farmi ridere i ginocchi! Lotter personalmente
affinch sulla scheda finale venga sollecitato un tuo immediato
inserimento nel mondo del lavoro rispose.
Quando mi fui non solo diplomata al Liceo Classico, ma
anche laureata in Lettere e Filosofia, le scrissi una letterina
in cui spiegavo che il mio curriculum scolastico si era felicemente
concluso e che un giorno, chiss ma mi auguravo
di no, saremmo potute diventare colleghe nella stessa
scuola. Costei per, non cogliendo l'ironia e non rendendosi
conto della cappellata educativa che aveva compiuto
dieci anni prima, pens bene di avvicinarmi, un giorno in
cui mi vide per la strada, e dirmi: Ti sarai anche laureata,
ma sei sempre la solita imbecille. Avevo ventiquattro anni,
ero dottoressa e quella che per mestiere faceva l'educatrice
mi stava offendendo dandomi del tu.
Cosa si deve fare con questa gente? Come si pu pacificamente
agire contro di loro, provocando una fine di carriera
accelerata?
Stesso discorso fcciasi per le Scienze Naturali. Se io nelle
formule della chimica non vado oltre accadue, codde
e enneccille, la responsabilit va attribuita a queirinca-
pace che mi faceva questa materia, dalla preparazione andante
e dalla sensibilit emotiva di un paramecio. Siccome
il nome con cui era registrato all'anagrafe (Anacleto) gli
sembrava improponibile, voleva essere chiamato Pippo.
Si pu permettere a gente con un quoziente intellettivo
cos irrisorio di lavorare nella scuola?
Se io amo le Lettere, invece, il merito  tutto della professoressa
Johanna Eleganza.
Johanna, gi per il nome, si faceva amare. Provate: Johanna.
Ma non dite ionna, alla contadina: aspirate quella "h", date
altro charme a un nome gi di suo cos elegante. La professoressa
Johanna era elegante esattamente come il nome che
portava. Ci faceva un culo tanto, per ci appassionava fino
alle lacrime. Leggendoci L'uomo dal fiore in bocca, pareva Marta
Abba e provoc il crollo emotivo dell'ala femminile della
classe. Piangemmo per tutto l'intervallo e il panino col salame
lo riportammo a casa intonso. Quella storia ci aveva chiuso
la bocca dello stomaco. E l'applauso non va fatto solo a Pirandello:
va allargato alla Johanna perch lui l'aveva scritto,
ma lei si era messa in gioco, aveva palesato il suo sentire e in
questo modo ci aveva risvegliato le coscienze.
Basta questo per fare di un'insegnante come tante un'insegnante
speciale.
Vuoi dirmi perch con certe insegnanti ti comporti cos
male? ho chiesto in classe a Leonardo Impavido.
Mi aspettavo che dicesse: "Perch non mi appassionano,
perch spiegano male, perch sono poco preparate".
Cogliendomi del tutto sprovveduta a replicare con argomentazioni
solide, invece, mi ha risposto: Perch sono
sciatte e puzzano.
Be', anche questo non  un motivo da sottovalutare.


Del professore sciatto, del professore
che puzza e del professore sciatto che puzza.

Sicuramente sintetica, la risposta di Leonardo Impavido, a
guardarla bene, non  del tutto decontestualizzata. A nessuno
piace attardarsi in una conversazione con chi perde costantemente
la sua battaglia quotidiana contro i cattivi odori
personali. Nessuno predilige respirare la fiatlla altrui. E
a nessuno piace guardare una persona trascurata e sciatta
che non si lava, non si pettina e non si cambia d'abito.
I ragazzi hanno cento occhi, mica due come noi. Loro
non ci guardano: ci ispezionano.
Vanno a caccia dei nostri tic, delle nostre manie comportamentali.
Scoprono qual  la parola che ripetiamo di pi e
crocettano il banco ogni volta che la pronunciamo. Raccolgono
e catalogano i nostri errori, ridono dei nostri sfondoni,
sputtanano agli amici le nostre eresie contenutistiche.
Occhio ad alzarvi dalla cattedra e ad andare alla lavagna
o (peggio) a gironzolare tra i banchi: i ragazzi accendono
la macchina elettrostatica, ve la puntano sui punti-
chiave e partono coi raggi x.  inutile negare: lo fanno. Se
sei un uomo ti guardano il pacco e te lo soppesano con gli
occhi: ce l'hai grosso, ce l'hai piccolo, non ce l'hai, ce l'hai
moscio, ce l'hai barzotto, lo porti a destra, no a sinistra. Se
sei una donna te la misurano: ce l'hai grassa, secca,
risucciata, cascante, aderente, gonfia, labbrona.
Siccome per loro la bellezza  un valore, la pretendono
anche da noi, soprattutto da noi, che ci riempiamo la bocca
di quel kals ki agaths. Se non siamo belli, come possiamo
essere buoni? Tuttavia non  un'avvenenza canonica
e standardizzata quella che reclamano. Loro cercano il
concetto di Bellezza. C' la sua differenza. Uno pu essere
bello anche senza esserlo realmente, basta che sia tenuto,
attento a se stesso, che si voglia bene e curi il suo aspetto.
Se (e liberamente attingo da Rustico Filippi) "ovunque
va, consco porta il cesso", il professore  meglio che non
spalanchi spesso la sua ara salivosa e invece taccia, per
amore dell'umanit. Se s'avvicina a uno studente e, piegandosi
sul suo banco per approfondire un concetto difficile,
lo ammazza con un bombardamento olfattivo d'ascella
pezzata, il professore  meglio che cambi professione.
Se non si accorge che  un quadrimestre che non si cambia
la camicia e che i pantaloni ormai gli stanno su da soli, il
professore  meglio che si elimini con le proprie mani dalla
faccia del pianeta.
Che poi, diciamoci la verit, ci vuole veramente poco
per essere decenti: basta fare una sosta rapidissima al gabinetto
degli insegnanti, guardarsi a uno specchio ed eliminare
il residuo cispame mattutino, annusarsi l'incavo
ascellare sollevando il braccio, fare la prova dell'alito con
la mano a conchetta ed espellere una fiatata minima. Ual,
il test  fatto. Trovate guardatale il vostro aspetto e gradevole
il vostro respiro? Fiondatevi pure in classe ed esclamate
baldanzosi: "Buongiorno ragazzi!" certi che lo sia. Vi
viene un conato di vomito? Scaccolatevi la cavit lacrimale,
lavatevi i denti e fate un gargarismo silente.
In sala professori, invece, si aggira Collega Fetuso. Egli
 il prototipo del docente a tempo indeterminato che non
merita la fortuna di essere in ruolo da quindici anni e per
il quale sarebbe perfetto un licenziamento in tronco. Collega
Fetuso dovrebbe fare il disoccupato, almeno (forse)
avrebbe tempo per lavare se stesso e la sua roba. Il professore
pi rivoltante mai visto nella scuola dai tempi della
Riforma Gentile  un maschio adulto, alto un metro e ottanta,
coi capelli mori unti e bisunti, il labbro leporino con
una permanente presenza di palline in simil-colla pastosa,
bianca e filamentosa ai lati della bocca. I suoi condotti auditivi
sono sovrappopolati di iperproduzione di sebo giallosenape, la sua alitosi  perenne, la sua forfora, sposata a
una psoriasi a sfoglia pi larga, costantemente diffusa sulla
giacca sporca, i suoi pantaloni sono macchiati e le sue
scarpe polverose. Collega Fetuso (dicono i ragazzi) fa lezione
con una voce inaudibile, lanciando nell'etere sputi
salivali che si librano come gabbiani nella brezza marina.
Nessuno lo considera nemmeno di rinterzo.
Ora, io, magari, bella bella non sar, per, specialmente
da quando sono un'insegnante, cerco di non puzzare mai.
A parte farmi la doccia con regolarit tutte le sere, ogni
mattina mi rilavo, come si dice, a pezzi, cio viso, collo,
ascelle e pudenda. Mi passo la crema alla mirra e al dattero
e prima di uscire mi do una spruzzatina, giusto una, di
profumo. Mi cambio d'abito, di mutande e di calze, i capelli
li tengo sempre puliti e non col retrogusto di sudorino
stanto, mi trucco gli occhi e le labbra perch sono i miei
strumenti di lavoro e devono funzionare bene. Dopo l'intervallo
vado in bagno e mi lavo i denti eliminando i pezzi
di pistacchio incastonati nelle fette di mortadella di cui mi
nutro quando sono allo sbraco alimentare o i rimasugli dei
cereali presenti nello yogurt di quando sono a dieta.
Perch, ogni tanto, anche un po' di controllo fisico va fatto.
"La lonza leggera e presta molto"  bene che resti tra le
immortali terzine incatenate del sommo vate fiorentino. Io,
quando passo tra i banchi, non voglio scioccare la classe a
suon di girelle adipose, ascelle pezzate e fiatate mefistofeliche.
Il buon odore  met del trucco, come dice George
Clooney in quel filmone.
Che il mio odore fosse gradevole e scolasticamente idoneo,
sono venuta a saperlo con certezza durante la proiezione
di un film.
Nell'aula video faceva un freddo becco e il videoproiettore
non partiva.
Nell'attesa dell'arrivo del tecnico, Lucianino suggerisce:
Mettiamoci tutti vicini vicini.
Hai ragione: mettiamo le seggioline ben attaccate lo
appoggio-
Mmmh, che profumino buono c'ha sempre lei profe,
ma cos'? fa Aurora Bellicapelli.
Gliene confido volentieri la marca.
Buono profe, per Natale le scoccia se me lo faccio regalare
dalla mamma? mi chiede.
Figurati, fai pure le dico.
Non sono d'accordo fa Leonardo Impavido poi ci
sembrer sempre di avere Italiano e la nostra vita diventer
un incubo.
Lo guardo offesa: sta ridendo senza audio.
Da una certa et in poi non si ha pi il dono della naturale
pulizia e dell'innata profumazione. Solo i neonati odorano
di latte e di vaniglia e solo i bambini sanno di giglio. Gi gli
adolescenti fanno i conti con aromi meno poetici, tra i quali
primeggia un tanfo di piedi dato dalla prolungata prigionia
in molto alla moda ma poco salubri scarpe da ginnastica.
 vero, la profe profuma sempre. Te invece Danilo puzzi
di pesce marcio, come mai? fa l'impavido.
Ma che dici, io mi lavo tutte le settimane, non sono mica
come te.
Tutte le settimane?! Ma come, non ve la fate la doccia
tutti i giorni?! chiedo sbigottita.
Tutti i giorni?! O profe, non ci penso nemmeno: io mi
lavo solo quando c'ho l'allenamento fa Elia Tantobravino.
Ecco allora perch in I B c' sempre quel puzzino indistinto
dico.
Eh s, lo dice anche il profe di ginnastica: lavatevi e
apriamo la finestra, ci urla ogni sabato quando entra in
classe, ma io credevo che scherzasse fa Timida Carlotta
Io mi do lo Chanel della mamma dice Margherita
Rompi ma solo la domenica.
Ah, ecco allora perch durante la settimana puzzi come
noi le risponde Danilo detto Bu!.
Va be', per quando l'abbozziamo con queste cattiverie?
li interrompo.
Profe, veramente a me mi hanno infamato fino a ora
dicendomi che puzzo di pesce dice Bu!.
Marcio puntualizza Leonardo.
S, ma te per di sudore si difende Bu!.
Prhofe, lo sa che io ierhi ho pestato una cacca di cane
adulto e l'ho porhtata in casa? vorrebbe raccontare Rhoberhto
Errhemoscia.
Poi per fortuna il tecnico riesce a far partire il dvd.


Collega Preferito.

Entro in sala professori e, depositati le borse e i libri, mi
siedo.
Mi si sistema accanto Collega Preferito, un uomo che,
oltre a insegnare Matematica, vive gioiosamente una vita
propria, e mi chiede: Collega, ma te lo conosci David
Bowie?.
Certo che lo conosco, che domande mi fai?!
E lui, depresso: Ecco, la vedi quella collega l, la nostra
Collega Archeologa, ecco, lei sa tutto di sassolini e pietruzze
scheggiate ma ignora di sana pianta l'esistenza di
tale David Bowie.
Non ci credo dico io ti prende in giro.
Allora lui la chiama e, mentre io desidererei solo essere
inghiottita dal ventre terrestre, le chiede: Collega Archeologa,
vero che tu non sai chi sia David Bowie?.
Lei, palesemente scocciata da una domanda che lui deve
averle posto pi volte, sbuffa e dichiara: No, non lo
conosco, ma che vuoi da me?.
Voglio che tu t'informi risponde lui che  il mio preferito
proprio perch  schietto e se c'ha da mandarti nel luogo pi
frequentato del pianeta ti ci manda senza tanti preavvisi.
Indi continua a incalzarla interrogandola circa l'identit
di Jimi Hendrix, ma lei sempre pi incupita ammette ancora
una volta la sua ignoranza. Va be' dice lui bisogna
anche riconoscere che con Hendrix potrei aver osato troppo.
Il dramma  che lei non sa nemmeno chi sia Franco
Battiato, vero Archeologa? Lo conosci Battiato?
No dice lei, nervosissima.
Ma come fai a non conoscere Battiato? la attacca lui 
un cantautore famosissimo, ha composto opere moderne e
ha curato la rega di alcuni film, uno dei quali  appena
uscito anche a Firenze.
Lei mi guarda stralunata ed esclama: Boh.
Io sfoglio il giornale e taccio: la collega ha venticinque
anni pi di me e mi mette in soggezione perch la sua cultura
archeologica mi pesa addosso e mi fa sentire piccola
indifesa ignorante e brutta, tutto insieme.
Ma Collega Preferito non la molla: Mi dici a che ti serve
sapere tutto su quei sassolini vecchi decrepiti se poi
non sai nulla sul presente che ti circonda? Cosa hai da dire
ai ragazzi a parte quelle du' cazzate che ci sono scritte in
tutti i libri? Ma se un ragazzo ti chiede chi  Battiato e te
non lo sai, mi spieghi che figura tu ci fai?.
Poi mi guarda, mi si fa pi vicino e mi fa: Eh collega,
com' Voglio vederti danzare?.
Bellissima gli rispondo per preferisco Gli uccelli.
Ah, che meraviglia ribatte lui un'autentica poesia:
l'hai presente quando dice: "Aprono le ali... scendono in
picchiata, atterrano, meglio di aeroplani... cambiano le
prospettive al mondo...", ah, che bellezza.
Cos, mentre Collega Archeologa si allontana coi registri
sotto il braccio, io ho l'infelice idea di confidare a Collega
Preferito che so strimpellare la chitarra e che sono in possesso
di una Yamaha a dodici corde.
Chiacchiero sempre troppo e sempre a vanvera. Infatti
dopo mezz'ora dall'inizio della lezione, Collega Preferito
bussa alla porta.
Irrompe con due fotocopie in mano e mi dice, davanti a
quei pettegoli undicenni: Collega, poi dimmi che non
penso a te: guarda cosa ti ho portato.
Gli accordi de Gli uccelli di Franco Battiato.
Ah, grazie dico ma che ci devo fare?
Mi devi accompagnare con la dodici corde quando
far il pezzo solista con l'elettrica mi risponde lui.
Ah, e quando? mi preoccupo.
Al concerto di fine anno annuncia.
Il brusio cresce, gonfia e ingrassa in classe: Lucianino
sgrana gli occhi da cartone animato e mette in mostra quei
dentoni quadrati ingabbiati nel ferreo apparecchio, Impavido
resta a bocca aperta, Michela Mestruata simula una schitarrata
alla Carmen Consoli, Valentina Ancorano sorride.
Ma profe, lei suona?! chiedono tutti.
Mh, strimpello ribatto io ineditamente impacciata.
La vostra professoressa suona la chitarra annuncia
Collega Preferito che comincia a innervosirmi per ragazzi
scommettete che non conosce il dulcimer?
Siccome avverte di cogliermi del tutto impreparata, esce
al volo e rientra con uno strumento fantastico tra le mani, il
dulcimer appunto, di cui illustra materiale (tastiera in abete
bianco, tavola in acero canadese e fondo in faggio), sistema
di corde (quattro in tutto, due dette cantarelle e due formanti
il bordone), posizione di utilizzo (gambe a tavoletta,
nella mano destra un plettro thin, nella sinistra uno slider),
tipo di accordature (fra cui il bretone e l'irlandese).
Poi lo accorda a puntino, si sgranchisce le dita e attacca
Dance on th Green, una ballata piena di ritmo e di libido.
Ma io devo spiegare Storia! esclamo.
Via mi fa lui ma che tu mi vuoi diventare acida come
quell'altre?!
Lasciandomi gradualmente andare, culmino in degli
acuti uh-uuh! e in degli ancheggiamenti mediterranei pur
rimanendo seduta alla cattedra.
La classe tutta dietro batte le mani e s'agita con me. Una
mezz'ora di questo macello musicale. Euforia alternativa.
Adrenalina da pentagramma. Lezione (me ne rendo conto)
da denuncia. Un'irruzione che i ragazzi (temo) ricorderanno
per tutta la vita.
E Storia, va be', si recuperer domani.


Vacanze di Natale.

Per me le vacanze son vacanze. Se no si chiamerebbero
scuola.
Per in sala professori sento un gran chiacchierio in
questi giorni: te cosa gli dai per le vacanze, io gli do parecchio,
ah s s, io li carico ben bene, cosa credono di stare
quindici giorni a zonzo eccetera.
Io sono sempre stata quindici giorni a zonzo eccetera,
eppure mi sembra d'essere venuta su abbastanza bene.
Per ora questa gente piena d'esperienza mi copre di
dubbi. Baster un bel librino da leggere davanti al caminetto,
sul divano di casa, insieme al babbo e alla mamma,
oppure devo andarci gi pesa d'analisi grammaticale su
cui scervellarsi, racconti da sventrare, temi da partorire e
ripassi generali di Storia e Geografia con allegati questionari?
Un librino?! si sdegna Collega Stakanova quando mi
rivolgo a lei per una dritta. Ma tu dagliene anche tre o
quattro! E poi che s'arrangino. Io ai miei do una quarantina
di esercizi di grammatica, dieci temi liberi e poi sai cosa?
Il diario delle vacanze di Natale, cos sono sicura che
scriveranno tutti i giorni!
Ma io, quando facevo le medie, il diario mi riducevo a
farlo tutto insieme il giorno prima del rientro obietto sapendo
bene di espormi male rivelando quest'intimo segreto.
E la tua insegnante non se ne accorgeva?! chiede lei.
No, perch cambiavo penna e tipo di grafia, dicendo
che era l'umore a influirvi.
S, ma questi non sono mica cos svegli mi rincuora.
Profe! mi dicono i ragazzi non ci zepper mica di
compiti per le vacanze di Natale eh? Perch, glielo diciamo
fin da ora, li facciamo tutti il giorno prima del rientro.
Per ora ho risposto: Mh, poi vediamo.
Intanto per, entrando un quarto d'ora prima, ho lasciato
sui loro banchi una lettera augurale.
Direte che sono patetica, ma direte male. Oppure direte
che il sistema vince coi ragazzini delle medie, ma direte
male lo stesso. Il sistema vince sempre, anche coi diciottenni
che giocano a fingersi duri.
Ai ragazzi, come ai fidanzati, bisogna comunicare l'amore
che proviamo per loro. Ho scritto lettere di auguri
natalizi o di fine anno scolastico che so tuttora gelosamente
conservate dai giovani destinatari.
Alla I b ho stampato una copia dell 'Ode alla vita composta
da Neruda e sul retro vi ho aggiunto il racconto di
quello che provo quando sono insieme a tutti loro. "Quando
sono con voi non desidero mai trovarmi altrove."
"Ma te, biondina, hai idea di quello che pu scatenare
dentro il cuore degli studenti una frase come questa?" mi
chiede l'Angelo delle fotocopie stampandomi diciassette
versioni identiche dello stesso scritto.


Profe, li ha corretti i compiti?

Chi pensa che la vita di un insegnante sia priva di momenti
di preoccupazione professionale, non sa quello che
pensa.
C' un momento in cui la vita di un insegnante torna a
combaciare perfettamente con quella di uno studente in
quanto ad ansia e a ricerca di credibili scuse con cui
intortare il prossimo: quel momento  la restituzione dei compiti.
I ragazzi (mettiamo) fanno il compito di luned. Il marted
mattina, come parcheggi la macchina nel cortile, ti accerchiano:
"Profe, li ha corretti i compiti?". Tu puoi esclamare,
in quella fase: "Li ho guardati" e loro non avranno
nulla da obiettare. L'hanno fatto il giorno prima, cosa pretendono?!
Il mercoled parcheggi cento metri prima e li fotti alla
grande, entri nell'atrio quando la scuola per loro  ancora
chiusa e fino all'ingresso in classe respiri. "Profe, li ha corretti
i compiti?" ti chiederanno per mentre firmi il registro
seduta in cattedra. "Ne ho solo letti alcuni" puoi rispondere
in quell'occasione. Del resto lo sanno tutti che la
correzione dei compiti  annosa, pesante e impegnativa,
cosa rompono?!
Il gioved facciamo che  il tuo giorno libero e loro se lo
prendono simpaticamente in tasca.
Ma il venerd non puoi scappare. "Profe! I compiti?" l fa
salire un malumore questa frase, eppure non  che puoi dire
allo sfacciato portavoce: "Bello, mi hai scassato la minchia"
e allora opti per un pi sereno e democratico: "Ne parliamo
dopo in classe". Dopo in classe (oh, ma se ne scordassero
mai): "Profe, insomma ha corretto i compiti?". Al che tergiversi:
"Ragazzi, ho un gran daffare in questo periodo".
Saresti tentata di andare a rispolverare le antiche scuse di
cui ti avvalevi quando eri al loro posto: il trasloco per, fatto
una volta, non lo rifaresti pi per diverso tempo, gli allenamenti
comporterebbero domande aggiuntive, i problemi
di cuore sono fatti tuoi e la menzogna della morte del parente
hai scoperto da grande che non era di buon gusto.
"Prometto che ve li riporter domani" annunci.
Promettere, con gli studenti, non si deve fare mai. Prima
lo impari, meglio .
Domani  sabato e gli inclementi domandano: "Allora, i
compiti?!", ma sei in odore di weekend: strizzagli l'occhio e
giocati l'asso, di' loro che, s, certo che li hai corretti
("Un lavorone... ci ho schiacciato la mezzanotte!"), ma poich credi
fermamente nella teoria leopardiana (""Questo di sette  il
pi gradito giorno", ricordate ragazzi?"), e hai un profondo
rispetto per la loro giovane et ("Rammentate le parole di
Vauvenargues: "Le tempeste della giovent sono circondate
di giorni splendenti!""), preferisci non infierire oggi ("Sar
buona: vi risparmier questa Caporetto"), bens rimandare
tutto a luned ("Settimana nuova, vita nuova!") sotto prospettive
pi rosee ("Morto un papa se ne fa un altro!").
Il professore (c' bisogno che ve lo dica io?!) prima di tutto
dev'essere un qualificato elaboratore di scuse fantasiose.


Ho visto la profe!

Non c' episodio biografico che sconvolga di pi la mente
gi delicata di un ragazzo che trovare un suo insegnante
al di fuori dalla scuola.
Strade, piazze, giardini pubblici: pare che ai professori
sia precluso il fisico spostamento, come se gli studenti ci
immaginassero perennemente intrappolati tra le mura
dell'istituto in cui lavoriamo.
Ma, se ci ripenso, questo succedeva anche a me quando
ero giovane.
Una domenica di dicembre andai a fare un giro in Val di
Chiana e in un paesino, abbracciata al suo compagno, vidi
Moracciona Coscialunga. E qui, scusate, ma bisogna fare
una pausa.
In seconda liceo, cambiai professoressa di Italiano: se ne
and quella a cui l'alito puzzava sempre di cipolla di Tropea
e ne arriv una che parlava con l'accento aretino.
"Occhill' questa pennellona?!" ci chiedemmo io e i
miei compagni.
Moracciona infatti era di coscia generosa e in pi calzava
sempre quei tacchetti che la elevavano ancor di pi.
Penserete: chiss che fica. Ma penserete male.
Moracciona era bruttoccia. Pelle butterata, mascella
prognatica, occhi truccati oltre ogni umana sopportazione.
Si passava sulle palpebre pennellate e pennellate di quell'azzurro
anni Ottanta e s'impomatava le ciglia di una
condensa di mascara-pi-volume. Il risultato sfiorava sovente
l'inguardabile.
Fortunatamente, Moracciona sapeva parecchio il fatto
suo. Era preparata, va detto. Il latino lo conosceva, la letteratura
pure. Ma le mancava l'anima.
Ella scarseggiava in carisma e un po' anche in sintomatico
mistero. Era fredda, tecnica, calcolatrice, logica,
imperscutabile. In gita a Vienna si rifiut di portarci al concerto
gratuito di Vasco Rossi, che albergava nel nostro
stesso (stupido) hotel.
Per me era impossibile pensare a Moracciona in abiti
non scolastici. La vedevo sempre tra libri e quadernetti, a
far lezione da seduta, mai una volta alla lavagna, mai uno
schemino al volo, mai una passeggiata tra la classe.
Figuriamoci quando la vidi camminare ancorata al braccio
di quell'uomo.
"Maremma quant' brutto!" pensai.
Tutti i compagni delle nostre professoresse sono brutti:
 un assioma.
Se fossero esistiti i cellulari avrei fatto un giro di
chiamate, invece cercai di memorizzare bene ogni dettaglio
per raccontarlo all'indomani alle mie amiche.
Ho visto la profe! esclamai in classe.
No! Di! Davvero?
S, con l'uomo!
No! Di! Davvero?
S, abbracciata!
No! Di! Davvero?
S, passeggiavano!
No! Di! Davvero?
Il fatto  che anche se l'avessi trovata al supermercato
l'avrei fatta altrettanto lunga perch, per chi va a scuola,
l'insegnante deve solo essere insegnante.
Se l'insegnante verr incrociato in coda alla biglietteria,
la reazione sar: "No! Di! La profe va al cinema?!"; se
verr beccata in centro a fare spese natalizie, sar: "No!
Di! La profe esce?!" e se l'insegnante verr vista a fare la
spesa, sar: "No! Di! La profe mangia?!".
Perch una profe deve pensare solo a fare la profe: cosa
cazzo mangia a fare?!


Genitori.

A me sembra di ricordare che, quando ero piccina, i miei
genitori mi facevano dimolta paura.
Rimbussolate radicali, eppure, non ne ho riscosse mai,
per rammento quel timore quasi sacro nei confronti del
babbo e della mamma, che mi portava a adottare preventivamente
un comportamento corretto, educato e responsabile.
Da donnina, come dicevano loro.
Quando crebbi un po' e andai alle scuole medie, inizi
la mia fase di protesta, cominciai ad andare controcorrente
e, in concomitanza con tutto questo, partirono i ceffoni.
Anche se facevo la splendida e simulavo una faccina
stronza da ribelle, seguitavo ad aver paura di quei due
perch temevo il loro giudizio, m'importava delle loro parole
e credevo nelle loro prese di posizione, sebbene nove
su dieci mi fossero avverse.
Il giorno del ricevimento plenario a scuola, per esempio,
non me lo vivevo sempre bene.
Quando avevo (come metaforicamente si dice) il culo
pulito, andavo beata e non mi preoccupavo di nulla, ma
quando al contrario ce l'avevo sudicio, restavo a casa a
tremare nell'attesa del loro rientro.
Perch il babbo e la mamma stavano dalla parte dei professori,
a prescindere. A prescindere dall'affidabilit che
suscitavano loro i miei docenti, a prescindere dal loro modo
di parlare, di spiegare, di relazionarsi, a prescindere
dalle simpatie politiche che quelli palesavano e dalla predisposizione
a quel delicato mestiere che trasluceva dai
loro occhi.
Mai ho sentito i miei genitori parlar male davanti a me
dei miei insegnanti, nemmeno una volta.
"Se ti danno contro, un motivo ce l'avranno" squittiva
mia madre.
"Chi non ha cervello, abbia gambe" soffiava mio padre.
Oggi sono un'insegnante, ma ho ancora una certa paura
dei genitori. Non pi dei miei: di quelli dei miei studenti.
Perch oggi la scuola prima di tutto si deve tutelare dai
genitori degli alunni che accoglie.
Sembra fantascienza, ma  cos.
Quando diamo un'insufficienza, quando mettiamo una
nota, quando assumiamo una posizione contro, la nostra
prima preoccupazione deve essere di poter dimostrare che
il nostro provvedimento o il nostro giudizio sono giustificabili,
motivabili, insomma dimostrabili. Perch giungeranno
subito i genitori a informarsi (il che sarebbe un bene,
se si limitassero a questo) ma soprattutto a incazzarsi
(con chi?) con noi (appunto).
 anche vero che in passato tanti professori hanno abusato
del loro potere per affibbiare voti ingiusti, raffazzonare
le medie a modo loro e nascondere preferenze che innegabilmente
nutrivano, ma qui, per curare una malattia, si
 finito per diffonderne una ancora pi grave: gli studenti
non temono pi i professori perch tanto sanno che i genitori
staranno per partito preso dalla loro parte e si schiereranno
in difesa loro.
Non mi sento una sadica e non ho mai goduto nel seminare
il panico nelle classi n nel terrorizzare i miei interlocutori
in erba, per devo dire che quella mattina di diversi
anni fa io presi parte a una situazione che (oltre a mettermi
in un certo imbarazzo) mi infuse tanto coraggio.
Insegnavo in un Istituto per Geometri e tra i banchi della
III C sedeva Massimo Bugiardelli.
Massimo era bugiardello solo quando entravo io, perch
(per una strana reazione alchemica che non mi sono
mai saputa spiegare) mi temeva come la nmesi divina e,
rimasto indietro alle prime lezioni, non riusciva mai a rimettersi
in pari. Capita, no: si perdono le battute fondamentali,
non si ritrova il ritmo, gli altri ingranano la marcia
giusta e vanno, tu invece rimani inchiodato alla base di
partenza.
Bugiardelli vieni alla cattedra su, che t'interrogo gli
dissi dopo un mesetto di scuola. Lui si alz e vomit anche
gli occhi. Mi preoccupai, lo soccorsi e ovviamente non
lo interrogai.
Ma il filibustiere cap in quel modo che, se avesse accusato
un malessere ogni volta diverso, io non l'avrei probabilmente
interrogato mai.
Cos ebbe inizio la carriera teatrale di Massimo Bugiardelli,
che assumeva espressioni dolorose gi mentre io
zompettavo lungo il corridoio per raggiungere l'aula ove
lui sedeva accasciato.
Un giorno aveva la nausea, un giorno aveva il mal di
denti. Poi cefalea, emicrania, dolori alla pancia, all'addome,
alla bocca dello stomaco, alle ginocchia, alle orecchie,
alla gola. Faringite, laringite, dermatite, tartaro, unghie incarnite, calli, occhi di pernice, eritemi, sinusiti e tonsille infiammate.
Tutto tocc in sorte al povero Massimo Bugiardelli,
in quel primo quadrimestre.
Naturalmente quando tornava a casa rispondeva: "Mh,
niente" ai suoi che gli chiedevano: "Cosa hai fatto a scuola?".
Un giorno i signori Bugiardelli vennero a parlare con
me: li incuriosiva conoscere i voti del figlio nelle materie
letterarie per le quali (sostenevano sorridendo) si era sempre
sentito tanto portato.
"Tanto portato una sega" avrei voluto far notare loro,
ma ricordo che attinsi a un altro repertorio lessicale.
Massimo va malissimo, rifiuta di venire alle interrogazioni
e di lui non ho nemmeno un voto dichiarai.
Ma non  possibile! trasecolarono i due. Massimo ci
dice sempre che  lei che non lo vuole interrogare.
Scusatemi un momento dissi, e mi allontanai.
Quando entrai in classe per convocarlo nella stanza dei
ricevimenti, Massimo Bugiardelli simul un conato dei
suoi.
Fai poco il buffone e vieni con me gli dissi seria, ma
dolce, perch in fondo quel ragazzo mi faceva tanta tenerezza.
Come si present al cospetto dei suoi genitori, Massimo
Bugiardelli entr in un giro di labbrate che io dico se le ricorder
ancora tutte dalla prima all'ultima con nitidissimo
chiarore mentale.
Ero imbarazzata, rattristata, dispiaciuta e profondamente
mortificata.
Mi sarei voluta quasi scusare col ragazzo.
Ma feci benissimo a non farlo e a rimanere di pietra come
il suo babbo e la sua mamma.
Massimo in una settimana recuper tutto il programma,
venne volontario e mi fece (a livello metaforico) un culo
clamoroso, facendomi godere come una bestia. Come diceva
il mio babbo negli anni d'oro in cui mi sorbottava di
ceffoni: "Quando ci va, ci vle".
Non  un caso se pedagogisti di chiara fama e precettori
d'altissimo livello esortano noi insegnanti a instaurare e
mantenere stretti rapporti coi genitori dei ragazzi che ci
vengono affidati. In quanto educatori, dicono sempre gli
esperti, bisogna essere flessibili come il giunco.
Alla riunione coi genitori, il babbo di Timida Carlotta
s'informa sulle nostre recenti attivit didattiche e verifica
il regolare andamento del programma. Poi chiede la parola
e io, in qualit di coordinatrice della classe, gliela do.
Avrei una lamentela da fare a nome di alcuni genitori
esordisce.
Oh, bene, dica pure lo incoraggio.
Appunto a lei, professoressa arrossisce.
"Ora cosa vuole questo?" penso ma, falsa come Giuda
Iscariota nell'orto degli ulivi, gli sorrido.
Ecco, vede, noi troviamo che lei faccia leggere troppi libri
ai nostri figli.
Ah. In che senso? chiedo e, non so perch, mi sento
come deve essersi sentito Mozart quando gli dissero che
nelle sue sinfonie usava troppe note.
Ecco, vede, la scuola  cominciata solo da tre mesi e i nostri
ragazzi hanno gi letto quattro romanzi spiega il padre
di Timida Carlotta s, loro sono entusiasti di questa cosa,
adorano leggere, ma il fatto  che non fanno altro che chiederci
questi libri, li vogliono proprio comprare, per leggerli
e poi averli in casa, dicono che lei li esorta a farsi una bibliotechina
personale. Sinceramente non vorrei che mia figlia
crescesse con l'unica fissazione della lettura: voglio anche
che pratichi dello sport e socializzi con i suoi coetanei.
Subito dopo, questo gentilissimo signore deve aver letto
nei miei occhi quello che stavo pensando di lui e delle sugose
argomentazioni di cui si era fatto portavoce; un pochino
imbarazzato ha aggiunto, tanto per chiarire: No, sa
professoressa,  soprattutto una questione economica.
Ah, ma allora se  una questione economica ho detto
spietata come Ges nel tempio le consiglio di cominciare
a risparmiare dalle scarpe da ginnastica da centoquaranta
euro al paio che Carlotta indossa in ben tre modelli diversi:
tutti originali e prodotti dalle sante manine dei suoi
coetanei asiatici.
Ecco, poi siamo andati tutti a cena pi contenti, ma io,
se avessi avuto un flessibile giunco con cui frustargli il
groppone, lo sarei stata molto, molto di pi.


Libridine.

Il quinto libro scelto per l'ora di narrativa si  rivelato un
fiasco.
Ho cominciato a sospettarlo verso il quinto capitolo:
guardavo i diciassette nani in viso e ci scorgevo il vuoto
emozionale.
Loro (piccini) rispettavano la mia lettura appassionata e
soffocavano nel silenzio quel rigurgito di commenti che
invece bolliva nelle loro teste (che barba che noia che noia
che barba). Il dramma  emerso in tutte le sue dimensioni
quando li ho invitati a esternare.
Allora ragazzi, che mi dite di questo libro?
Aurora Bellicapelli: Profe, io per ora non c'ho capito
nulla.
Michela Mestruata: Profe, meno male che non ci fa fare
il riassunto: non saprei cosa scriverci.
Valentina Ancorano: Eppure la mia mamma dice che 
bellissimo, mah.
CiccioEdo: Scusi profe, ma questi due restano per tutto
il libro nel deserto a chiacchierare di pecore, fiori e spine?.
Ivano Sottutto: Ecco appunto profe, ma non  che il pilota
riesce ad aggiustare l'aereo e almeno vanno insieme a
fare una girata per il cielo?.
Danilo detto Bu!: Ma questi baobab, profe, cosa sono?!.
Leonardo Impavido: Scusi profe, ma questo ragazzino
capisce qualcosa o  solo un gran rompipalle, no, scusi eh.
Rhoberhto Errhemoscia detto il Sanguinarhio: Io crhedevo
che ci scappasse qualche morhto prhima o poi, ma
ierhi serha mia sorhella mi ha gi detto che, no no, non
muorhe mica nessuno.
Antoine, perdonami: magari ci riprovo l'anno prossimo,
ma ormai ho detto a tutti di metterti nello scaffale della libreria
e di comprare Il trattamento Ridarelli di Roddy Doyle,
un libro sulla merda. Loro sono gi eccitatissimi.
Perch nella questione dei libri, secondo me, i ragazzi
bisogna ingannarli. Ma di brutto. Tipo, io alle superiori facevo
cos.
Entravo in classe e depositavo la mia cartacea soma sulla
cattedra. Separavo i registri personali dai libri di testo, mettendo
Letteratura l e Storia qua, poi mi sedevo e, nell'ambito
della lezione, quando i ragazzi erano (apparentemente,
almeno) concentrati sull'argomento della mattinata, facevo
scivolare verso l'angolo sinistro esterno della cattedra il libro
che intendevo perentoriamente fargli leggere.
Ora, siccome col sostantivo femminile singolare lettura
l'avverbio di modo perentoriamente riscuote pochissimi successi,
questa manovrina era la mossa astuta che faceva la
differenza. La posizione del volumetto nello spazio, fate attenzione,
 determinante, precipua, cruciale, basica e focale.
Tutti aggettivi qualificativi per fare un po' di scena, perch
qui proprio di scena si tratta. E di inganno.
Suonava l'intervallo e i ragazzi (probabilmente per il solito
principio che io non puzzo, non mi trascuro e non
sputazzo addosso quando parlo) mi raggiungevano spesso
alla cattedra, per fare due discorsi e una battuta.
Cosa legge, profe?
Ecco, a me bastava questo: che uno a caso mi ponesse
quella precisa domanda.
Ah, quello... non ve lo sto nemmeno a dire rispondevo.
Come? E perch no?!
Perch tanto non  roba per voi. E simulavo di chiuderla
l.
Dire agli studenti che quella certa roba non  per loro, 
peggio che ammazzarli.
Come non  roba per noi, profe?! Ma cos' precisamente?
 un libro che potrete leggere tra qualche anno, non ora, 
troppo avanti per voi, siete troppo piccoli ancora.
Dire agli studenti che per quella certa roba sono troppo
piccoli, potrebbe portarli ad ammazzarci, ma io ho sempre
preferito correre il rischio e andare avanti nella recita.
Infatti lo afferrano e iniziano a guardarlo. Quando un
ragazzo prende in mano un libro, una battaglia della grande
guerra contro l'ignoranza pu dirsi vinta. Lo rigirano
di qua e di l, lo sfogliano a ventaglio facendosi aria sulla
faccia. Chiss se colgono l'inebriante profumo della stampa.
I pi non sanno quasi nulla di un libro, ignorano per
esempio che si va per prima cosa all'indice per scoprirne
subito la struttura interna, lo scheletro. Poi se ne legge
l'introduzione, la quarta di copertina. Oppure si fa come
diceva di fare Federigo Tozzi in quello splendido saggio
che  Come leggo io: aprire il libro a caso, ma verso la fine,
prima di leggere socchiudere gli occhi per una specie di
istinto guardingo e quindi, appurato di non avere uno stato
d'animo facile a subire un inganno, leggere un intero
periodo, dalla maiuscola fino al punto.
Va bene ogni approccio, quando ci si avvicina a un libro,
e ognuno trova il suo.
Ma la tragedia  che i ragazzi ai libri non ci si avvicinano
spesso. Non dico, con quell'aria odiosa di certi adulti che si
divertono a fare una critica troppo facile alle nuove generazioni,
che i ragazzi di oggi non leggano pi, per leggono
poco, male e sovente controstomaco.
Sarebbe fin troppo scontato ricordare in questa sede i
dieci principi imprescrittibili del lettore teorizzati e dimostrati
da Pennac in Come un romanzo. Il collega francese ha
pi che ragione quando afferma che il verbo leggere non
sopporta l'imperativo. Ma non  forse per scappare
dall'imposizione, che noi ricorriamo alla turpe messinscena?
Torniamo in classe.
Ma insomma perch non  per noi? Cosa c' scritto?
incalzano i ragazzi.
C' scritta una bella storia, travolgente, estrema, quindi
proibita spiego.
Proibita?! sussultano.
Eccola l, la parolina magica. Eccolo l, l'amo a cui abboccheranno,
lo specchietto per le allodole, la chimera, il
sogno. Perch il sogno (si sa), per essere bello, dev'essere
proibito.
 stato in questo modo che ho fatto leggere a circa cinquecento
studenti di scuola superiore i romanzi di Ammaniti:
semplicemente vietandoglieli. Oppure facendoli affamare
con le poche pagine di Io non ho paura e poi lasciandoli
insaziati. Allora essi correvano in libreria e ne acquistavano
l'opera completa, per leggersela a casa, la sera, o a scuola,
di nascosto. Ogni tanto vedevo passare tra i banchi l'inconfondibile
copertina rosso porpora con venature gialle,
capivo tutto e ne godevo: c'erano cascati.
Con tutto il rispetto per i classici, ma come si fa ad avvicinare
alla lettura un quindicenne di oggi iscritto a un Istituto
Tecnico per Geometri imponendogli Belyj? O Joyce?
O Proust? Come si fa a mandare un ragazzino delle medie
in libreria a fargli comprare Cristo si  fermato a Eboli,
Fontamara o Giacinta? Testi validi, ma pi avanti, tra qualche anno,
quando il daimon della lettura si sar impossessato di
loro e loro, neppure se lo volessero, potrebbero pi scacciarlo.


In gita (prove).

Quando presi la decisione di fare l'insegnante, fui mossa
anche dalla prospettiva di andare tutti gli anni in gita.
L'idea mi emozionava: come ai tempi del liceo, prendere
e partire spensierata. Pullman, treni, aerei. Notti insonni,
musica, casino. Uscite serali, discoteche, citt bellissime.
Per i primi anni infatti  stato cos: penso che le mie
classi bergamasche conservino ancora nitido il ricordo di
questa tosca femmina scalmanata che in gita faceva pi
confusione di loro, rideva gaudiosa, non ascoltava la guida
e dimenticava di fare il controllo dei presenti.
"Profe, guardi che ci deve contare" mi dicevano quando
risalivamo in pullman dopo una sosta.
A Praga mi guadagnai il soprannome di after hour perch
non ne volevo sapere di andare a dormire e dopo la
discoteca volevo stare a chiacchierare nelle camere. Una
sera si addormentarono in sette nella mia, la sera dopo
crollai io in una delle loro. Un'indecenza, sebbene dormissimo
tutti vestiti integralmente e con le scarpe ai piedi.
Per fortuna ero partita in compagnia di due colleghe,
una delle quali era per me come una sorella.
Dora Miscoppiaiccervello veniva dalla soleggiata Sicilia
e l, dove Garibaldi si era fermato a fare pip, lei aveva
lanciato al cielo il suo primo 'ngh.
Come me, si era volontariamente arruolata nelle graduatorie
permanenti bergamasche e, come me, schiacci
un quinquennio in terra lombarda. Come me, se non avesse
avuto accanto un'amica tanto affettuosa e amorevole,
forse non avrebbe resistito.
Io e Dora Miscoppiaiccervello ci conoscemmo alle nomine
annuali e scegliemmo entrambe la stessa scuola, il miglior
Istituto Tecnico Industriale della provincia. Un giorno,
Dora and a sostituirmi in V D e buttandosi sulla sedia
esclam: "Ragazzi vi prego: fate silenzio perch sono stanchissima
e mi scoppiaiccervello". Si sparse immediatamente
la voce sul suo nomignolo nuovo di zecca e, affibbiatole
quello, partimmo tutti insieme per la gita di una settimana
Con noi venne anche Rigida Collega e io in quei giorni
ebbi modo di riflettere su quanto potesse mutare l'atteggiamento
dei docenti in gita.
Alcuni professori vanno in gita portandosi dietro l'ansia:
di perdere la strada, di perdere qualche alunno, di
perdere il sonno, di perdere la pazienza. Poich succederanno
sicuramente tutt'e tre le cose, io consiglio loro di
evitare e stare a casa.
Altri vanno in gita portandosi dietro l'egoismo: di vedere
posti nuovi, di non lavorare, di fare una vacanza in solitaria.
Sono quelli che, giunti a destinazione, dicono ai ragazzi:
ci vediamo qui tra una settimana esatta. Poich certa
gente andrebbe battuta in terra tenendola dalle gambe, io
consiglio ai ragazzi, anche se inizialmente potr sembrare
comodo, di non portarsi in gita questi stronzi.
Io e Dora Miscoppiaiccervello andavamo in gita per
condividere uno dei momenti pi sacri della scuola: il gratuito
piacere di stare insieme, la full-immersion nella classe,
mattina pomeriggio sera e notte no-stop, sempre appiccicati,
vicini vicini, a dirsi quello che in classe non ci
saremmo detti mai. Per questo appartenevamo al gruppo
di quelli che in gita si portano dietro l'apertura a trecentosessanta
gradi.
Qualche anno fa, per, successe la tragedia.
Nel parco di una villa medicea fuori Firenze, una bambina
delle scuole elementari, allontanatasi dal controllo
della sua maestra, perse la vita arrampicandosi su una
grossa pietra dalla quale poi cadde.
Io presi improvvisamente coscienza dell'enorme responsabilit
che mi assumevo (oggi lo ammetto, con ottimismo
eccessivo) ogni volta che portavo gli studenti in gita.
Dopo pochi giorni da questo fatto, anch'io partii con la
mia nuova classe. Una seconda superiore. Una classettina
di tutto rispetto che a scuola si era sempre comportata pi
che bene. Ragazzi bravi e disciplinati. Per questo mi ero
lasciata convincere a partire anche dopo lo shock provato
per il tragico episodio di cronaca locale. La nostra meta
era Roma, per una settimana.
Sfortuna volle che quei quattordici delinquenti in gita
dessero il meglio di s: inzavorrarono i loro zaini dei tipi
pi disparati di sostanze stupefacenti. Si andava dalle
droghe pi leggerine alle pi pesantucce. In albergo, dopo
cena, si chiudevano dentro le stanze e fumavano, bevevano,
ingurgitavano ognibendiddo. Fino a quella sera in cui
Luca Testadoca, per prendere una boccata d'aria, usc sul
balcone. Era marzo, faceva un freddo puttano. La congestione
fu immediata. Quell'incosciente vomit l'anima dal
terzo piano e poi svenne sul terrazzo. Si salv dalla morte,
ma non dalla sospensione prima e dalla bocciatura poi.
Io giurai a me stessa che non sarei mai pi andata in gita
con la scuola, invece alla fine mi sono fatta intortare
un'altra volta.
C' la nebbia e fa freddo, quando partiamo dal piazzale
alle otto e un quarto. In classe, i ragazzi bollono per l'emozione
della partenza imminente. Destinazione: l'Osservatorio
astronomico di Arcetri. Capirai, gitona. In realt 
pi che altro un test, un esamino travestito da visita guidata,
per osservarli al di fuori delle mura scolastiche, per
capire in una mattinata quello che altrimenti non capirei
in un quadrimestre. Perch uscire dalla scuola, a volte, fa
miracoli.
E infatti.
Loro sono quindici, noi due, io e Collega Stanca ("Come
mi hanno stancata queste uscite didattiche" esordisce vedendomi
al mattino). Quattro gli autobus presi fra l'andata
e il ritorno, quattro le ore che dura la lezione dimostrativa
dei responsabili. Quattro anche i coordinatori dell'esperienza
(bravissimi). Uno bono.
In autobus i ragazzi elargiscono spettacoli gratuiti al popolo
locale, mentalmente ancora tra le braccia di Morfeo.
Aurora: Profe a me l'autobus mi d noia, mi scappa da
vomitare. Margherita: Ah no eh, scusa, ma ti chiedo di
spostarti perch per venire a questa gita mi sono messa il
giubbotto della domenica. Ivano: Ecco, non verrai mica
proprio qui vicino a me a vomitare?. Edoardo: Profe pu
dire all'Aurora di non vomitare fino a quando non arriviamo
ad Arcetri per favore?. Danilo: Profe io non ho voglia
di sentire il puzzo di vomito a quest'ora, se no guardi che
poi vomito anch'io, io gliel'ho detto eh. Michela: Aurora
senti perch non vai in fondo all'autobus che non c' nessuno
cos se vomiti vomiti per terra e non ci sporchi?. Aurora:
Ma profe, io voglio stare qui con voi. Giulia: Ho
capito Aurora per scusami eh, anche noi abbiamo diritto a
viaggiare per bene, io ho gli anfibi nuovi e se poi mi ci va
uno schizzo di vomito? (Ha visto profe che ho comprato
gli stivali quasi uguali ai suoi?). Leonardo: Madonna
quando rompete, profe ci vado io accanto all'Aurora, le dico
qualcosa del mio cane cos la distraggo e non pensa pi
al vomito. Ragazzo sardo sull'autobus: Scusa... com' lavorare
con loro?. La profe: Non te lo immagini? Non li
senti?  cos. Aurora: Profe ma quanto manca, io non
reggo eh. Giulia: Ma quanto sei pallosa, neanche noi ti si
regge pi. Signora sull'autobus: Ma l'insegnante  quella
l?. Amica della signora: Penso di s, la chiamano profe.
Mah, ai miei tempi le maestre si chiamavano maestra. Ragazzo
sull'autobus: Che classe fanno? E dove li portate?.
La profe: Fanno la prima media, andiamo all'Osservatorio
astronomico di Arcetri per una lezione speciale su cui
poi in classe faremo una relazione. Lucianino: Oh!, la
profe ha fatto conquiste, guardate come parla con quello.
Giulia: Mh, brutto, non mi piace per nulla. Aurora:
Davvero,  troppo serio per la profe. (Risate.) La profe:
Lucianino appena arriviamo all'Osservatorio ti vorrei
parlare. Lucianino: Ecco, lo sapevo, m'ha beccato, prima
mi far una parte e poi lo dir al mio babbo.
Nel tempo in cui si tolgono i giubbotti e si mettono pi
comodi, i ragazzi si convincono di essere quasi laureandi
in Geografia Astronomica e, sotto la volta celeste, lavorano
cos seriamente che io quasi non li riconosco pi. Fra le
espressioni pi udite: ganzissimo, bellissimo, no!, guarda
lass, troppo bello, forte, fortissimo.
L'esame lo passano alla grande. A maggio li porto a fare
una gita seria.


Tema: la scuola che vorrei.

Mi sembrava un'idea molto democratica, alla fine del primo
quadrimestre, lasciare la parola ai ragazzi per un loro
personalissimo bilancio.
Io credo (come ho detto) nella libert contenutistica,
odio la correttezza dei concetti a tutti i costi e auspico il coraggio
della scrittura.
Quando avrete rispettato le regole dell'ortografia e
della sintassi dico in classe mi troverete sempre pronta a
rispettare tutti i vostri contenuti.
Dico loro che anche da grandi non dovranno mai lasciarsi
imbavagliare da nessuno e che non dovranno cercare di
adattarsi all'interlocutore del momento, per esprimere le
proprie idee. Purch esse siamo articolate, ovviamente, e
poggino su solide basi di coerenza.
Non siate mai servi di nessuno, non vendete le vostre
idee, non rendetevi schiavi, liberate la mente, aprite il cuore:
quando sarete in pace con voi stessi, avrete fatto il pi e
sarete quasi sempre nel giusto. Avete capito?
S s annuiscono loro.
Sollecitandoli quindi alla pi trasparente sincerit, li esorto
a scrivere un tema attenendosi al titolo La scuola che vorrei.
Nella scuola che vorrei ci sono dei materassoni gonfiabili, cos
cascando non ti fai niente, ti rialzi e riprendi subito a scatenarti
come un pazzo. I bagni sono pulitissimi e chi fa la pip
fuori dal vaso apposta per fare un dispetto a quello dopo,
viene mandato dalla vicepreside che gli fa una partaccia a
brutto muso. All'interno della mia classe dei sogni ci sono
poltrone e divani, mica questi bancacci di legno e queste seggiole
dure e scortecciate, cos mi posso sdraiare e dormire
durante le lezioni pi noiose. Nella mia scuola ideale c' tutti
i giorni Motoria, ma solo per giocare, senza la teoria, tutte le
prof sono simpaticissime e se noi si fa confusione, loro non ci
devono brontolare mai. Ci dovrebbe essere una legge, che se
uno ti offende o ti tira un pugno, anche te gli puoi ritirare tutte
le botte che vuoi e non vieni mai sospeso. La ricreazione 
molto pi lunga di adesso, diciamo un'ora circa. Si entra alle
10 e si esce alle 13. Se un ragazzo o una ragazza ti ruba le cose,
come fa Giulia Melatiro, te lo puoi dire alla vicepreside e
loro vengono sospesi senza perdere altro tempo. Per fare le
verifiche si sta tutti vicini coi banchi e si copia da tutti: a destra
e a sinistra, davanti e di dietro. Si possono anche chiedere
le cose alle prof e loro ci devono sempre dare la risposta
giusta. Se sei troppo stanco e non ti va di fare lezione, esci velocemente
dalla scuola e torni a casa tua. Se non si fa Motoria,
si fa Disegno e nel cambio dell'ora si va tutti a giro per i
corridoi. Se fai confusione o dai noia a un compagno e la
profe ti becca e ti mette una nota, tu puoi anche non farla firmare
mai ai genitori. In classe puoi giocare a calcio e se si spacca
un vetro pace, tanto lo ripagano i professori. Quando ti alzi
con la luna storta e arrivi in classe arrabbiato, puoi sfogarti
sul compagno o la compagna che ti stanno pi antipatici.
Pu essere anche una professoressa. Anche quella di Lettere.
Non ci sono compiti e nessuno ci pu obbligare a fare niente.
A primavera si va a fare il bagno nell'Arno come facevano i
miei nonni. Per scherzo, si possono affogare le professoresse.
Questa  la scuola che vorrei.
Alla fine di questo incauto esperimento, capisco quanto
ormai sia superata quella frase secondo cui la peggiore
delle democrazie sarebbe comunque migliore della migliore
delle dittature.


Pagelle.

Il pomeriggio nel quale si consegnano le schede di valutazione
del primo quadrimestre  una giornata che - per
pathos, ansie e conseguenze - oscura in un attimo altri grandi
momenti della storia dell'uomo quali la scoperta del continente
americano, l'invenzione della stampa e l'allunaggio.
La mamma di Danilo detto Bu! mi ha detto che posso usare
i nocchini per punire suo figlio quando disturba. La
mamma di Leonardo Impavido mi ha detto che solo io sono
riuscita a domare suo figlio e adesso lui mi considera un
capobranco personale; alla mia domanda se fosse un complimento,
lei ha sorriso. Permane in me il dubbio. La mamma
di Michela Mestruata mi ha detto che sua figlia mi ama
come se fosse un maschio. La mamma di Valentina Ancorano
mi ha detto di chiamarla Valentina Ormaicisiamo perch
avverte gi i primi dolorini alle ovaie. Il babbo di Giulia
Melatiro mi ha detto: "Sinceramente mi aspettavo voti
pi alti, ne parler al preside". In analoga sincerit gli ho
risposto: "Lo trova il luned, il mercoled e il venerd dalle
undici alle tredici". La mamma di Elia Tantobravino mi ha
detto che quella mattina in cui ho portato suo figlio al gabinetto
per aiutarlo a bloccare la sua emorragia nasale e intanto
gli cantavo Sensazioni forti di Vasco Rossi per rassicurarlo,
lei si  commossa nel sentirselo raccontare. Il babbo
di Timida Carlotta mi ha detto che, ripensandoci, anche un
libro al mese va bene. La mamma di Rhoberhto Errhemoscia
detto il Sanguinarhio mi ha detto grazie, perch da
quando fa le medie suo figlio  meno sanguinario. Il babbo
di CiccioEdo ha risposto al cellulare mentre stava parlando
con me; stavo per fargli un paio di occhi cattivi, ma lui ha
fatto in tempo a dirmi: " mia moglie, posso passargliela?"
e io gli ho detto: "Be', s, me la passi". Ai tempi in cui ero
studentessa, nessuna delle mie insegnanti avrebbe accettato
un colloquio telefonico coi miei genitori, al che mi chiedo
se sono io la cogliona o loro i cafoni. Infine ho anche
scoperto che la mamma di Margherita Rompi, quando
vuole, rompe nello stesso stile di sua figlia.
Finalmente alle otto sono a casa tra le braccia di Fidanzato
Belpelato.
  Secondo quadrimestre.


Cyrano in gonnella e stivaloni.

Se l'insegnante sopravvive ai mutamenti e alle trasformazioni
del suo rapporto coi ragazzi, sempre dinamico e in
perpetuo divenire, pu mettersi a disposizione degli studenti
anche per qualche minima dritta sentimentale. Pu
insomma, per un intervallo al mese, vestire i panni dell'eroe
di Rostand e avere parte attiva in qualche pateracchio.
Viola detta Strafiga, intuibilmente, non  una brutta
bambina. Ella  mora e ha gli occhi profondi come un pozzo
profondo. Quando ti guarda, ti sventaglia i ciglioni davanti
come faceva l'aristogatta Duchessa col suburbano
Romeo, e ti manda in crisi. Non sto parlando di me,  evidente,
ma dei suoi coetanei dotati di pimpino.
Cecino, per esempio.
Cecino deve il suo nome al protagonista immortale dell'omonima
fiaba tramandataci da Calvino, il quale scrive
infatti che una donna, mentre faceva cuocere una pentolata
di ceci, se ne sent chiedere una scodella in elemosina da
una vecchina. La donna rifiut a brutto muso dicendole:
"Brava: se li do a te non li mangio io" e allora la vecchina la
pun maledicendola: "Per dispetto, che tutti i tuoi ceci diventino
figlioli". E infatti la disgraziata si ritrov la casa
piena di bambini che gridavano, strillavano, piangevano e
urlavano. Ma la donna non perse tempo: con un mortaio
cominci a schiacciare tutti quei bambini e ne fece tipo una
purea di ceci. Li stermin tutti, tranne uno, Cecino. Anzi,
quello lo adott e lo mand a portare il pranzo a suo marito
che stava lavorando. Ora, quello che non successe a quel
ragazzo piccino come un cecio voi non ve lo potete nemmeno
immaginare. Ve ne dico solo una: a un certo punto
un lupo inavvertitamente lo ingoi e quando Cecino dallo
stomaco grid "al lupo! al lupo!" l'animale s'impaur, credendo
di avere dell'aria nella pancia, e fece di tutto per
espellerla, scoreggiando come un indemoniato.
Sono settimane ormai che Cecino non guarda pi me,
mentre spiego alla lavagna, ma si lascia dominare da un
torcicollo che lo obbliga verso destra, nello spasmodico
tentativo di incontrare gli occhi di Viola. Viola, al momento,
guarda costantemente altrove.
Cecino  il primo caso in questa classe che s'innamora veramente.
Stenta ad arrivare al metro e trenta, ma ama col cocente
ardore che port Cristiano a corteggiare Rossana. Ora, siccome,
come Cristiano, langue di tutta un'impalcatura linguistica
che invece gli tornerebbe molto utile, io ho deciso
di entrare virtualmente nella compagnia teatrale della sua
vita e vestirmi, per una volta, da Cyrano.
La commedia comincia durante un intervallo in classe.
Cecino  fantastico sibilo nell'orecchio di Viola Strafiga,
non ho mai conosciuto un ragazzo pi simpatico e promettente
di lui.  un po' bassino, forse, ma crescer. E poi fa tanti
sport, gioca a rugby e coltiva la passione della moto: scommetti
che diventer bellissimo da grande? Da parte mia non
ho dubbi: se avessi undici anni mi ci fidanzerei e cercherei di
raggiungere accanto a lui l'et matrimoniabile.
Professoressa, io spero invece che il suo fidanzato non
somigli a quello sgorbio dice Viola, spietata, crudele, inclemente
come solo le donne belle sanno essere.
Alla fine della lezione, Cecino mi raggiunge e mi fa:
Profe, ho visto che all'intervallo discuteva con Viola: non
 che parlavate di me?.
No Cecino gli mento con le lacrime agli occhi ma se
vuoi il mio consiglio, tu devi darti pi da fare con quella
ragazza: devi agire, fare qualcosa per lei, qualcosa per farti
notare, qualcosa che la colpisca.
All'uscita, quell'imbranato la balzella appostato dietro
l'angolo e la riempie di schiuma carnascialesca, stelle filanti
e coriandoli di carta riciclata.


L'amore a scuola.

Alcuni dei miei pi grandi amori sono nati a scuola.
Se riuscii a resistere un mese tra le mura dell'asilo religioso
a cui da piccola mi aveva iscritto la mamma fu proprio
perch l c'era anche Stefano Occhispenti. Ma, come
dicevo, dopo un mese tolsi le tende perch amare va bene,
ma con le suore tra i piedi nemmen morta.
Fu per alle elementari che io scoprii il sentimento universale
e ne percepii il potenziale distruttivo.
Il fuoco, il calore, le vampe dell'amore mi furono rivelate
da Madre Natura solo quando mi trovai in classe con
Andrea Occhidipece.
Tutte le mie compagne adoravano Alessandro Occhidicielo,
un biondino coi capelli da paggio. A me quel bambino
non provocava la minima scarica ormonale.
Al contrario quando intravedevo, anche in lontananza,
Andrea Occhidipece, il cuore mi si arrampicava su per la
gola e mi si accucciava sulle tempie, provocandomi dentro
un vergognoso tu-tum, che io ero convinta si sentisse anche
da fuori.
All'epoca dei fatti che sto per raccontare, Andrea era bellissimo.
Tenebroso e serio, sfoderava raramente un sorriso
sbieco a cui io davo un valore inestimabile, come si fa con
tutte le cose centellinate di questo mondo.
Lo guardavo in quel grembiulino nero col fiocco azzurro
sempre storto e disfatto e ricordo che, alla precoce et di sei
anni e otto mesi, desideravo coprirgli la faccia di bacini.
Chiaramente mi guardavo assai bene dal palesare il mio
turbamento e anzi, quando qualche compagno mi chiedeva:
"Ma a te chi ti garba?" io rispondevo: "A me nessuno".
Lui, poi, era ancora pi rustico di me e le bambine non
le degnava di uno sguardo.
Un giorno commisi l'errore di confidare alla mia compagna
di banco che, s, insomma, a dire il vero, a me qualcuno
mi garbava, eccome.
Me lo immagino disse Elisa Lacopiona sar Alessandro
Occhidicielo: piace a tutte, anche a me.
Niente affatto dissi io a me piace Andrea Occhidipece,
che non piace a nessuno ma in realt  il pi bello del
mondo senza ombra di dubbio.
Lei ci pens su per qualche minuto e poi, col volto illuminato,
disse: Ma lo sai che hai ragione? Da questo momento
piacer anche a me.
L'avrei strangolata.
Mica perch aveva deciso a tavolino di farsi piacere un altro
bambino, ma perch da quando l'aveva deciso, faceva di
tutto per farglielo capire, servendosi - nel pi estremo dei
casi - perfino dei compagni di banco limitrofi ad Andrea.
Elisa c'ha detto di dirti che le garbi te! gli riportavano
loro.
E allora? rispondeva lui.
Io soffrivo in silenzio e depositavo il mio dolore su pagine
e pagine di diario. I blog all'epoca non c'erano: non oso
pensare a cosa avrei pubblicato se quello strumento infernale
mi fosse stato familiare.
Un pomeriggio d'inverno, tornando dal supermercato
in macchina coi miei genitori, approfittai dell'appannatura
del vetro per confidare all'abitacolo che "io amo Andrea
e ci voglio andare a vivere insieme". Neanche allora
concepivo l'idea del matrimonio e mi accontentavo di una
felice e consapevole convivenza. Subito la mia mamma si
volt e svergogn le mie intimit intimando: Cancella codeste
stupidate e non fare la cretinetta.
Ma io lo amavo. Lo amavo davvero. Con un trasporto totale
e una passione estremamente adulta. Se per esempio
oggi confronto il mio amore per Fidanzato Belpelato con
quello che provavo allora per Andrea, in quanto a intensit e
convinzione non ci vedo tutte queste differenze. Qualcuno
potrebbe ipotizzare che mi sono dimenticata di crescere. Fidanzato
Belpelato potrebbe offendersi. Ma che vi devo dire:
 cos.
Il mio amore per quel bambino dur l'intero quinquennio
elementare.
Quando ci portavano in giardino, io lo guardavo giocare
coi compagni. Quando la maestra lo chiamava interrogato,
io lo guardavo scrivere alla lavagna. Quando mi
vennero le prime mestruazioni durante una lezione di
Grammatica, lui guard turbato il mio grembiulino bianco
macchiato di sangue.
Verso la fine del quinto anno, la maestra form delle
coppie per farci realizzare dei lavori da portare in dono ai
genitori.
Io fui messa con Andrea.
Non avevo il coraggio di guardarlo negli occhi. Lui invece,
quando fummo soli l'uno di fronte all'altra, seduti
nei nostri banchini, ebbe il coraggio di chiedermi: Ma a te
ti piace qualcuno?. Io dissi: S. Lui disse:  qualcuno
di questa classe?. Io risposi: S. Lui chiese ancora: Ma
 Alessandro Occhidicielo?. Io dissi: No. Lui disse: E
allora chi ?!. Io dissi: Non te lo dico.
Allora lui ebbe una pensatona.
Facciamo cos propose con quell'aria seria da filosofo
romantico prendiamo due pezzi di carta e li copriamo
con la mano, tu ci scrivi sopra il nome di quello che ti piace
e io ci scrivo sopra il nome di quella che piace a me, poi
togliamo la mano insieme, ti va bene?
Io pensai: "Come minimo scrive il nome di quella ladra
di Elisa Lacopiona". Ma accettai lo stesso di giocare a quel
gioco masochista.
Quando, in perfetta sincronia, spostammo la mano per
svelare i nomi scritti, lui lesse il suo nome sul mio foglio e
io lessi il mio sul suo.
Lo abbandonai al suo banchino e fuggii non mi ricordo
pi nemmeno dove. L'anno dopo andai alle medie e m'innamorai
di un altro.
Perch lo chiamassero Grillo, non lo so.
Forse per la vivacit estrema, il sempiterno dinamismo,
l'agitazione corporea intrinseca e metafisica.
Lo conoscevo da sempre. Era cugino di uno che abitava
nel palazzo dove sono nata e cresciuta e veniva spesso a
giocare con lui, nell'atrio a pianterreno. Quando m'incrociava,
mi tirava le trecce bionde e mi diceva: "Brutta!".
Al Palazzetto dello Sport, dove tutti e due ci allenavamo,
mi guardava giocare a basket e mi gridava: "Imbranata!".
Nei corridoi della scuola che frequentavamo, all'intervallo
m'inseguiva e mi diceva: "Stronza!".
Poi, quell'estate, al campeggio estivo della parrocchia,
mi prese una mano da sotto il poncho e me la strinse forte.
Quindi, nell'oscurit del cinemino al chiuso, mentre il prete
proiettava non so che pellicola socialmente impegnata,
si fece vicino e mi baci sulla bocca.
Zero lingua e respiro mozzato.
Erano i tempi in cui ci si chiedeva: "Ti vuoi mettere con
me?". Ma il Grillo fu modernissimo in questo, perch non
me lo chiese: lo lasci intendere a tutti e quindi intesi anch'io.
Mi stava accanto, ma alla distanza, con quel suo fare
sempre a met tra l'oltraggio e l'adorazione, la violenza e la
dolcezza, l'odio che rende forti e l'amore che indebolisce.
Eravamo adolescenti, era quello il nostro linguaggio.
La sera in cui, rientrando nelle casette di legno dove si
dormiva divisi in gruppi secondo criteri anagrafico-sessuali,
mi ficc la lingua in mezzo ai denti, gli ammollai un
cazzotto alla bocca dello stomaco e me ne andai lasciandolo
seduto su quel tronco, dove con ogni probabilit egli
prosegu da solo.
Ebbi tutta la nottata per meditare sull'accaduto e anche
il giorno seguente, prima che, tornato il buio, gli ce la ficcassi
io, ora che avevo preso coraggio e soprattutto gusto.
Pomiciammo un'estate intera, ascoltando Genesis e Pink
Floyd.
Lui era tutto quello che si possa desiderare a tredici anni:
un campione del canestro, un vento nella corsa, un istrione
sul palco, un artista con le tastiere, un seduttore con le
bambine.
Lo amavo come si ama a quell'et. Follemente.
Mi lasci in autunno perch (cos ebbe ad argomentare)
non gli facevo toccare le poppine. Vedrai, non ce le avevo.
Di sicuro non mi amava, non in quella maniera folle di cui
si diceva poc'anzi. Lo ammaliavano i miei colori, questo s lo
so per certo perch me lo confid pi volte: il pallore epidermico,
l'iride d'asfalto, il capello di grano. Lui era la mia
antinoma e non si desidera se non ci che  opposto a noi.
Quando andai al liceo, mi sforzai di dimenticarlo, o ne
avrei sofferto in misura inconsolabile e dannosa per i miei
studi classici, ma non lo dimenticai nemmeno quando
mor, una notte di primavera, dopo anni di calvario, per
un cancro spietato che si port via quella testa di capelli e
di idee.
Gli amori che nascono a scuola, c'hanno tutto un altro
gusto.  l'ambiente stesso a renderli speciali, gli spazi, il
contesto.
L'amore che nasce a scuola, nasce pubblico. Anche se lei
negher di amare lui, loro se ne accorgeranno, a causa della
convivenza quotidiana e della confidenza straordinaria
che fiorisce tra quelle mura.
Per la ragazza che s'innamora a scuola, la scuola diventa
all'improvviso un luogo favolistico. Tutto  pi bello, anche
i gabinetti, soprattutto quello dei maschi, perch ci piscia lui.
Le lezioni sono obnubilate da questo sentimento che lei
avverte crescerle in petto, da quei due occhioni che lui si
sente puntati sulla nuca e da uno strano coniglio che gli si
muove nelle mutande. Solo le ore di Letteratura hanno un
senso e meritano di essere seguite, perch gli innamorati
sono convinti che tutte le poesie siano state scritte per loro.
Talora la scuola si oppone ai neonati amori e grida allo
scandalo.  il caso di quei presidi che vietano il bacio passionale
e slinguazzato (con rifrullo) nei corridoi, in aula,
davanti al portone della scuola. Fanno benissimo.
Perch il bello dell'amore a scuola  che non puoi consumarlo
nemmeno superficialmente, guai! Puoi solo lavorarci
con la testa, farti i soliti castelli (preferibilmente in
aria) e aspettare il pomeriggio per pomiciare.
Siccome poi, quando uno ama, si convince di poter fare
a meno anche del cibo, io riconosco gli studenti innamorati
guardando il loro girovita.
Aurora Bellicapelli per esempio sta diventando l'ombra
di se stessa. Magrissima, spesso ammusonita, triste, mesta,
attraversa quella fase in cui si crede che amore sia uguale a
dolore. Ella sospira, langue, guarda nel vuoto e piange.
Hai voglia di parlarmene? le ho chiesto.
Lei mi ha guardato attraverso la pozza delle lacrime che
aveva negli occhi, poi spingendo avanti il mento ha indicato
qualcuno dietro di me.
Mi sono voltata per guardare chi ci fosse e ho visto Leonardo
Impavido.
 pazza di lui. Nessuno la capisce pi di me.


Onanisti di tutto il mondo.

Agli anni della scuola risale per anche la scoperta dell'autoerotismo.
Che sia di gruppo, che sia in un mistico solipsismo, i ragazzini
iniziano a ramazzarsi il pisello in questi anni strategici.
Analogamente,  probabile che anche le ragazze si
sfiorino la farfallina. La differenza tra i due  che i primi lo
racconteranno senza problemi, le seconde non lo ammetteranno
mai nemmeno sotto tortura.
Mentre aspettavano l'arrivo di Collega Bricolage, i ragazzi
parlavano del pi e del meno.
Giulia Melatiro parlava di cinturine, borsette e lucidalabbra,
Aurora Bellicapelli di pantacollant, danza e ballerine,
CiccioEdo invocava un piatto di pastasciutta al pomodoro
piccante, Impavido lucidava ad alitate il casco da motociclista
regalo natalizio di suo padre, Michela Mestruata e Valentina
Ancorano discorrevano di quel fico in III C, Margherita
Rompi non discorreva di niente e con nessuno perch raramente
qualcuno vuole discorrere con lei di qualche cosa.
In fondo alla classe, il giovane Onanista (che renderemo
ancor pi anonimo per il rispetto della privacy), rivolto a
un turbatissimo Lucianino, pronunciava le seguenti parole,
che virgoletteremo come si fa con le citazioni nella tesi
di laurea.
"Io tutti i giorni mi tiro delle gran seghe nel bagno di casa
mia. I miei genitori non lo sanno, infatti lo faccio quando
loro sono a lavorare. Me ne tiro anche una decina al
giorno, tu vedessi che spettacolo, poi vengo e mi esce una
roba strana, mi pulisco con la carta igienica e dopo sto benissimo.
A volte me le tiro anche a scuola, in bagno. Tu te
le tiri mai?"
Pare che Lucianino non sapesse minimamente di cosa
stesse parlando Onanista.
Il Fato prescrisse che Timida Carlotta, seduta accanto a
Lucianino, udisse le proposizioni del peccato e ne restasse
profondamente turbata. Onanista se ne accorse ma, insensibile
al di costei pudore, prosegu senza tema di scandalo
il suo rivoltante racconto, arricchendolo anzi di particolari
che nessuno, Lucianino in primis, gli aveva richiesto. Costui
rideva della pudicizia adolescenziale dell'amica e, nonostante
la ritrosia femminile della poverina, la aggiornava
sulla quantit, sul colore, sulla densit e sull'olezzo del
suo seme riproduttivo.
Ma la Fama dalle Grandi Ali rapidamente svolazz su
quelle giovani teste e diffuse addestreammanca le confessioni
di quel ragazzino sessualmente esuberante. Risultato: le
femmine in et non riproduttiva gridarono all'orrore e i maschi
eroticamente ignoranti e ipodotati gridarono all'invidia.
Quando entr la professoressa Bricolage, alcune donzelle
manifestavano gi ingestibili conati di vomito. Lucianino
chiedeva insistentemente alla docente: "Professoressa
scusi, ma io che non mi sono mai tirato una sega non sono
normale?". Giulia Melatiro esigeva chiarimenti sul colore
dello sperma, chiamandolo amichevolmente sborra: "Scusi
professoressa, io non ho capito bene cosa ha detto Onanista:
ma la sborra  bianca o gialla?". Timida Carlotta, intanto,
pretendeva la difesa della sua timidezza e del suo
disagio: "Professoressa, mi tuteli, io non voglio ascoltare
queste cose sporche".
Collega Bricolage ha gestito l'episodio con un oscurantismo
da Inquisizione medievale: imponendo alla classe un
silenzio omertoso, si  recata indi al banchetto di Onanista
che nel frattempo, oltremodo turbato dalla reazione popolare
alle sue parole, era caduto vittima di una crisi di pianto
da segaiolo pentito e lo ha consolato asserendo che la
sua masturbazione forsennata era solo indice di un auspicabile
machismo in cui anche gli altri ragazzi lo avrebbero
presto raggiunto.
Cos almeno mi sono state raccontate le cose, in seguito.
Ma Aurora Bellicapelli, nel weekend, ci aveva ripensato
e qualcosa non le tornava di quell'invito all'acquiescenza
rivolto dalla collega a tutta la classe. Professoressa - mi
ha detto - io sono abituata a dire tutto ai miei genitori,
perch la profe di Tecnica non vuole che si parli di quello
che dice Onanista?
Improvvisamente ho capito che, contravvenendo al veto
della collega, bisognava parlarne. "Speriamo d'aver capito
bene" dicevo intanto a me stessa. E ho intavolato la
discussione. Ho cercato di essere lucida, serena, moderata,
scientifica, democratica, aperta ma non scurrile, divulgativa
ma non dozzinale, illuminante ma non troppo
esplicita.
Non sono cose facili.
Non tanto per i ragazzi, che ti ascoltano e che capiscono
al volo, specialmente se si parla di cazzi e fiche (a cui per
per l'occasione ho conferito i nomi tecnici pene e vagina),
quanto per i genitori, che poi magari non capiscono una
sega (per l'appunto) e chiedono un colloquio privato con
te per farti il mazzo.
Io credo per che coi ragazzi siano fondamentali due
cose: la trasparenza e l'onest.
Ho cercato di essere trasparente e onesta. Mentre pensavo
a cosa avrebbe detto Fidanzato Belpelato in questa situazione
(egli  per me paradigma di apertura mentale e
tolleranza ideologica), ho detto che la sessualit e quindi
anche la masturbazione sono cose naturali e belle, che richiedono
di essere vissute in una sfera intima e che non
devono ferire o disturbare chi ci  accanto. Mi  toccato
anche spiegare ai meno alfabetizzati cosa sia esattamente
la masturbazione, cosa sia lo sperma, perch non sia bello
chiamarlo "sborra", cosa significhi "venire" e roba simile.
Sul perch Onanista usi oggetti tipo lo stick vuoto del deodorante
per raggiungere vette pi elevate di piacere non
ho inteso rilasciare alcuna dichiarazione.
Poi ho telefonato a casa di Onanista e ho convocato i suoi
genitori per il pomeriggio stesso.
Ci siamo visti, abbiamo parlato, analizzato, chiarito. Poi
ci siamo anche fatti delle gran risate a gargarozzolo disinibito,
dando all'episodio una lettura equilibrata.
Io spero di aver detto e fatto bene. Lasciando cadere nel
silenzio tutto questo mi sarebbe sembrato di fare lo sporco
gioco di chi ci vuol far credere che il sesso sia peccato e
che di esso non si possa parlare serenamente.


Il sesso confuso degli studenti.

Nulla a che vedere, comunque, con le problematiche sessuali in cui ti coinvolgono gli studenti delle scuole superiori.
 nell'ambito di quel quinquennio, infatti, che i pi scoprono
il petting, leggero o pesante che sia, e vivono la loro
prima volta. And cos anche a me, del resto.
Se la prima volta succedesse a tutti nei modi e nei tempi in
cui successe a me, nessun professore dovrebbe preoccuparsi
di ascoltare le crisi di pianto e consolare i postumi di un passo
prematuro che, a conti fatti, risulta quindi sbagliato.
Il mio battesimo sessuale fu (debbo ammettere) fortunatissimo.
Avevo diciassette anni, facevo il quarto anno del liceo e
frequentavo solo gente vergine. L'idea di perdere questo stato
naturale, quindi, non mi sfiorava nemmeno. Per stavo
insieme a un ragazzo che aveva tre anni pi di me e che di
giornate intere a schitarrare Guccini e De Andr, dopo qualche
mese, non ne poteva pi.
Scusami, ma non mi sento affatto pronta gli dicevo
quando allungava le mani.
Il suo segreto fu portare pazienza.
Tu e Davide Lungamano avete mai fatto l'amore? mi
chiese una compagna all'intervallo.
No, ma ne stiamo parlando risposi. Ero all'epoca una
diciassettenne con la pelle e i capelli completamente lisci e
straordinariamente chiari.
Ne parlammo per due anni. Una domenica gli comunicai
che si poteva passare ai fatti.
Ma Davide Lungamano, che di tempo per pensare ne
aveva avuto tanto, aveva pianificato la nostra prima volta
con la cura che uno stratega romano poteva mettere nella
progettazione della battaglia pi importante. Il volpone si
fece prestare una casa in montagna da un amico, nel pomeriggio
del giorno stabilito vi si rec ad accendere caminetti,
candele, luci e lumini, verific l'effetto-seduzione
che tutto questo laico presepino produceva, indi scese a
valle e mi condusse a festeggiare.
Era il 31 dicembre, la notte di San Silvestro. Aspettammo
i botti in aria e lo spumante addosso insieme a tutti i
nostri amici, poi li salutammo con occhiate languide che
dicevano pi di tante scritte in sovrimpressione e ci ritirammo
nell'eremo del peccato.
Non ebbi mai, tuttavia, la sensazione di star commettendo
qualcosa di peccaminoso, forse perch lui mi sollev in braccio
come una diva americana e mi port al piano superiore
solo dopo aver fatto partire The Power of Love dei Frankie
Goes to Hollywood, o forse perch sul lettone che si sarebbe
di l a poco colorato di rosso aveva distribuito, in una casualit
solo apparente, diciotto rose di quel preciso colore.
Non sentii assolutamente nulla, n di male, n di bene,
per entrai in una fase onirica che mi distrasse per diversi
mesi dallo studio dell'aoristo greco e del piuccheperfetto
latino.
Nessuno dei miei insegnanti sospett che la voglia di
studiare l'avessi persa insieme alla verginit, mi ammollarono
l una decina di quattro e prima della fine dell'anno
io mi risvegliai dal sogno ricordandomi che, prima ancora
che una nuova donna, ero una vecchia liceale.
Come dicevo, fu tutta fortuna.
Molte ragazze hanno una prima volta non solo deludente:
drammatica. Lo fanno troppo presto, troppo forte,
troppo male.
Molti ragazzi, poi, arrivano al diploma senza averlo fatto
mai.
Le prime si disperano in un senso, i secondi in un altro.
I genitori delle prime e dei secondi in genere brancolano
nel buio di tutto questo.
I professori si trovano nel pieno epicentro conclamato
della crisi e per fronteggiare quell'ondata di insufficienze
devono prendere in esame tutte le ipotesi. Non ultima, quella
che riguarda la vita sessuale dei loro confusi studenti.


Tu chiamale se vuoi emozioni.

Saranno i capelli (tinti ma) biondi, sar la terza di reggiseno
e di mutande, sar la natura sentimentalmente stimolante
delle materie insegnate. Fatto sta che quella che sta
colpendo Leonardo Impavido potrebbe essere una sorte
analoga a quella che colp me in prima liceo.
Professoressa, lo sa che Leonardo quando lei non c'
dice sempre che ha un bel culo? starnazza Margherita
Rompi.
Del resto anch'io dicevo la stessa cosa del professor Sergio
Signorina.
Lui entrava in classe e l'attraversava, perch la cattedra
era agli antipodi della porta. Nell'involontaria passerella
che percorreva, io dico che se li sar sentiti i nostri sguardi
addosso. Se non li sentiva vuol dire che dormiva, perch
l'ormone imbizzarrito di quindici femmine in et fecondabile
non pu passare inavvertito.
Camminava un po' ricurvo verso destra, aveva l'incedere
di chi non ha mai fatto a corsa nemmeno il giro dell'isolato
perch i suoi sono stati anni di studio matto e disperatissimo
e nient'altro. A noi per, contemplandolo, sembrava di
avere davanti il Discobolo di Mirone.
Appoggiati i libri in cattedra, si sedeva e, prima di prendere
la parola, ci guardava.
Io generalmente a quel punto iniziavo un processo di auto-liquefazione.
Mi scioglievano i suoi occhi verde mare, mi
turbava il suo volto di uomo maturo, mi seduceva la sua
bocca che parlava di esistenzialismo, eleatismo, pitagorismo,
orfismo e capivo sempre la stessa parola: erotismo.
Di innamorarsi di un insegnante  capitato a tutti.
Le reazioni che possono scaturire da tale tragedia (perch
di questo si tratta) sono duplici: o l'innamorato si butta
a capofitto sulla materia e smette di studiare tutte le altre,
o il poverino si spappola i neuroni nella sempiterna
contemplazione mentale dell'oggetto amato. Io, per esempio,
la seconda.
Traducevo individualmente i carmi di Catullo perch
mi impersonavo nel poeta innamorato, ma poi non si parlava
di fare altro. Il mio andamento scolastico cal a picco
per un quadrimestre. Nella pagella interperiodale Sergio
Signorina mi ammoll un cinque iniquo.
Come risvegliata da un bel sogno a suon di ceffonazzi,
rientrai in me e iniziai a studiare.
Signorina, i miei complimenti mi disse Sergio, quando
conquistai il primo "otto". Se mi avesse cantato Io e la
mia signorina stiamo bene insieme sarei stata pi contenta,
ma in fondo anche quella semplice frase fu sufficiente per
farmi credere in una storia d'amore e in un conseguente,
finale matrimonio. Io e lui, certamente, che domande.
Un pomeriggio, mentre scorrazzavo lungo i viali di circonvallazione
col mio Ciao, mi fermai a un semaforo rosso.
Sergio Signorina mi affianc con la sua 127 crema. Odio
confessare la bassezza dei nostri mezzucci di trasporto, ma
credo nel principio della verit cronachistica. Ricordo che
rimasi immobile, paralizzata anche davanti al verde. La fila
dietro mi clacson e la mattina dopo Sergio mi insult
davanti alla classe perch - sosteneva - non dovevo andarmene
in giro col motorino se non sapevo guidarlo.
Non capiva (quell'imbecillone) che l'amavo e che m'ero
solamente emozionata. Non capiva che mi struggevo per
lui e che quando lui parlava di Crisippo di Soli io mi sentivo
mancare e quando lui spiegava Zenone di Cizio io mi
consumavo nella passione.
Dovetti aspettare il conseguimento della laurea universitaria
per capire (quando Sergio Signorina mi port fuori
a cena a festeggiare) che l'uomo per me ero ancora ben
lungi dall'averlo trovato. Il mio adorato professore - lo vedevo
chiaramente, ora - era anziano, gobbo, sui suoi occhi
era sceso il velo senile della malinconia e il suo culo (con
ogni probabilit) si era fatto flaccido e cencioso.


Profe, ti amo.

Prima che l'impavido faccia su di me scoperte simili, cerco
di dirottare la sua attenzione sulle coetanee che all'intervallo
organizzano pellegrinaggi in classe nostra per lanciare
un'occhiata a quegli occhi blu, o di convincerlo che
Aurora Bellicapelli  la ragazza che fa per lui.
Leonardo non  solo coraggioso come un braveheart,
astuto come una faina e intelligente come uno scienziato.
Leonardo  anche fico come un cupido. Il bello  che lui
non lo sa e, come accade anche tra gli adulti, il fatto di essere
totalmente inconsapevole della propria fisica beltade
lo rende ancora pi appetibile.
Le ragazzine impazziscono per lui e, alla strenua ricerca
di un contatto fisico col loro eroe, sarebbero pronte a gesti
estremi pur di ricevere uno di quei cazzotti nel muso incassati
all'epoca da Giulia Melatiro. Alcune vengono prese
di peso dalle compagne dispettose e, coi loro pancini scoperti,
buttate malamente in aula, altre cercano l'appagamento
carnale in una contemplazione ottica fugace che le
lascia perennemente bramose e insaziate.
Lui, oltre che della propria prestanza, non si accorge
neanche di loro. Sguita a giocare a "tiriamoci le caccole"
coi compagni e a me che gli dico: "Leonardo, ma non vedi
nulla?!" non risponde: rosso, sudato, puzzolente e appiccicoso
(ma bellissimo), si volta, mi guarda e sorride.
Finch un giorno, entrando in classe al cambio dell'ora e
aprendo il registro, trovo una lirica dal titolo inequivocabile
(Garrisca al vento il labaro viola). Colgo i sottili
riferimenti sentimentali e sessuali insiti nel testo: fisso l'autore
per una frazione di secondo e con lo sguardo gli faccio capire
che ho capito, poi nascondo gelosamente il foglietto
tra le pagine della Moleskine e penso, addirittura credendoci,
che Leonardo Impavido (al momento) ami solo me.
Del resto, non sarebbe la prima volta.
Quando insegnavo in provincia di Bergamo, c'era nella
mia classe un ragazzo fuori dal comune.
Era castano, portava i capelli lunghi alle spalle, aveva gli
occhi azzurri e adorava la poesia. Ma ancor di pi lui amava
la musica, che ascoltava e suonava per vivere meglio.
Era sensibile come si  sensibili a quell'et, quando ancora
la vita non ci ha induriti, quando le aspettative sono
elevate e la luce della speranza ci acceca. Era tifoso, passionale,
intelligente e sognatore. Era giovanissimo e gi
padroneggiava la parola scritta, a cui riservava una cura
meticolosa e inconsueta.
Studiava con costanza e aveva sempre riportato ottimi
voti. Per questo mi preoccupai quando vidi la sua media
scendere a picco. Contemporaneamente, si era fatto cogitabondo
e riservato, e in classe stava spesso isolato rispetto
a tutti gli altri.
Un giorno venne sua madre a parlarmi a cuore aperto.
Professoressa mi disse Walter non  pi quello di prima:
la notte sento che non dorme e la mattina vomita in bagno
prima di venire a scuola. Provi a parlarci lei, so che le 
affezionato e che la stima.
Ci penso io dissi.
In effetti pensavo di poter padroneggiare la situazione
con disinvoltura e la mattina dopo, chiamando Walter fuori
dalla classe, gli dissi: Vieni con me, che facciamo due
passi in corridoio.
Per quegli anditi lunghissimi e larghi, cammina cammina,
io tenni un signor discorso al mio studente. Gli dissi
che a me poteva aprire il cuore, che su di me poteva contare,
che io avrei potuto aiutarlo. Lo invitai a non temere, a
vuotare il sacco senza farsi inutili rmore, a confidarsi, a
fidarsi.
Ma io non ho nessun problema a dirti cosa mi sta accadendo
disse lui con una razionalit sconcertante, passando
dal lei al tu con la naturalezza degli adulti io ti amo,
sono innamorato di te e sto male per questo, perch so che
non potr mai averti.
A farmi stare zitta non c'era mai riuscita nemmeno la
mia mamma. Quel ragazzo mi priv della parola per diverse
settimane.


Educazione sessuale.

C' un chiasso considerevole in I B.
A un certo punto toc toc, ed entra Collega Preferito: simula
un malcontento, finge di avere la fronte corrugata,
recita guardandomi male ed esclama: O profe ma che casino
fai stamani?!.
Allargo la bocca nel classico sorriso e gli faccio: O Collega
Preferito, entra pure,  sabato, si rimette l'ora legale,
via, rilassiamoci!.
Hai ragione fa lui, entra e si chiude la porta dietro.
La I B adora Collega Preferito: mentre tutte le altre professoresse
(dall'Acida all'Archeologa, passando per tutte
quelle In Menopausa) odiano la I B perch  una classe agitata,
Collega Preferito farebbe volentieri cambio con Collega
Stanca per venire a insegnare qui. Non c' cosa che i ragazzi
acchiappino pi al volo dell'amore. Loro sentono di
essere amati da Collega Preferito e lo ricambiano con analoga
simpatia. Gli sparano l un applauso spontaneo.
Lui dice: O grulli, state zitti.
Lucianino alza la mano e chiede: Professore, ma lei non
era in nessuna classe a fare lezione?.
S fa lui in questa accanto, ma sto pi volentieri qui a
far lezione a voi! e ride.
Giulia Melatiro suggerisce l'argomento: Professore perch
non ci rispiega lei la riproduzione asessuata che con la
nostra profe di Scienze non l'abbiamo capita tanto bene?.
Da allora, la catastrofe.
Mah inizia Collega Preferito la riproduzione asessuata
riguarda organismi primitivi come i celenterati, i vermi
piatti e le spugne.
Come, le spugne fanno all'amore?! chiede Danilo detto
Bu!.
Macch all'amore, bischero, t'ho detto ora che la riproduzione
 a-sessuata, cio senza sesso, come fanno a fare
all'amore se gli manca il sesso?!
(Risate.)
Allora, si diceva: prendiamo le spugne. Le spugne
stanno appoggiate sul fondo del mare, per questo si dicono
sssili riparte Collega Preferito.
O non s'era detto che non c'era traccia di sesso?! interviene
Lucianino.
Lasciami finire, piccino fa Collega Preferito.
(Coro: Ah ah ah, t'ha detto piccino!.)
Silenzio ragazzi dice il professore allora: tanto per
farvi capire quanto sono primitivi e semplici questi, pensate
per esempio che le spugne hanno un solo canale per
la nutrizione e per l'evacuazione. In parole povere: mangiano
e cacano dallo stesso buco, scusate la parola.
Giulia Melatiro: Quale parola?!.
La classe al gran completo: Cacano!.
Giulia Melatiro: Ah.
Collega Preferito: Questo buco si chiama osculo, ma
scrivetelo bene, "osculo", non "ho-sculo" eh!.
(Risate selvatiche.)
Collega Preferito: Questo tipo di "animali" si riproduce
asessuatamente. La riproduzione asessuata pu avvenire
per scissione, per gemmazione e per schizogenesi.
Leonardo Impavido: Schizogenesi? Allora lo sperma lo
buttan fuori anche loro!.
Bisbigli: "Oh, hai sentito?, ha detto sperma".
Altri bisbigli: "Va be', ma sperma si pu dire:  sborra
che non va bene".
Collega Preferito (a me): Per, questi son tremendi
davvero eh, beata te che almeno tu ti diverti, a me mi vengono
due palle con la i c.
Dal brusio, nasce la domanda che temevo: Prhofessorhe
fa Rhoberhto Errhemoscia a me m'interhesserhebbe
di pi la rhiprhoduzione sessuata di quella asessuata.
Collega Preferito: Ah, ti capisco, in effetti anche a me.
Mah, cosa vuoi sapere, per esempio che dei quaranta, cinquanta
milioni di spermatozoi che i tuoi testicoli producono
[bisbigli: "Maremma!"] solo uno raggiunge la meta mentre gli
altri muoiono tutti, vittime delle ciglia uterine femminili, del
muco acido di alcune donne, di un errore di rotta nella scelta
della direzione giusta verso l'ovaia che ha avuto l'ovulazione.
Gli ultimi muoiono tentando inutilmente di penetrare la
membrana dell'ovaia che ormai si  ispessita perch ha gi
accolto il primo spermatozoo che ha fatto tana. Uno solo
vince, tutti gli altri son fottuti sorride Collega Preferito.
Quello che vince canta Vado al massimo, vado a gonfie vele,
eh profe? mi urla dal fondo Ivano Sottutto ridendo.
 graziosissimo, oltre che musicalmente colto: io a fargli
una parte a brutto muso per farlo stare zitto non ci penso
nemmeno.
La pronuncia di "enjambement"
Dopo quattro mesi di prosa, a ragionar di fiabe, di favole e
di miti, finalmente cominciamo a poetare. Ah, che bellezza.
Basta parlare di personaggi, morale, trama, via le funzioni
di Propp, via i numeri simbolo. Largo al verso.
E allora, ecco tutti i metri della poesia italiana, tutti i tipi
di rima, tutti i tipi di strofa, ecco affacciarsi le prime, timide
figure retoriche.
Ma, chiss perch, i ragazzi titubano di fronte all'espressione
poetica. La avvertono distante, logora, prisca e vetusta.
Ragazzi spiego non fatevi mettere sotto da quell'aspetto
sublime e inavvicinabile della poesia. La poesia non
 difficile. E anche quando lo , non  per questo meno bella.
Dominate la poesia e lasciatevi dominare da essa. Lasciate
che vi parli, ascoltatela. All'inizio magari vi trover
sordi, ma poi comincerete a capire il suo linguaggio e non
ve ne staccherete mai pi. La poesia  un gioco, una sfida,
una gara con le parole.  dire la stessa cosa in un linguaggio
altro.  parlare del quotidiano, rendendolo aulico.
Prhofe, a me la poesia non mi garhba, non ci posso farhe
niente esclama Rhoberhto Errhemoscia io prheferhisco le
storhie di sangue.
 vero profe dice Ivano Sottutto nelle poesie non
succede mai nulla.
Nessuno  mai riuscito a farmi capire una poesia mugugna
Michela Mestruata preferisco fare un disegno che
scrivere un verso.
Cheppalle profe fa Lucianino se mi costringer a studiare
la poesia mi sa che le vorr un po' meno bene.
Manca poco alla fine dell'ora. Attendo il momento perfetto
per lanciare l'argomento della prossima lezione e
mandarli a casa ustionati dalla curiosit.
La prossima volta vi spiegher una figura retorica che
per ora v'invito semplicemente a pronunciare correttamente:
enjambement, provate a ripetere.
Engiambemente dice Aurora Bellicapelli. Angiambament
dice Michela Mestruata. Ongiambmont dice Rhoberhto
Errhemoscia il Sanguinarhio.
Ma cosa dite, la "t" in francese non si pronuncia, vero
profe? Si dice enjambmn dice Leonardo Impavido.
Rido.
Prhofe perh non  giusto che ci prhenda perh il sederhe
eh si lagna Errhemoscia e poi non pu mandarhci a casa
senza averhci detto cosa vuol dirhe questa parhola strhana.
Ok, ve lo dico: vuol dire "marcatura del verso".
Inarhcach?! chiede Errhemoscia che (scopre con stupore)
avrebbe preferito vivere nell'ignoranza.
Ma che, dai retta a lei? Quella ci tratta sempre come bischeri
replica Impavido.
Quando suona la campanella, li metto in fila indiana e,
ritta davanti alla porta, li faccio uscire a uno a uno solo in
cambio di un enjambement pronunciato in corretto e ortodosso
sund frans.


A cosa serve la poesia.

 un'operazione sempre molto ardua aprire la strada alla
poesia.
La poesia  difficile, ermetica, ostica e ostile. Specialmente
quando si  studenti delle scuole superiori.
Cpita una volta su mille di trovare qualche adolescente
naturalmente portato per lo studio del verso, e a me capit.
Accadde nella scuola superiore dove avevo iniziato a
lavorare appena laureata.
Nico Poeta e i Gemelli DiVersi (non quelli, altri due) avevano
il corpo di tre comuni adolescenti, ma la testa rispettivamente
di Eugenio Montale, Pablo Neruda e Vladimir
Majakowskij.
Quando io spiegavo Storia, Nico Poeta e i Gemelli DiVersi
componevano sonetti. Quando io interrogavo, loro
stendevano odi. Quando io correggevo i compiti fatti a casa,
si mettevano a pensare per i fatti loro perch poi dovevano
comporre e stendere di brutto.
Io non osavo mai disturbarli, perch si vedeva da lontano
che non pensavano alla Fiorentina e questo mi bastava.
Il fatto era che quei tre si gasavano a vicenda: nello sforzo
titanico di distinguersi dalla massa, passavano interi pomeriggi
immersi nella tristezza eroica e nell'elitaria depressione.
Alla fine dell'anno mi fecero il dono pi bello che un'insegnante
possa ricevere: mi lasciarono in prestito, affinch
li leggessi con calma e concentrazione, i loro libri-amanuensi
che raccoglievano nove mesi di versificazione selvatica,
cio l'anno scolastico in cui io ero stata la loro professoressa
di Lettere. Il che sottintendeva che a studiare
non c'avevano nemmeno provato, ma non ce ne preoccupiamo
per una volta.
Portai a casa il materiale e me lo divorai quel pomeriggio
stesso: il giorno dopo invitai i tre giovanissimi poeti a
ragionare del male di vivere, della passione sentimentale e
del simbolismo decadente sul bordo del lago che confinava
col campo d'ulivi in cui era immersa la colonica ove vivevo.
Il mio cane Nello, all'epoca convinto di essere la
reincarnazione di un presocratico, si accod volentieri a
noi e da lontano facemmo un bel quadretto d'illusi sognatori
perdigiorno.
Come dicevo, questa fortuna cpita una volta nella vita.
Infatti di nuovi Nico Poeta e Gemelli DiVersi, nel prosieguo
della mia ancor giovane carriera, mai pi nemmeno
l'ombra.
In tutte le altre classi in cui ho lavorato ho sempre dovuto
organizzare delle Crociate per liberare dalle tenebre
della materialit quelle teste chiuse come santi sepolcri e
consentire il franco passaggio alla poesia.
"Pota profe, ma co'h chel laur ch?!" chiedevano gli
studenti bergamaschi.
"O profe, ma che ce lo vle dire o no a icch la serve la
poesia?!" chiedevano gli studenti fiorentini.
"La poesia  il piacere puro" rispondevo io intrisa di misticismo
laico "la poesia non ha bisogno di motivazioni, la
poesia  l'ineffabilit della vita."
"'A l, del bu'?!" riflettevano i bergamaschi.
"Ma icch la dice questa grulla?!" si sussurravano i fiorentini.
Io per non mi arrendevo e anzi, andando in su e in gi
per quelle aule grigie illuminate da neon ospedalieri, tuonavo
tirando fuori un gran vocione per fare maggior presa:
Tenete a mente cosa scrive D'Annunzio! "Scrivere
poesie  per me il bisogno di liberarmi, il bisogno di risuonare,
non dissimile dal bisogno di respirare, di palpitare,
di camminare incontro all'ignoto nelle vie della terra!"
Sentite la potenza di questo anelito? Ascoltate le parole di
Sanguineti: "La poesia non  una cosa morta, ma vive una
vita clandestina!". Date retta a Platone: "La poesia avvicina
alle verit essenziali della storia!". Prestate attenzione a
Baudelaire: "Ogni uomo in buona salute pu fare a meno
di mangiare per due giorni, della poesia mai!". Leggete
Osip Mandel'stam: "La poesia  un vomere che ara e rivolge
il tempo, portando alla superficie i suoi strati pi
profondi e pi fertili".
Poi mi fermavo a guardarli, alla ricerca di un segnale che
mi trasmettesse quella soddisfazione che disperatamente
cercavo, la soddisfazione di aver toccato loro il cuore.
Ma solo quando confidai loro che, padroneggiando con
disinvoltura la poesia, le fiche gli sarebbero cascate ai piedi
come mele cotte in forno con zucchero e cannella, ottenni
qualche considerevole risultato.


Quel bischero di Polifemo.

In ogni caso, io mi schiero contro l'equazione cultura
uguale noia. La scuola deve recuperare e rilanciare l'antico
concetto che poneva la cultura di fianco al piacere, al
gusto e a un certo tipo di divertimento. Una volta dedicarsi
all'otium era un piacevolissimo privilegio: voleva dire
studiare, leggere, imparare. Quando lo si dice ai ragazzi,
essi ridono credendoci divulgatori di false notizie. Invece
no: la notizia  vera e i professori dovrebbero rispolverarne
l'attendibilit.
L'ora di lezione in classe deve far godere, sia chi la tiene,
sia chi la subisce. Che poi non dovrebbe limitarsi a subirla
ma, come prevede l'altisonante linguaggio della burocrazia,
partecipare al dialogo educativo.
Chi  che ha voglia di dire la sua nel corso di un colloquio
noioso e soporifero? Io no, e nemmeno i ragazzi, che
oggi molto pi di ieri hanno alternative luccicanti e seducenti
da preferire al sudore dell'impegno scolastico. Lungi
da me lanciare una scandalosa proposta di scuola-spettacolo-tiw.
Ma, visto che tanti momenti dello studio portano
i giovani a relazionarsi con concetti, fatti, scoperte e
ideologie spesso lontani dal loro tempo, cerchiamo almeno
di motivare la fatica che pretendiamo da loro.
Vedo colleghi che escono di classe soddisfatti di aver tenuto
una lezione sfiancante e di aver lasciato gli studenti a
rantolare sul banco coi testicoli ciondoloni al pavimento.
So di colleghi che vietano la risata e l'applauso in classe.
Ridere e applaudire vuol dire stare bene. Perch si deve
temere che gli alunni stiano bene anche studiando? Perch
delectare docendo non  pi un adagio credibile? Io sinceramente
godo quando i miei studenti ridono a lezione.
Una volta Luca Fuso, che odiava la scuola ma che all'esame
di quinta superiore concesse ai presenti un pirotecnico
spettacolo letterario, accoratamente interessato alla questione
del dolore leopardiano e intenzionato a trovare
(sebbene a posteriori) una soluzione all'isolamento sofferente
del poeta, mi disse: O profe, ma perch Leopardi
quando stava tanto male non pigliava il motorino e andava
a fare un giro per Recanati, per distrarsi?. Molti lo avrebbero
invitato ad abbandonare la classe per tutta l'ora, io risi
a garganella.
Prendiamo l'epica, per esempio.
L'epica, volendo, pu catturare, pu ammaliare, pu pigliare.
L'epica, nella sua incredibile assurdit, pu convincere,
perch  eterna,  tutti noi,  le nostre radici.
Gratificata dal successo riscosso dall'Iliade ma oltremodo
preoccupata dall'istinto bellicoso che ha risvegliato nei
ragazzi il racconto dell'antica combustione della citt, decido
di non andare oltre la lettura della morte di Ettore e
passo al poema che celebra il viaggio.
Nella cernita dei canti che necessariamente va compiuta,
opto tra gli altri per quello che non ci si pu esimere
dal leggere: l'incontro di Odisseo con Polifemo.
Prima per glielo introduco a modo mio, creando una
bella suspense e facendo intuire una mattinata di pathos
come poche se ne incontrano in un triennio scolastico medio.
Le ragazze mostrano qualche preoccupazione, i ragazzi
palesano un entusiasmo che temo possa sfociare in
un'aggressione ai miei danni.
Poi (coriacea) comincio la lettura. Interpretativa certo,
che me lo chiedete a fare. Come si fa a leggere Omero senza
fare le voci? Io ce l'avevo una profe d'italiano (chiaramente
non era Johanna Eleganza) che sapeva tutto ma non
sapeva leggere e devo dire che quella sua carenza m'indispettiva.
Allora mi sono sempre detta: meglio ricordarsi
una data in meno ma far circolare parecchia aria tra i polmoni,
quando si legge qualcosa pubblicamente.
Siamo al canto vi, Ulisse  gi approdato all'isola dei
Feaci, ha gi incontrato quel ben di dio di Nausicaa,  gi
stato accompagnato dal babbo di lei, il re Alcinoo e, tutto
ripulito e rifocillato, ha cominciato a fare il logorroico vanitoso
ssraccontando i dettagli di dieci (dico dieci) anni di
viaggio.
Dupalle, potrebbe dire qualcuno, e invece no: l'Odissea 
bellissima.
Metaforicamente entriamo nella spelonca di quel cimbellone
di ciclope: ciotole e attrezzi enormi, un letto smisurato,
dimensioni sovrannaturali colpiscono naturalmente
Ulisse e i suoi compagni. I quali dicono: "Da' retta,
Ulisse, facciamo man bassa di caciotte, portiamo via qualche
pecora e leviamoci di torno perch qui la ci sembra dimolto ma
dimolto buia".
"Ma che dite amici" fa lui "io sostengo che bisogna rimanere,
sono proprio curioso di vedere chi  l'abitante di questa
grotta. Anzi, guarda, mi sembra gi di sentirlo arrivare."
E infatti eccolo, quel bestione monoculare che torna dal
pascolo con tutte le sue pecorone, entra nella caverna e
chiude l'ingresso con un masso che nemmeno venti carri
avrebbero pi potuto smuovere.
Ora te lo sistema lui sibila Lucianino.
Polifemo accende il fuoco e nella penombra intravede
subito quegli omuncoli che schizzano in qua e in l a nascondersi
sicch, giusto per sgranchirsi lo stomaco come si
fa noi quando si va a fare l'aperitivo in Santo Spirito, ne
piglia due e se li ingoia. Non prima di averli battuti bene
bene per terra come si fa coi rospi.
Maremma che schifo, non sar mica tutto cos? chiede
piano Aurora Bellicapelli a CiccioEdo.
Mah, speriamo di s! risponde lui con lo sguardo acceso
da una luce sinistra.
Poi l'omone chiede a quei disperati: "Chi siete, bruttini?".
E Ulisse, come sua natura, si mette subito a fare lo
spieghino e il chiacchierone: "Noi siamo Achei, siamo dei
ganzi, abbiamo combattuto accanto al grande Agamennone
e abbiamo distrutto una potente citt, siamo stati portati
qua dalle acque del mare e ora siamo tuoi ospiti. Crediamo
in Zeus e siamo parecchio religiosi. Trattaci bene e
facci un regalo".
Tutti noi si sa quanto fosse importante per i greci l'ospitalit.
"Chemmenefrega se credete in Zeus" risponde Polifemo,
ne afferra altri due e li ingurgita con un certo savur-
fer. "A te che hai parlato ti manger per ultimo, ecco il regalo
che ti fo" aggiunge il ciclope masticando.
"Qui bisogna correre ai ripari" pensa l'astuto Ulisse e
mette in moto il cervellino.
L'indomani, mentre il gigante  al pascolo con le pecorine,
Ulisse e i compagni sopravvissuti a quella mangiata
indecorosa e un tantino immorale affilano un paletto lungo
lungo, lo arrostiscono con attenzione e poi lo nascondono
sotto un cumulo di letame.
O che teneva la merda in casa, Polifemo?! chiede sottovoce
Lucianino a CiccioEdo.
Ma che mi fai ascoltare! dice CiccioEdo un po' seccato.
Torna Polifemo e chiede a Ulisse: "Straniero, mi diresti
come tu ti chiami?".
"Avoglia!" gli risponde il volpone, che non aspettava altro
che di infinocchiare l'ospite maleducato. "Mi chiamo
Nessuno: tutti mi chiamano cos."
"Ah, ho capito" fa Polifemo.
O che c'ha creduto?! s'interroga Lucianino. Nessuno
lo considera n lo degna di risposta breve.
Poi gli offrono un vino greco molto buono (chi sostiene
fosse un Assyrtiko del Peloponneso, chi un Moscophilero
di Tessaglia) e lui, che aveva sempre cenato col latte, raccatta
una balla da non raccontare nemmeno.
Ah! Ah! s' 'mbriacato!! ridono tutti.
Ubriaco e sazio, Polifemo si addormenta. E l scatta la
trappolona. Ulisse d una riscaldatina al paletto e uno...
due... tre... issa!, tutti insieme glielo rigirano nell'occhio tipo
punta di trapano (Omero dice proprio cos).
Ma conoscevano gi il trapano a quell'epoca, profe?
obiettano. E allora gli va spiegato che si trattava di trapano
manuale, a manovella.
Ma  morto? chiede Aurora che non vede l'ora di
uscire da quell'incubo narrativo.
Macch morto, bischera! L' cieco, ma mica morto!, vero
profe?
Magari non sar morto, per oltre che cieco ora c'ha
anche tutto l'occhio pien di merda, eh profe? ride Carlo
Assenteista che, devo dire, quando a scuola c', non passa
inosservato.
Infatti Polifemo  tutto fuorch morto, anzi, s'alza tutto
arrabbiato dal giaciglio e comincia a gridare ai suoi soci ciclopi:
"Aiuto fratelli! M'hanno tradito! M'hanno tradito!".
"Chi t'ha tradito, fratello Polifemo?" dicono loro con quelle
vocione cavernicole, dalle spelonche lontane.
"Nessuno m'ha tradito fratelli, Nessuno!!"
Poi, si sa tutti come and.


In principio fu il verbo.

Seconda solo a quella dell'olfatto, la fissazione sull'uso ortodosso
dei predicati verbali domina la mia mente da
quando frequentavo la materna. Se Luggio fosse stato capace
di scrivere correttamente questo periodo ipotetico
(dell'irrealt, visto il soggetto), forse avrei potuto prendere
in remota considerazione l'ipotesi di uscire a cena con
lui. Ma lui avrebbe scritto cos: "se Luggio sarebbe stato
capace di scrivere correttamente questo periodo ipotetico..."
eccetera eccetera, quindi nisba.
Coniugazione, modo, tempo, persona e forma: e per favore
che sia in questo ordine preciso e non scompagnato
come fate sempre a scuola.
Elia Tantobravino ha da sempre un problema col trapassato
remoto. Me lo ha confessato a met anno, quando abbiamo
iniziato il nostro lavoro sui verbi.
Profe ha detto io il trapassato remoto, soprattutto
quello dei verbi essere e avere, non l'ho mai imparato e mai
lo imparer.
Va bene ho detto io.
Da allora, non dico tutte le mattine ma quasi, come mi
casca l'occhio su quell'agnello innocente, alzo la voce e la
imposto imperiosa annunciando: "elia! trapassato remoto
DEL VERBO AVERE!".
Lui all'inizio se la faceva sotto, balbettava, titubava, esitava
con voce tremante, s'incespicava e sbagliava un fotto
di volte. Ora va come un pendolino: "Io ebbi avuto, tu
avesti avuto, egli ebbe avuto, noi avemmo avuto, voi aveste
avuto, essi ebbero avuto".
Poi magari ricomincio a parlare d'altro finch non mi ricasca
lo sguardo sul povero, misero, distrutto Elia e grido:
"elia! trapassato remoto del verbo essere!".
E lui, con lo sguardo di chi ha visto Klaus Kinski da vicino:
"Io fui stato, tu fosti stato, egli fu stato, noi fummo
stati, voi foste stati, essi furono stati".
Mentre lo torturavo un po' con altre voci verbali, mi fa:
Profe, ma d'estate, con quei tre mesi di vacanza, non 
che mi scorder tutto?.
Non dirlo nemmeno per scherzo Elia: non ti ho ancora
detto che verr un paio di volte alla settimana a casa tua a
interrogarti al volo?
davvero?! chiedono tutti, ma ridendo.
Certo, faccio io, sar cos per tutto il futuro esistenziale
di Elia. Lo interrogher sul trapassato remoto per tutta la
vita. E resto seria a guardarli.
come! anche da vecchia?!
S, anche da vecchia rispondo, candidamente stronza
anche quando sar in pensione e ci incontreremo, magari
al Parco delle Cascine, io passegger appoggiata al mio
bastone e tu Elia avrai un paio di bambini dentro un passeggino
e mi sentirai gridare dai pertugi della dentiera:
"ELIA, IL TRAPAFFAFO REMOFO DI AFERE!!"
Ma  probabile che lui a quel punto le strappi il bastone
di mano e glielo stronchi sulla schiena ricurva ha detto
l'impavido.
Elia ha detto: No no, ma nessuno gli ha creduto.


Sorridi, sei su You Tube!

Quando l'argomento proposto a lezione non coinvolge in
maniera paritaria me e gli studenti, pu capitare che qualcuno
si tedi e ricorra ad artifizi personali per distrarsi. Si va dai
disegnini sul diario al filetto sopra il banco, dalle lettere all'amica
alla contemplazione di un eventuale oggetto d'amore.
Attardandomi sui tre gradi dell'aggettivo qualificativo,
per esempio, odo un click: secco, netto, deciso, caduto per
l'appunto in una di quelle microfrazioni di silenzio ecclesiastico
rare come i cani gialli.
chi ha scattato una foto?! grida con la bocca sganasciata
in un sorriso gianburraschiano l'impavido.
io no!, io no!, nemmeno io!, io no profe! berciano
tutti.
Solo uno tace e armeggia nello zaino.
Edoardo, scusa, cosa frzzichi nello zaino? gli chiedo
inquisitoria.
Niente profe... un libro... il quaderno... borbotta lui.
Tutti, piano, in impercettibili brusii che io percepisco benissimo
grazie all'orecchio allenato: "CiccioEdo ha fatto
una foto alla profe!".
Edoardo,  vero? gli chiedo hai fatto una foto a me?!
Lui si alza, trepido e rosso che mi verrebbe da soffocarlo
d'abbracci, s'avvicina alla cattedra, mi consegna il cellulare
e torna al banchino.
Lo spippolo e cosa ci trovo: la profe immortalata con
una ferrea catena a maglia larga al collo.
 vero! Me n'ero scordata. Sequestrandola l'ora prima
all'Impavido, l'avevo indossata tipo cirneco dell'Etna al
guinzaglio e a CiccioEdo, in versione sado-maso, ero piaciuta
moltissimo, come lui stesso mi confessa all'intervallo.
Una volta noi professori ci si metteva in tiro quando sapevamo
che stava per passare il fotografo per immortalarci
con le classi. Oggi viviamo in questo stato quotidiano di
allerta perch tutti i giorni son buoni per finire nelle viscere
infernali di You Tube.


Il simposio: cena (quasi) di classe.

Ho atteso questa cena per cinque mesi. Bramavo di rivederli,
stringerli in un abbraccio serrato, guardarli fissi e
lanciarmi nell'attivit sportiva che mi vede pi dotata: de
uild conversscion (la chiacchiera selvaggia). "Ma perch
non ci siamo visti prima?", mi domando recandomi all'appuntamento.
Guido piano e ho qualcosa dentro il cuore:
voglia di elevare i livelli contenutistici del mio parlare, di
sfruttare le potenzialit intellettive degli interlocutori,
stuzzicare le intelligenze, fare indigestione di battute finissime
e di impalpabile ironia e alla fine tornare a casa lessicalmente
ubriaca, umanamente arricchita.
Basta con questi undicenni: una serata con ventenni
universitari, ecco cosa mi ci vuole. Un tuffo nella cultura
giovanile, un'immersione nei grandi argomenti dell'esistenza
tardoadolescenziale. Basta coi puzzi di scarpa da
ginnastica e di sudore: fatemi annusare le fragranze in voga
tra i giovani d'oggi, che seguono la moda con la stessa
attenzione con cui macinano esami in facolt.
A quelli invitati a questa cena ho insegnato Italiano l'anno
scorso: nove mesi di erudizione appassionata e polemiche
accese. Sono inebriata all'idea di rivederli e cenare con
loro. Mi sento Socrate a quella tavolata con Fedro, Pausania,
Erissimaco, Aristofane e Agatone. Mi sento Ottaviano
Augusto quando si organizza con Mecenate per ospitare
alla sua reggia i pi grossi cervelli del momento. Mi sento
Federico II quando mette su la Scuola siciliana con un
gruppo di avvocati passati alla storia con una manciata di
sonetti d'amore.
Una volta seduti a tavola e riempiti i bicchieri, tento di
sollevare interessanti questioni fingendomi
Isabella Teotochi Albrizzi.
La prima tematica, "Simbolo e allegoria in Montale", viene
accolta con un'occhiataccia. La seconda, "Caratteri d'insieme
della drammaturgia occidentale", con uno sbuffo di
timido rifiuto. La terza, "L'et del tardo capitalismo: dal miracolo
economico alla stagnazione e al postfordismo" (impegnativa,
ne convengo), con un rutto ditirambico in Dolby
surround. Indi capisco: parleremo di fica anche stasera.
Sesso e amore sono due cose completamente diverse
dichiara Fabio De Pilato con la sicurezza argomentativa di
un retore. Il dibattito che ne segue (dice) verr ripreso da
Giuseppe Bertolucci per Berlinguer ti voglio bene 2.
In effetti afferma Filippo il Bello ho fatto sesso per
mesi con una tipa per la quale non provavo assolutamente
niente.
Ah, e ora hai smesso? chiedo turbata.
Eh s profe, cosa vuole, era diventato troppo impegnativo:
quella era una porca, voleva sempre fare, fare, fare.
Mi ci voleva un supporto proteico elevatissimo. Si parla di
una bistecca al giorno.
Mi fermo a riflettere sulla bistecca di porca, quando interviene
Pirre LeoTardo: Io sto dietro alla Jessy per lo
stesso motivo.
Cio? chiedo.
Andarci risponde. La particella locativa "ci" (inutile
attardarsi in spiegazioni) sottintende un letto di qualsivoglia
foggia e dimensione.
Io invece sono molto innamorato, ma non voglio che si
sappia afferma Fabio De Pilato.
Ah, e perch no?! dico.
La mia ragazza potrebbe approfittarsene risponde.
L'ideale sarebbe stare con due ribatte Federico Soloamico
una seria e un'altra lasciva. Ci penso su e come
teoria, nonostante alcuni ritocchi da fare, non mi sembra
malaccio.
Ma di cosa parli te, che le ragazze ti vogliono solo come
amico?! lo attaccano per Alessandro il Grande e Francesco
Primo.
Alla fine comunque quelle mature sono le meglio dichiara
Filippo il Bello.
Mature quanto?! inorridisco.
Trentacinque, quaranta fa lui. Non disdegnano le tardone?!
Afferro al volo l'occasione di essere diva per una
sera e mi sventolo il volto con la mano destra, indi mi
guardo la punta delle dita e mi ci alito sopra, strusciando-
la sul lato della maglia che indosso. Mi ridono in faccia.
"M'andrebbe bene anche una bucaiola / mi vanno bene le
donne e le ragazze / ho sempre avuto il letto a una piazza
sola / ora vorrei averne uno a du' piazze" cita cantando l'erede
diretto di Mario Cioni, esperto conoscitore dell'opera
prima di Benigni.
A me il sesso e l'amore per ora non interessano dice
Tommaso il Moro. Prima mi laureo, poi trovo un lavoro e
solo allora se ne parler.
Se tu sei buco, dillo gli rispondono Alessandro il Grande
e Francesco Primo facendo un'altra aulica citazione.
L'argomento resta in sospeso.
Da l, a passare al tema veramente hard della serata il
passo  breve. Lasciando trasparire una malcelata ansia da
prestazione, i miei ragazzi chiedono (a me, chi altri?, l'insegnante
sono io) quanto contino le dimensioni dell'organo
maschile.
 importante avere l'uccello grosso? dicono per la
precisione, pienamente avvicinati ormai alle gioie del sesso,
ma ignorando che non sempre sono solo gioie.
Per allontanare i loro timori, pontifico con aria materna:
Tranquilli, ragazzi, le misure non contano affatto: si tratta,
al contrario, di una questione meramente qualitativa,
di approccio e confidenza, di tenerezza e fantasia. Il sesso,
vedete ragazzi, alberga nella nostra testa, non nei nostri
organi.  l che dobbiamo cercare l'ispirazione per una
delle esperienze pi belle e significative della nostra vita.
Ma loro, cimentandosi in un rapido uno-pi-uno, deducono
(infami) che Fidanzato Belpelato ce l'ha corto.
Quando mi chiedono: E lei profe insomma, cosa ci racconta?
vorrei che la classica voragine si aprisse sotto i
miei piedi. Ma per fortuna dio c' (scherzo, si fa per scrivere
qualcosa) e viene presto in mio aiuto nelle sembianze
di Marchn Bevitore.
Marchn Bevitore, mentre noi si spolverava una cena da
denuncia al WWF, beveva disinvolto accompagnando a ciascheduna
sabrosa forchettata di carne un generoso calice
di rosso. Sprezzante del pericolo, ingurgitava anche del
bianco fermo e molto freddo che passava di l per caso,
dando origine a un perniciosissimo "mistone", mai consigliabile
in caso di amicali convivi. Stava nell'ombra, un
po' periferico, in un alfieriano isolamento, ascoltava, mangiava
e beveva. Poich la passera acchiappa sempre molto,
nessuno l'ha guardato fino a quel momento.
Parvami che il bolo alimentare precipitasse nello stomaco
d'ognuno agevolmente, quand'ecco un volto farsi
bianco, fantasmagorico, cadaverico. Insomma, Marchino
pare un morto, ma ride, ragion per cui ce ne curiamo il
giusto, cio zero.
Quando ci accorgiamo che dietro l'apparente riso nascndesi
in realt una paresi laterale che ha implacabilmente
imbalsamato il nostro amico in un ghigno di dolore
(la tipa l'ha lasciato pochi giorni fa, per questo beveva: per
dimenticare),  troppo tardi.
Marchn Bevitore si alza dalla panca e raggiunge il bagno
in postura sospetta: procede egli di fatto tutto in isbieco,
rischiando il cozzo con la cameriera scollacciata.
A colpo d'occhio, poteva parere un 'briaco come tanti
altri. E quella che si stava recando a fare, una vomitata come
un'altra. Chi poteva immaginare che, per un'ora esatta,
non avremmo rivisto pi il disiato volto del nostro
amato amico?
Ragazzi dico interrompendo l'ennesimo brindisino
Marco non torna dal bagno, qui c' qualcosa che puzza.
In un primo momento pensiamo tutti che sia merda. E
invece, qual sorpresa amici:  vomito.
Vomito fresco, istantaneo, appena espulso dallo stomaco
ribelle del nostro alunno puro di cuore e poco avvezzo
a eccessi e bagordi.
Talmente poco abituato a dar spettacolo di s, che, rintanato
in quella stanzina semisotterranea, sbaglia finanche
nell'abbracciare il complemento giusto: non il cesso (come
ognuno fra voi ben sa) ma il lavandino.
Ora, avendo egli riproposto esteriormente quell'affar
di ciccia cotta alla brace, il succitato lavandino d presto
segno di grossa difficolt nel digerire ci che neanche
corpo umano ha digerito. E, per questa cagione, irrimediabilmente,
irreversibilmente, inconsolabilmente si intasa.
Ma a questo punto l'eroe di questa storia, Filippo il Bello,
a cui vanno tutto il nostro plauso e la nostra stima ma
centuplicati esponenzialmente rispetto a prima, tirato un
bel respiro ed entrato in apnea al gabinetto, ne riemerge
dopo minuti quarantacinque, coi gomiti impiastricciati di
materia alimentare rigurgitata.
Da fuori (furba) sussurro: Filippo sei il mio eroe.
Il Bello, da dentro, chiede cicchini per dimenticare la serata
e una grappa per togliersi dalla gola e anche dal naso
quell'odor di morte.
Rientrando a casa, sulle note di Radio Nostalgia, mi dico
che, fatti due conti, insomma, alle medie male male non
si sta.


CollegAmica detta Maccheccelafar.

Non era mai stato un problema essere assalita da un'urgenza
fisiologica improcrastinabile, a scuola. Bastava raggiungere
a passo svelto il cesso riservato ai professori, serrarcisi
dentro e dare il "la" alla sinfonia, solida, liquida o
aeriforme che fosse.
Da qualche tempo tuttavia, il bagno degli insegnanti 
perennemente chiuso. C' dell'evidente incontinenza in
giro (pensavo), questa gente mangia male, oppure si sovraccarica
d'emozione. Mai una volta che lo trovi aperto,
libero e disponibile.
D'ora in poi bisogna che chiediate le chiavi al personale
non docente mi risponde l'Angelo delle fotocopie
quando gliene chiedo i motivi.
Ah s? chiedo stupita e come mai?!
Deh, perch tra di voi c' qualcuno che in cinque minuti
 capace di cacare il plastico della cupola del Brunelleschi e
di lasciarla l in esposizione senza tirare lo sciacquone risponde
lui ruvido e diretto come la mamma (dell'Ardenza)
l'ha fatto.
Che schifo, penserete. L'ho pensato anch'io infatti. E la
motivazione che sta dietro l'insano gesto ve lo far pensare
ancor di pi.
Pare che il collega (di sesso maschile, dicono le fonti) provi
un senso di vertiginoso panico nell'osservare il vortice
acqueo che prende vita nella fossetta del vucc al momento
di ripulire e che abbia la disperata sensazione di subire la
medesima sorte del prodotto appena espulso dal retto.
Pensateci, prima di mettere al mondo delle creature e riprodurvi
su scala industriale: i vostri figli potrebbero finire
nelle mani di insegnanti come questo.
Certo, se invece nascono sotto auspici favorevoli e felici
congiunzioni astrali, potrebbe toccare loro in sorte qualcuno
come CollegAmica detta anche Maccheccelafar.
Tra i tanti esseri umani che lavorano nella scuola senza
essere minimamente predisposti a farlo, ogni tanto per
fortuna ce n' qualcuno che merita a pieno il titolo di professore.
O di professoressa, come nel caso di CollegAmica
detta Maccheccelafar.
Conobbi Maccheccelafar quattro anni fa: insegnando
entrambe Lettere ed essendo vicine in graduatoria, eravamo
state convocate nello stesso giorno per una eventuale
supplenza. Quando entrambe l'ottenemmo, lei mi guard
tenerissima e timida, e mormor: Ma che ce la far secondo
te?. Lo disse con l'aria di una che ti conosce da anni e
che ti sa esperta conoscitrice dell'animo suo. Io la vedevo
per la prima volta, ma mi piacque subito per la sua modestia
e le risposi: Penso di s.
CollegAmica detta Maccheccelafar divenne una presenza
costante nelle mie giornate scolastiche. Entrando
ogni mattina in sala professori e vedendola venirmi incontro,
aspettavo impaziente l'incipit del suo discorso. Perch
Maccheccelafar non esordisce mai con quelle banalit tipo
buongiorno, come stai, tutto bene, no, lei ha sempre
qualcos'altro con cui cominciare a parlare. Qualcosa che
stupisce e a volte sconvolge.
Ho portato il pesce rosso dal veterinario mi disse una
mattina alle otto meno un quarto. Cominciai ad amarla da
quel preciso momento.
CollegAmica ha dieci anni pi di me ma conserva una
mente, uno spirito e un corpo da fanciulla. Ella  esile e si
muove con innata eleganza, interloquisce con garbata lentezza,
non si altera mai ed  sempre gentile con tutti, anche
con chi si meriterebbe un vaffanculo detto a voce alta.
Guarda il mondo con occhi sognanti ma lo analizza con
cervello logico.  colta, preparatissima e ama il suo mestiere,
che svolge con incredibile senso di responsabilit.
L'ironia  la sua forza, il suo magnifico segreto. Forse crede
poco in se stessa e, se questo  un bene perch superbia
e presunzione le sono del tutto ignote, ci le causa inutili
preoccupazioni di tipo professionale, che lei palesa dietro
la reiterata frase "Ma che ce la far?".
Poich in classe non  mai stronza n aggressiva, in
principio i ragazzi pensano: "Grandioso, con questa si fa
tutto quello che ci pare". Ma siccome poi percepiscono a
pelle che ci che porta quella donna in aula  una passione
vera per la trasmissione del sapere, anche i pi delinquenti
si danno una calmata e studiano, almeno il minimo sindacale.
Ma che ce la far a lavorare con quelli di quinta? mi
disse un giorno oltremodo preoccupata. Ma certo che ce
la farai, perch ti angusti sempre? le risposi.
Mah, per esempio non so che romanzi contemporanei
consigliare a ragazzi di diciotto anni disse lei. Perch
non provi con Ammaniti le suggerii all'epoca il suo Ti
prendo e ti porto via  bellissimo.
Quello semmai fu un errore.
Consigliare la storia di Pietro Moroni a CollegAmica
detta Maccheccelafar fu uno sbaglio che rischi di costarle
la serenit coniugale e di compromettere il regolare andamento
della sua vita in famiglia.
Ella, infatti, prima ancora di segnalarlo ai suoi studenti,
per un'innata questione di diligenza professionale, compr
e lesse il romanzo che le avevo suggerito. Ma s'innamor
perdutamente di Graziano Biglia.
"Non faccio che sognare Graziano" mi diceva la mattina
a scuola ancora prima di darmi il buongiorno.
Ma non  possibile rispondevo io.  l'antitesi di tuo
marito, come fai a desiderare un uomo pacchiano, vile e
traditore come il Biglia?
Non so che dirti, ma  cos sospirava lei, triste.
La passione per il personaggio pi trash (e fascinoso) di
Ammaniti le dur un quadrimestre, poi si riprese dalla
sbornia letteraria, torn a guardare suo marito e abbandon
una volta per tutte il proposito di chiedere il divorzio
e tornare a essere una donna libera per partire alla volta
di Ischiano Scalo.
Tuttora, per, quando parliamo di quel libro, una strana
luce negli occhi visibilmente la trasforma.


La goduria del giorno libero.

Il giorno libero infrasettimanale degli insegnanti  uno dei
motivi che accendono gli animi di chi insegnante non .
Gli altri sono: lavoriamo diciotto ore alla settimana, non
sopportiamo fatiche fisiche, godiamo di due mesi di ferie
estive, a Natale stiamo a casa due settimane, a Pasqua
una, tutti i ponti sono nostri, lavoriamo a contatto coi giovani
e spesso ci divertiamo. Tutto verissimo.
Io a coloro che mi fanno battutine di dubbio gusto dico:
perch non avete fatto il professore anche voi anzich il
brutto lavoro che fate, e chiudo qui la polemica.
So che non  bello infierire sugli indifesi, mi rendo conto
del fatto che corro il rischio di risultare antipatica, di suonare
odiosa.  anche vero che me ne importa il giusto. Vogliamo
forse tacere la bellezza del giorno libero, specialmente
quello che cade di gioved, nel bel mezzo della
settimana, che viene cos spezzata e alleggerita? Annuso
l'aria del fine settimana, il gioved, respiro il profumo del
sabato che si avvicina.
Ah, qual maraviglia indugiare sotto il piumone quando
tutta l'Italia si butta gi dal letto e corre in bagno violando
le leggi della natura che imporrebbero all'uomo un risveglio
spontaneo. Io, facendo emergere dal lenzuolo solo i
bulbi oculari, il gioved mattina guardo Fidanzato Belpelato
che passa rincoglionito e furioso attraverso la stanza
alla ricerca dei suoi calzini e delle sue mutande. Fai piano
gli dico per colorargli di rosa la giornata.
E poi la colazione, quella calma, al vetro della finestra,
con l'orto della Rosa che si dispiega davanti agli occhi ancora
semichiusi, col sole che fa cu-cu dal campanile di
quella chiesa in collina. Non quel cappuccino del bar ingurgitato,
nell'incubo della prima campanella, in un indecoroso
mangia-e-bevi insieme alla brioche, ma il vecchio
caffellatte della mamma, col latte intero e il pane del giorno
avanti arrostito in forno e poi spalmato di burro salato
e la marmellata fatta in casa dall'Elda.
E poi la doccia, quella lenta, quando t'insaponi senza il
pensiero della lancetta, quando ti fai due schiume anzich
una sola perch tanto non hai nulla da fare, quando puoi
passarti anche la pietra pomice sui talloni per farteli lisci,
quando guardandoti allo specchio cos tutta gnuda e fradicia
ti si riconferma il sospetto di aver preso diversi chili,
ma poi pensi pace, tanto ho il giorno libero.
E poi i capelli, quando te li sfreni tutti per bene a testa in
gi, e passi palettate di balsamo cos ti vengono morbidi e
profumano per tre giorni, te li avvolgi nell'asciugamano e resti
col turbante per una mezz'ora e intanto girelli per la casa e
inizi a far due chiacchiere con la pianta thailandese, il limonano,
le due stelle di Natale, le piante grasse e il ciclamino
e dici loro: eh, ragazze, la vita  dura, ma non per noi
che stiamo qua belle tranquille a prendere il sole di marzo.
Poi rimetti un po' a posto la cucina, nel senso che svuoti
la caffettiera e ti fai un altro caff, ma prima accendi
Controradio, TAV o no TAV?, mentre ci pensi ti asciughi i capelli
e vedi che la giornata  bellissima, fuori c' il sole, la bici 
legata al palo che ti aspetta, la meta  ignota e allora esci,
vai fuori. Perch sei libera!


Le nozze con i fichi secchi.

Sarai anche libera, per non hai una lira. Mi fanno ridere
questi ministri quando, senza considerare l'oste, fanno i
conti in tasca agli insegnanti. E mi fa ridere anche questa
gente che ci crede baciati dalla sorte perch, lavorando diciott'ore
alla settimana, intaschiamo lo stesso stipendio
che, se nelle tasche degli altri lavoratori suona misero, nelle
nostre appare anche troppo generoso. Per noi  troppo,
con quello che facciamo, guadagnare milleduecento euro,
che diventa anche qualcosa in pi con gli scatti d'anzianit.
"Be', cosa vorresti?!" chiedono i temerari che non temono
un ceffone dato bene.
Per esempio, vorrei che fossero considerati gli anni in
cui, anzich andare a lavorare, ho studiato vivendo a carico
di quei due. Poi vorrei che fosse riconosciuto il carico
pesante di responsabilit che mi grava sul groppone dal
momento in cui varco la soglia della classe: perch se uno
studente si taglia un dito con le forbici, cade dalla sedia e
si rompe il collo, scivola su una mattonella e si spacca un
ginocchio, si piega a raccogliere l'astuccio e si apre la
fronte sull'angolo del banco (tu guarda) la responsabilit 
mia anche se io sono presente e non ho occhi che per lui.
Mi piacerebbe anche che, siccome credo nell'aggiornamento
permanente del docente, mi fossero concessi degli
sconti sui libri che compro, pago e leggo esclusivamente
in virt del mestiere che ho scelto e non perch soffra d'insonnia
notturna.
Vorrei che tutti quei minuti, quelle ore, quelle giornate
che regalo alla scuola da pi di dieci anni trovassero miracolosamente
un valore anche economico, oltre che umano,
che si smettesse di pensare che l'insegnante  un missionario
che perde volentieri il suo tempo a scuola perch
tanto a casa sua non troverebbe meglio da fare. Io a casa
troverei mille alternative interessanti, molte delle quali
per costose. La connessione a Internet, per esempio, che
nelle scuole  rara come la vegetazione nel Taklamakan.
E poi vorrei che il cosiddetto "lavoro sommerso" fosse
annoverato tra i miei impegni quotidiani: compiti da preparare,
quindi da correggere, lezioni da pianificare. Dice:
"Ma come, ti prepari ogni volta la lezione?!". Sai com': se
l'interlocutore cambia, tu non puoi rimanere sempre uguale.
Quello che hai detto l'anno prima a quella classe e che
ha funzionato, potrebbe non funzionare pi con la classe
dell'anno successivo. Quelli la volevano lessa, questi la
preferiscono arrosto: se mi sta a cuore appassionare gli studenti,
devo farmi furba e studiare a tavolino la tattica per
sintonizzarmi stille onde della loro mente.
Parlare coi genitori una volta alla settimana non conta?
Conta, e a volte ammazza pi di quattro ore insieme ai loro
figli.
L'organizzazione scolastica della didattica non conta?
Eccerto che conta: stateci voi a quelle riunioni per materia,
in compagnia di gente che non rientrerebbe quasi mai nel
vostro personale elenco di amicizie.
Di tutto questo, niente  pagato. E quei ministri che pretendono
entusiasmo, carisma e fascino professionale sono i
primi a non riconoscerlo quando ce l'abbiamo. Sulla loro
scia, la gente comune ci considera poco pi che cacca sociale.
Bella storia.


Lezioni di sera, diploma si spera.

Si bussa prima di entrare in una classe, no? Infatti busso.
Poi apro e infilo la testona capelluta dentro. C' lezione,
anche se sono pi delle nove di sera.
Perch quella che sono venuta a trovare  la classe di
una scuola serale dove ho lavorato due anni fa. All'epoca i
"ragazzi" facevano la terza Geometri, ora sono in odor di
maturit. Erano gi allora molto pi adulti che ragazzi.
Come me, ora hanno tutti un paio d'anni in pi sulle spalle.
E tanta stanchezza sul viso.
Chi sceglie di tornare a studiare da adulto e si iscrive a
una scuola serale ha (come sostiene una vox populi) le contropalle.
Sono persone a cui i motivi pi disparati impedirono,
all'epoca, di conseguire il diploma di scuola superiore
e che il mondo del lavoro ha poi fagocitato ma non
anestetizzato mentalmente. Anzi, a un certo punto, quella
vocina che il tempo aveva messo a tacere ha ripreso a ronzare
e li ha spinti a sedersi, dopo anni, dietro un banco. Io
non credo che sia una scelta facile. Credo invece sia arduo
decidere di farlo e ancora di pi tenere viva la costanza per
portare a termine la scommessa, fatta nove volte su dieci
con se stessi. I giudici pi severi.
La classe in questione  numericamente esigua, ma umanamente
fantastica. Ne conobbi i membri alla prima lezione
di Italiano, quando entrai in jeans e scarpe da ginnastica,
mi presentai rapidamente, illustrai il programma che ci
aspettava e, per casa, gli affibbiai un tema. Erano anni che
non ne scrivevano uno. Il titolo poteva sembrare ficcanaso,
ma mi era indispensabile per capire che tipo di storie avessi
davanti.
Erano tutte storie inedite e profonde. Ricche di discese
ardite e di risalite. Puzzolenti del sudore metaforico dell'esistenza
ma anche aromatizzate all'odor di speranza e
di fiducia. Lessi i temi, li corressi, mi commossi e li riconsegnai
alla lezione successiva.
Inizi in quel modo un anno per me e per loro faticoso
(entrare alle sette di sera e uscire a mezzanotte non  esattamente
quel tipo di serata che tutti noi vorremmo passare
per il resto della vita) quanto prezioso.
Fare lezione a loro era fare lezione con loro. Io spiegavo
e loro avevano subito un'emozione da trasmettere, un
sentimento da condividere. Era come lavorare e percepire
lo stipendio a fine serata. Dalle loro parole, capivo se ero
andata bene o se avevo fatto una lezione moscia.
Facemmo - ricordo con un sorriso di indulgenza personale
- un'indigestione dantesca. Ma scendere all'inferno
sottobraccio a loro rese Caronte pi giovane, Cerbero pi
mansueto, Ciacco pi magro, Paolo e Francesca meno zozzoni,
Farinata degli Uberti meno astioso, Ulisse se possibile
ancor pi umano. Perch l'adulto non vede pi la scuola
come un obbligo e la profe come una stronza da cui
difendersi, l'adulto non va convinto a studiare, non va
mai richiamato all'ordine e alla disciplina, non va motivato.
L'adulto vede la scuola come la grande possibilit che
non si  voluto o potuto giocare da adolescente, vive la
profe come lo strumento per arrivare alla sua meta, conosce
il silenzio e l'attenzione e ha ben chiaro il motivo per
cui spende le sue serate dietro quel banchino duro e scomodo
anzich stare davanti alla televisione o tra le braccia
di una persona da amare.
Da quando fin quell'anno scolastico e io accettai l'incarico
in un'altra scuola, non ci siamo mai persi di vista. Ci
essemmessiamo, ci telefoniamo e soprattutto ci vediamo
per cene immorali e bevute irragionevoli.
Rivedersi e riconfermarsi una reciproca stima rende
ogni serata una gran serata.
A questo punto io mi chiedo con che coraggio uno rientra,
la mattina dopo, in quella classe di undicenni rompicoglioni.


Se la profe  agnostica, scettica e di sinistra.

Dai loro insegnanti i ragazzi si aspettano certezze. Non gli
basta che tu dica "penso di s", "credo", "pu darsi". Se poi
prendi tempo e dici: "Abbiate pazienza, m'informo", la
prendono come un'offesa personale. Mai ammettere di
non sapere una cosa. Mai confessare d'averne dimenticata
un'altra. Un mio studente di prima superiore scrisse un
giorno nel suo compito: "Questa cosa me l'ha detta la mia
professoressa di Lettere e, se me l'ha detta lei,  vera. Vedrai:
si  laureata con 110 e l'ode". Vissi i mesi successivi
nella paura di deluderlo e nel terrore di rileggere uno sfondone
ortografico di quella portata.
Lo scibile universale deve essere tuo e tu devi saperlo
padroneggiare. Senn cosa ti sei laureata a fare?
Allora simulerai sfacciatamente di sapere tutto e aspetterai
che anche loro frequentino l'universit. A quel punto,
quando avranno visto in quale stato versa, ne riparlerete
insieme e ogni cosa rientrer nei limiti di ragionevoli
aspettative.
Il dramma nasce quando da te si aspettano anche quello
che tu non puoi materialmente dargli. Certezze religiose,
per dirne una.
Nel mese del Ramadn, molti piccoli rom di fede islamica
che frequentano la scuola non mangiano pi nelle ore
canoniche, ma osservano il digiuno dalle sei della mattina
fino al tramonto. Sconcertati da questa dieta coatta, i ragazzi
chiedono delucidazioni attendendosi le solite risposte
brevi ma assolute.
Profe, ma Mustaf in che dio crede? chiede Aurora
Bellicapelli.
Mustaf crede in Allah rispondo la sua religione si
chiama islamica o musulmana.
S fa Ivano Sottutto ma chi ha ragione: noi o lui?
Oh, be', questo non si sa li spiazzo.
come non Si SA, profe?! s'indignano quelle giovani
menti in cerca di rassicurazioni metafisiche.
Nessuno lo sa, la fede non si spiega razionalmente, forse
solo dopo la morte ci sar data la possibilit di capire
qualcosa in pi.
Ah dice allora Lucianino allora si potrebbe anche
morire e scoprire che di l c'era Zeus?
Eh s rispondo.
Ma come?! Anche Allah?!
Eh s confermo.
Ma come?! Anche Buddha?!
Eh s faccio io e pensate: potremmo anche morire, andare
di l e scoprire che non c' nessuno, che non c' nulla.
NO, DAVVERO?! (coro).
S, davvero (solista).
Ma profe fa Leonardo Impavido allora in quel caso
si potrebbe dire di averlo preso nel bip?
S Leonardo concludo si potrebbe proprio dire di averlo
preso nel bip.
Risata generale e finalmente si passa a fare un po' di asettica
grammatica.
Ma qualcuno, stuzzicato da certe affermazioni che mi
sono lasciata sfuggire da questa boccaccia, tra un sostantivo
primitivo e uno derivato muove altri quesiti.
Profe scusi, ma lei la conosce Bella ciao? chiede Leonardo
Impavido.
O Leonardo, vuoi che non la conosca? gli dico.
Allora mi canti l'inizio mi sfida. Per sedurmi, ricorre
all'apertura della bocca mettendo in mostra una palizzata
di dentini bianchissimi, uno (eroticissimo) scheggiato sul
davanti.
Una mattina... mi son svegliato... oh bella ciao, bella ciao,
bella ciao ciao ciao... una mattina... mi son svegliato... e
ho trovato l'invasor inneggio io senza ridere n battere ciglio mascarato.
Grande profe, per questa non la sa: "Aqui se queda la
clara, la entranable transparencia, de tu querida presencia comandante
Che Guevara!"
Ma come no? Aprendimos a quererte desde la histrica altura
donde el sol de tu bravura le puso un cerco a la muerte.
No! Di profe, grande, grandissima! Questa per ci
scommetto la casa che non l'ha mai sentita: "El pueblo
unidojams sera vencido!"
Senza neanche pi rispondergli, ma direttamente intonando:
De pie, cantar que vamos a triunfar, avanzan ya banderas
de unidad...
Poi mi fermo: non  il caso (peccato: mi divertivo).
All'Impavido, a questo punto, potrei ordinare di buttarsi
nel fuoco e do per certo che lo farebbe. Certo  anche
che bisogna in tutti i modi che mi dia una calmata o di
questo passo mi comprometto per sempre la carriera.


L'ora di supplenza.

Fare supplenza  una pratica che odio, in generale. Si tratta
di entrare in una classe che non conosci, che non ti appartiene,
che non  "la tua". Brutto il possessivo quando si
parla di ragazzi, ma  per capirsi. Nella classe "tua", tu sei
qualcuno: ti conoscono e, se sei fortunato, oltre che un docente
decente, ti riconoscono come insegnante, quindi ti
rispettano. Magari ti temono e, chiss, un po' ti amano.
Nell'ora di supplenza, il preside si aspetta da te che tu
faccia lezione, gli studenti che tu li lasci tranquilli a chiacchierare
delle loro cose e a scrivere sui diari in santa pace.
L'ora di supplenza non passa mai, n per te n per loro. 
un incubo, un supplizio.
Fare supplenza in II F  tutto questo esponenziato alla terza.
Nessun professore vuole fare supplenza in II F, pi che
una classe, un coacervo di gente svogliata, maleducata,
stronza e malandrina.
"Dio, dammi un segno della tua esistenza evitandomi
l'ora di supplenza in II F" chiedo al sedicente creatore. Appuro
che il divino  un'invenzione umana e rispondo mesta
"Ok" quando la vicepreside mi invita a salire al primo
piano a far supplenza. Al primo piano non a caso c' la II F.
E lei chi ?! mi chiede uno.
E tu chi sei?! gli faccio io.
Oh 'mbecille, l' una profe! gli fa un altro.
Mettetevi a sedere e mettetevi anche zitti.
Loro mi guardano rognosi com'a dire: "Cazzo vuole
questa fica fredda?!".
Io li guardo acida com'a dire: "Cazzo guardano questi
pischellini butterati?!".
Ma io conosco i segreti della comunicazione adolescenziale
e generalmente li frego. Prima mossa: bloccarli con la
storia del nome. Scusa, come ti chiami? dico a quello
che si manifesta immediatamente come tipico elemento
della categoria I Duri.
Chi, io?! fa lui mi chiamo Lorenzo.
Lorenzo, senti, dimmi un po' quali erano i programmi
per oggi. Lui  inorgoglito dal ruolo di reporter e riporta:
Mah, ci sarebbe stata un'ora di Dante.
Dante? Che meraviglia! Io sono un'esperta dantista, lo
sapevate?
No fanno loro in coro com'a dire: "E non ce ne frega
nemmeno un cazzo, biondina".
E, scusami, tu, come ti chiami? chiedo a un altro.
Io? Giovanni fa lui, restando immobile. Se li chiami
per nome infatti si immobilizzano, improvvisamente si
sentono qualcuno e interrompono le loro performance da
bossettoni della mala.
Giovanni scusa, e cosa fate di Dante, l'Inferno? dico.
L'Inferno, s dice.
Eccola, la svolta. L'ncora della mia salvezza. Dopo sei mesi
di nostalgia professionale e mattinate di algida grammatica,
torna l'ora di Dante, che  per me sinonimo di studenti
maturi, spiegazioni accorate e scuole superiori. In un balzo
mentale sono tra diciottenni a parlare di terzine incatenate,
di versi endecasillabi e allegorie. Leggo e parafraso, spiego e
annoto, interpreto e lascio che l'endecasillabo mi trasporti.
Bene, via, allora si interroga! annuncio con distratta
baldanza.
S'interroga?! Ma lei non pu interrogare! Lei  una
supplente! Lei non  la nostra profe!
Ecchissenefrega rispondo mentre firmo il registro. Poi
parto con le domande sparse, per scoprire una realt amara.
Non sanno definire quest'opera, per esempio.  un romanzo,
un carme, un poema, una novella, un racconto: cos'?
Risposta: boh.  scritta in prosa o in poesia? Mah. E il
titolo cosa significa? Uh?! Ma almeno vi piace o vi fa
schifo? Be'.
Mi ricordo che io cominciavo dall'elisione: riparto proprio
da l. Mi/ri/tro/vai/per/u/na/sel/va/o/scu/ra: chi indovina
qual  la sillaba in eccesso? Poi parlo di poemi didascalici,
di stili comici, di gradimenti popolari. Racconto la
stima di Boccaccio, le sue letture pubbliche. Spettegolezzo
sulla vita fiorentina a cavallo tra il Milleddue e il Millettr,
sputtano un po' di gente d'allora (dico a tutti che Brunetto
Latini era gaio e Beatrice Portinari sposata con un altro).
Provo di nuovo a diffondere la notizia secondo la quale
Dante sarebbe diminutivo dell'improbabile Durante, ma
quando lo dico non mi crede mai nessuno. Parlo della
simbologia del numero tre, riassumo su Virgilio, dico
qualcosa sulla religione, sulla societ, sulla bellezza.
Poi invito: Impariamo a memoria qualche terzina, ora
e me ne frego se tenteranno l'ammutinamento.
A memoria?!
A memoria.
Perch non si fa imparare pi nulla a memoria? Perch si
concorre impunemente a incancrenire e atrofizzare il cervello
dei ragazzi accontentandoci di una lettura sbiascicata
priva di intonazione? Perch nessuno fa pi recitare quella
Commedia? Le nuove edizioni scolastiche commentate, poi,
non aggiungono solo qualche nota per i passi pi difficili:
spiattellano sotto la parafrasi (spesso opinabile) del testo
riportato sopra. Spiegano tutto, dicono tutto. Perch? Nella
mia Divina Commedia il commento di Luigi Russo lasciava
una serie di buchi neri che solo la Johanna poteva colmare
con ricchezza e umanit: la lezione la faceva lei, la lezione
era lei. E noi eravamo una parte attiva e concentrata: lei
parlava, noi scrivevamo, appuntavamo le sue osservazioni
a lato dei versi o in un apposito quaderno che cresceva nei
mesi e acquisiva il valore prezioso di un testo stampato.
Ora i ragazzi stanno l, fermi, passivi, ti guardano e guardano
il libro per vedere che, be', s, pi o meno quello che
stai dicendo  anche scritto l e se quello che dici non c'
vuol dire che non  cos importante, dunque non ce lo aggiungono
nemmeno a mano.
"Per me si va nella citt dolente / per me si va nell'etterno
dolore / per me si va tra la perduta gente": a memoria,
forza, che  bellissima l'iscrizione infernale, sentite la
paura che fa! E mi raccomando, etterno con due t!
Profe, lei  di fuori come un terrazzo commenta Mirco
Brufoloso. Ma dopo mezz'ora, paonazzo in volto, ripete
"Per me si va nella citt dolente / per me si va nell'etterno
dolore / per me si va tra la perduta gente" e io leggo nei
suoi occhi neri una luce di insospettata soddisfazione.
Ma a cosa serve imparare a memoria questa roba? chiede
quello accanto a lui.
Potrebbe scoppiare un'altra guerra dico. Potremmo
finire deportati in qualche campo, potremmo aver bisogno
di un testo di riferimento per insegnare dieci parole
di italiano a uno straniero. E voi non immaginate che
sconforto ci verrebbe a non padroneggiare quel testo tanto
utile.
Loro pensano: "Ma cosa farnetica?!". E mi guardano come
se fossi una fusa di testa e non una che da giovane si
commosse a leggere Il canto di Ulisse composto da un chimico
che fu anche uno scrittore.
Come si sono comportati in II F? chiede la vicepreside
quando spalanchi la porta e salutando tutti te ne vai.
Bene: abbiamo fatto un percorso dantesco.
Da quel giorno lei pensa che sono un'invasata e che soffro
di allucinazioni acustiche, va be', pace.


Alighieri for preside.

Invece Dante piace davvero e il successo di massa delle iniziative
a lui continuamente dedicate ne sono il segno pi
evidente.
Ogni volta che mi capita di citarlo a lezione, faccio un
salto indietro nel tempo e torno all'anno in cui insegnavo
nel liceo della verde vallata del Mugello, quando portai in
quarta due classi di ruspanti fanciulle e di agresti giovini
che mi sono rimasti nel cuore.
Ancora non avevamo letto nemmeno un endecasillabo,
ma gi i ragazzi scalpitavano dal banco: "O profe, via, basta
con questa teoria, noi si vuole la pratica, inizi a leggere
e a farci le voci, per favore".
Spiegavo allora che se li avessi messi all'improvviso davanti
al testo dantesco, ci avrebbero capito ben poco, ma
loro non demordevano: Profe non  vero mi disse un
giorno Simone Lazzarone io questo fine settimana l'ho
letta qua e l e un pochino la capivo anche da me.
Aveva ragione anche lui.
Un giorno si disegnava alla lavagna la cosmologia dantesca,
una delle pitture che mi appassionano di pi: la selva
oscura, la voragine infernale che s'apre sotto Gerusalemme,
quel cono rovesciato diviso in nove cerchi, e poi la
montagna del Purgatorio sezionata in sette cornici, i nove
cieli, l'Empireo.
Occhio ai numeri! dicevo a voce alta per scuoterli e tenerli
desti.
Nove va bene profe, ma sette?!
Sette come i vizi capitali.
Ma quali sono di preciso questi vizi, profe?!
Snocciolavo allora l'elenco udito fino allora solo a catechismo:
lussuria, gola, invidia, superbia, accidia, ira, avarizia.
Ma di preciso la lussuria che cos'?
 l'incapacit di tenere a freno le passioni sessuali.
Ecco, io quando muoio vado con quelli diceva uno.
Io no, coi golosi esclamava un altro.
E lei profe?
Tra gli iracondi oppure tra i violenti, se non vi mettete
un po' zitti e mi fate parlare.
Profe, ma gli omosessuali vanno insieme ai lussuriosi?
No, vanno coi violenti contro la natura, nel terzo girone
del settimo cerchio.
Che casino, io mi sono bell'e perso.
Poi c'era da spiegare la legge del contrappasso. "Dante organizza
le pene secondo un contrappasso che pu procedere
per similitudine o per contrapposizione. Vi faccio un esempio
cos capite meglio: i lussuriosi, che nella vita si sono lasciati
trascinare dal vento della passione sessuale, nell'aldil
sono trascinati e tormentati da una bufera eterna che non d
loro mai pace ma che anzi si acutizza tutte le volte in cui passano
davanti a una mina contro cui vanno a sbattere.
Troppo cervellotico disse uno. Io se fossi stato Dante
avrei scelto la contrapposizione: mentre in vita l'hanno usato
anche troppo, nell'aldil zac!, via!, tagliato! Eh, profe?
Vanno tollerate anche queste uscite, che vivacizzano la
lezione e solleticano all'intervento.
Ho avuto uno studente che amava aggiungersi al gi folto
gruppo di critici danteschi. Quando io tergiversavo su un
lemma, su un verso o una terzina di dubbia interpretazione,
elencavo le posizioni dei dantisti pi noti. Dino Criticoni
per raramente si trovava in linea con qualcuno di loro.
Non sono d'accordo diceva sempre  limitativo leggere
l'incipit dell'ottavo canto dell'inferno come una prova
del fatto che Dante avvi la stesura del poema a Firenze
prima dell'esilio.
Da allora, tutta la classe alle interrogazioni dichiarava:
Il Russo sostiene questo, il Sapegno quest'altro, il Di Salvo
quest'altro ancora. Ma non dimentichiamoci che il Criticoni
si distacca da tutte queste posizioni per proporre
una lettura completamente diversa di queste parole.
Io dal ridere mi commuovevo e sono certa che, dopo
tutti questi anni, tutti loro ricorderanno le discussioni che
sorgevano in classe nelle ore del Sommo Tosco.
Di Dante piace tutto: anche la vita, che in genere non interessa
mai a nessuno.
Ma come sarebbe and in perpetuo esilio, profe?! E non
torn pi?
No, mai pi.
Ma proprio mai, nemmeno una volta?
No.
Ma nemmeno una volta di notte, alla zitta, travestito
da straccione come Ulisse?
No.
Io senta, invece, ci sarei tornato e, affacciandomi alle
mura di Firenze, con la cerbottana avrei tirato piombini
addosso a tutti i guelfi neri.
Si sa che il canto V acchiappa sempre pi degli altri perch
parla d'amore e di lussuria.
Cio, profe, ma questa Semiramide andava veramente
a letto col su' figliolo?! Ma che schifo eh per!
Io tuttavia non concordo nell'ubicazione di Didone in
questo cerchio si opponeva Dino Criticoni il suo per
Enea fu amore, mica lussuria.
Be', ma allora nemmeno Paolo e Francesca, scusa.
Mah, insomma: quei due comunque erano cognati e
fargliela proprio l sotto gli occhi, in casa sua, a quel becco
di Gianciotto, non mi sembra una bella cosa.
Il Criticoni era un integralista, in fatto di morale.
Sulla celeberrima anafora pronunciata da Francesca piangente,
mi sono sempre sparata delle gran risate interiori.
L'amore si attacca repentino solo ai cuori gentili spiegavo
una volta.
Sarebbe, profe?! chiese uno.
Sarebbe che fugge lontano dai cuori rozzi e insensibili
risposi io.
Una folla di indici si indirizz in un'unica direzione, seguendo
la quale io giunsi sulla capoccia di Claudio Cafone,
noto al pubblico scolastico locale per la sua attivit di ruttatore
parlante: so di non rivelare al mondo nulla di nuovo,
raccontando che costui era capace di versificare in ottave
sfruttando l'aria delle sue frequenti emissioni gassose orali.
Quel che voglio dire  che sapeva riportare brani interi
dell'Orlando furioso ruttando come un ciclope sazio. Del resto
so che sono molti in giro in grado di fare altrettanto.
L'amore non concede a nessun essere amato di non
amare a sua volta chi lo ama spiegavo un'altra volta attardandomi
sulla favolistica convinzione medievale che,
se fosse vera, risolverebbe per sempre tutti i nostri mali.
Ma chi le tirava queste bombe, profe? chiese uno.
La teoria  di origine cortese e sostiene che l'amore 
un sentimento talmente coinvolgente da obbligare chi 
amato a riamare con uguale intensit.
Quella volta mi ricordo che Chiara Sfigatelli fugg dalla
classe per andare a piangere al gabinetto, distrutta per aver
provato sulla propria pelle che certe teorie in cui si credeva
in passato eran proprio delle bellissime stronzate, nulla pi.


Conflitti di classe.

 stato un attimo.
 bastato distrarsi per controllare uno dei lavori di gruppo
sull'alluvione del '66 e i due maschioni avevano gi
affondato l'uno le mani sul viso dell'altro. Eppure io c'ero,
ero l in classe e mi scappava anche la pip, ma mai oserei
lasciare incustodita l'aula perch so bene che, in caso di incidente
o roba simile, per qualche legge ingiusta che ai
miei tempi non esisteva, la responsabilit ricadrebbe tutta
su di me e passerei un brutto quarto d'ora. Cos, vescica
piena, muscoli intercosciali serrati, silenzio, e lavorare.
Ma quei due, alla zitta, prima si sono aggrediti oralmente
("Vaffanculo figlio di puttana", "Te la mi' mamma tu la
lasci stare", "Non c'ho colpa io se l' maiala", "Pensa alla
tua che l' pi troia della mia") poi Cecino non ha retto oltre
e ha allungato un pugnazzo in faccia a Carlo Assenteista,
presente a scuola in quest'infausto giorno.
Proprio cos: quel Cecino, l'innamorato, l'alter ego del
Cristiano di Rostand.
Ma Carlo non  mica uno che si fa picchiare cos, senza
battere ciglio, anzi, quell'acqua cheta non aspettava altro,
per usare le mani a sua volta. E allora gi, pestoni.
Siccome poi avevo mandato Rhoberhto Errhemoscia a
prendere la scopa per pulire lo strame di minzzoli lasciato
a terra all'intervallo, Cecino ne ha afferrato il manico e
l'ha battuto (m' parso forte) nel capo di Carlo. Io mi giro
quando i due sono gi bellamente aggaignati.
Urlo: Ehi voi! ma i due paladini mi ignorano. Allora?!
rinforzo la dose vocale, ma  come se tirasse vento.
Comprensibilmente, non ci vedo pi: la vena mi si occlude,
il nervo mi si strappa e, scavalcando quattro donzellette in
tre falcate, li raggiungo, li afferro per il braccino e li trascino
fuori dall'aula tuonando incazzata: Vediamo adesso cosa
racconterete al preside.
Una volta nel corridoio, le cose sono andate cos.
La profe: Esigo conoscere i motivi dettagliati della vostra
lite incivile, ma penso che mi metterete meglio al corrente
di tutto in presidenza.
(Cecino scoppia in lacrime.)
(Carlo Assenteista piange a dirotto.)
La profe (sguardo accigliato, risata interiore): E ora cosa
fate, la commedia?!.
(Cecino si smoccica il naso.)
(Carlo se lo lascia colare senza soffiarselo.)
La profe: Be'? non avete niente da dire?.
Cecino: S: la mamma di Carlo Assenteista  una maiala.
La profe: E tu, Carlo, cosa mi dici?.
Carlo: Non  vero:  la mamma di Cecino che  una
troia.
Cecino: Carlo ha fatto una cosa insopportabile, profe:
ha detto a Viola che io accanto a lei  come se sparissi.
Carlo: Ma lui poi mi ha tirato la scopa dietro, profe.
La profe: Il quadro mi  chiaro: ora avete a vostra disposizione
due possibilit. La prima: andiamo tutti e tre
dal preside a raccontargli l'aneddoto con allegati particolari.
La seconda: ci guardiamo tutti e tre in faccia, ci sorridiamo,
ci stringiamo la mano, e ci abbracciamo forte forte
chiedendoci scusascusascusa.
Optano per la seconda. E dopo, chiedendomi il permesso
di andare in bagno a sciacquarsi la faccia, mi propongono
di accompagnarli. Che dovevo fare, rifiutare rozzamente?
Sono andata. Ci siamo schizzati otturando i rubinetti col
pomicione.
 stato fantastico.


Baroni rampanti.

C' odore di tarda primavera nell'aria. Tornano le zanzare
e sorge spontanea la voglia di lezioni peripatetiche.
Perhipach?! dice Rhoberhto Errhemoscia.
Un giorno in cui restiamo a scuola nel pomeriggio, annuncio
pranzo e lezione in giardino.
Arrivano gaudiosi, ognuno col proprio sacchetto giallo
del supermercato pieno di leccornie alimentari. La pi misera
sono io: panino alla mortadella, yogurt bianco e acqua
naturale. Che tristezza profe mi fa giustamente Aurora
lo vuole un po' del mio toast con la frittata di zucchine e
la scamorza?
Praticamente stiamo facendo un picnic estivo! osserva
acuto Danilo detto Bu!. Ci sediamo sull'erba profe?
Ma che sei demente? gli dice Giulia Melatiro. In effetti
 fine aprile, ma tira una bora triestina.
Meglio sulle panchine mi tocca convenire con lei. Ma
all'improvviso, quella vigliacca della bora ci si mette d'impegno
e mi tira una soffiata gagliarda tra le gambe: il vestitino
mi arriva all'inguine e tutto il pubblico femminile
pu notare le mie parigine in microfibra.
Profe! Ma lei non porta il collant?!
No: proprio come Julia Roberts in Pretty Woman dico
simulando indifferenza. L'erudito riferimento cinematografico
resta incompreso.
Siccome la notizia di un paio di cosce di profe suscita
sempre un'eco significativa, quella pettegola della Margherita
Rompi stacca la corsa verso il gruppo dei maschi e
racconta loro le mie scelte in fatto d'intimo, giocandosi cos
la promozione.
La profe non porta il collant! annuncia in una tonalit
di voce che secondo lei  bassa ma che sentiamo anche noi
dalla panchina.
E a noi cosa ce ne frega, spiona? le risponde Leonardo
Impavido da un ramo dell'albero.
I maschi devono fare gli splendidi davanti alle femmine
anche alla tenera et di undici anni: quelli di I B decidono di
mangiare il loro panino sull'albero pi alto del giardino della
scuola. Scendete subito di l! grido piccina dal basso.
No profe fa CiccioEdo oggi mi sento un barone rampante!
Ok Edoardo, tu puoi restare, gli altri tutti gi!
Ma come prhofe?! Perhch lui s e noi no?! mugola
Rhoberhto Errhemoscia.
Perch lui ha fatto la citazione colta rispondo.
Ma prhofe fa Rhoberhto un po' barhone rhampante
mi ci sento anch'io.
Anch'io urla Danilo detto Bu!.
Anch'io aggiunge Leonardo Impavido.
Anch'io esclama Elia Tantobravino.
Anch'io dice Lucianino.
Ok, restate tutti decreto. Non so perch, ma mi sento
un po' cogliona, cos torno alla panchina delle ragazze.
Siccome l'albero dei maschi non  lontano dalla nostra
panchina, a un certo punto sento con una certa chiarezza
Leonardo Impavido imprecare: Maporcaputtana!.
Che c'? gli chiedo.
Profe, mi  cascata di sotto la pizza alle patate. E come
sempre, dalla parte delle patate.
I compagni smezzano con lui i loro panini; in cambio lo
sbeffeggiano. Lui ride e s'ingozza. Le ragazze lo guardano
come dire: " troooppo scemo!".
Tra qualche anno spereranno che lui le appuntelli contro
un muro. Ehm, chiedo scusa.


Lezioni in giardino.

Siccome alla fine i giardini delle scuole si assomigliano un
po' tutti, mi ritorna in mente quando - nel Mugello - sfruttavo
gli interminati spazi che circondavano il liceo dove insegnavo,
compromettendo i sovrumani silenzi e la profondissima
quiete di quella valle con i miei berci triviali.
A quei tempi, per allietare le lezioni agli studenti, avevo
elaborato questa genialata: spiegavo in classe e interrogavo
all'aria aperta. Perch, se per la teoria c' bisogno di
una base su cui appoggiare il quadernone e una seggiola
per stare comodi, eretti e concentrati, per la pratica ci si
pu anche mettere in piedi e fare qualche corsa, che anzi
ossigena il cervello.
Per questo rispolverai un vecchio passatempo ludico di
quando si era piccini e i giochini a disposizione ci si passavano
di generazione in generazione: la bandierina italiana.
Schieravo la classe di turno su due file parallele e io mi
ponevo in mezzo e a capo di esse. Estraevo un fazzoletto e
lo spenzolavo a quel ventolino profumato di erba pesticciata.
Poi, anzich urlare un numero, declamavo una domanda.
"Che figura retorica  'mi fa tremar le vene e i polsi?"'
"Cosa stabiliva la Pace di Cateau-Cambresis?"
"Chi sono i due scialacquatori del canto XIII?"
"Che cosa sanc la Pace di Vestfalia?"
"Qual  l'argomento della terza giornata del Decamerone?"
Quindi allungavo il braccio e mettevo la bandierina a
disposizione del pi veloce e del pi preparato, che mi
correva incontro, me la strappava di mano e staccava la
corsa verso la sua squadra che lo accoglieva saltando. Una
volta rientrato alla base, arrivava anche la risposta.
Tornavano in classe rossi e sudaticci, stanchi ed esaltati,
trionfanti o ammosciati dalla sconfitta. Io registravo i voti
sul registro.
Dovemmo smettere dopo qualche settimana, perch gli
studenti delle altre classi volevano fare la stessa cosa o, almeno,
affacciarsi alla finestra a seguire il match e fare il tifo.


Rischio svenimenti.

Sono sempre stata a rischio. Con l'arrivo della primavera,
mi si abbassa vertiginosamente la pressione, il caldo mi d
noia, la testa mi s'appanna, le gambe mi fanno diego-mi-piego
e io m'accascio per terra.
La prima volta mi successe dalla parrucchiera. Avr
avuto tredici anni. Siccome ero una nanetta, la parrucchiera
mi disse: "Alzati, il taglio te lo faccio da ritta". Dopo un
paio di forbiciate, vidi le lucine, poi vidi il buio, indi stramazzai
al suolo.
Da allora, di lucine, buio e suolo ne ho visti a manciate,
ma ho sempre saputo come affrontarli. Il medico Di Famiglia
me l'aveva insegnato bene: ai primi bagliori sospetti,
distenditi, ovunque tu sia.
Quella volta in treno purtroppo non feci in tempo.
C'era quella logorroica di Sabrina che, sul diretto Arezzo-Firenze
Santa Maria Novella, alle settemmezzo di mattina,
mi raccontava una barzelletta dietro l'altra. Io odio le
barzellette anche se mi vengono raccontate mentre sto comodamente
distesa su un triclinio romano all'ora di pranzo.
Figuriamoci quella mattina, in treno, in piedi, digiuna,
in mezzo a una folla umana maleodorante, in totale e insopportabile
promiscuit olfattiva.
Ecco le lucine, ecco il buio, ecco il suolo. Sabrina non fece
discorsi: si mise a urlare come una posseduta e quando
io riaprii gli occhi ero nell'infermeria di una stazione con
la fama della "donnicciola", marchio spregevole quanto
immeritato.
Ma tutte le altre volte, s, sono stata una dura. Perch l'ho
sempre prevenuto, lo svenimento ottocentesco. Che comunque
va detto, fa molto nobildonna stretta in un corsetto,
con le poppone in gola, il neo sulla guancia destra e lo
stuolo d'amanti dietro l'uscio. Insomma, svenire ogni tanto
c'ha il suo fascino.
Ma magari non in classe.
Cos, siccome scrivendo il congiuntivo del verbo in -isco
starnutire alla lavagna mi sembra d'avvertire un mancamento,
mi siedo, svito uno yogurt liquido ai frutti tropicali
e, sorbendomelo piano piano, metto in guardia i ragazzi,
affinch non s'impressionino, semmai mi vedessero stramazzare
sul pavimento polveroso dell'aula.
Capito ragazzi? se mi vedete svenire, non vi preoccupate,
lasciatemi distesa in terra e con tutta la calma andate
a chiamare il bidello.
Le risposte che mi giungono mi lasciano allibita.
Rhoberhto Errhemoscia detto il Sanguinarhio: Ma
prhofe che bellezza, svenga per favorhe, ci faccia vederhe
che spettacolo!.
CiccioEdo: Profe io mi butto via dal ridere, glielo dico.
Giulia Melatiro: Profe a me mi viene un attacco di panico,
guardi, non conti su di me.
Danilo detto Bu!: Profe ma se lei, tipo, mi ha appena dato
una insufficienza delle sue, le posso tirare una pedata
nel corpo?.
Elia Tantobravino: Ma che dici Danilo, sei scemo?,
semmai la leghiamo mani e piedi alla gamba di ferro della
lavagna, eh profe?.
Michela Mestruata: Profe io le faccio una foto col cellulare
e poi la faccio girare in rete.
Valentina Ancorano ride.
Lucianino: Profe, se poi svegliandosi si trova il corpo
coperto di lividi viola non venga a cercare me.
Cecino: Nemmeno me.
Leonardo Impavido: Profe, voglio essere onesto fin da
ora, se la vedo distesa in terra senza difese, io una tastata
di soppiatto gliela do.


Ricciolo di profe.

Come entro in I B, li trovo tutti stranamente seduti e calmissimi.
Concentrati, mi verrebbe da dire, ma non lo dico
perch sono quelle deduzioni che poi mi si ritorcono sempre
contro.
Nascondo lo stupore che provo e, sedendomi alla cattedra,
inforco gli occhiali e firmo il registro. Lucianino mi
guarda con una certa insistenza. Poi volge lo sguardo a
CiccioEdo, suo compagno di banco. I due parlottano, confabulano,
si consultano. L'espressione di Lucianino sottintende:
"Lo sai icch?, io glielo chiedo". La faccia di CiccioEdo
suggerisce: "Sta' bono grullo, tu la fai 'ncazzare".
Io li osservo con la parte caudale del bulbo oculare ma
mi guardo bene dal proferire verbo. Mentre estraggo dalla
 borsa il libro di Geografia, resto in fiduciosa attesa, tanto
so che Lucianino sta poco a cedere.
Quindici secondi dopo, cede.
Professoressa dice con quella bocca larga da rana felice
nonostante l'apparecchio le potrei chiedere una grande
cortesia?
Io so che quando Lucianino affetta il linguaggio vuole
qualcosa di impegnativo.
Perch addirittura ricorrere al condizionale, Luciani-
no? gli dico. Passa tranquillamente all'indicativo e chiedi,
coraggio.
Ecco profe, io, vede, da qualche giorno mi sto dedicando
a una collezione originale, l'ho pensata io, nessun altro
la fa,  un'idea tutta mia. Ho deciso di collezionare ciocche
di capelli. Ho iniziato con quelli del babbo, della mamma
e della nonna che abita con noi, poi ho chiesto ciuffetti ai
miei compagni di classe e, guardi, c'ho gi il ricciolo di
CiccioEdo, il ciuffettino rosso di Aurora Bellicapelli e una
ciocca dell'impavido. L'Impavido mostra la buca sulla
frangia. Quello sconsiderato s' estirpato un ciuffo di capelli
biondo cenere proprio dal davanti e ora esibisce un
orrendo zig zag.
S, e quindi? chiedo pur avendo molto chiaro il quadro
della situazione e il seguito che ne verr.
Quindi io le chiedo se lei sarebbe cos gentile da darmi
uno dei suoi riccioli...
Sei uno scemo alza la voce Margherita Rompi ma come
ti permetti di chiedere i capelli alla profe? Lei non te li
dar mai e magari ora ti mette anche una nota sul registro,
vero profe?
Glielo faccio scegliere: prende quello coi riflessi pi
biondi, lo taglia lui con le forbicine dell'astuccio, lo attacca
in un album e sotto ci scrive a caratteri cubitali: ricciolo
BIONDO DELLA MIA PROFE DI LETTERE NOME E COGNOME.
Subito dopo viene volontario a Geografia, gli faccio il
culo e prende sufficiente, ma ripensandoci meglio, non del tutto.
 bene che impari subito a guadagnarsi la vita.


Sputi mentali.

Non c' modo di portare il Consiglio di Classe verso un
pi sensibile trattamento del caso Impavido.
Cosa vuoi sensibilizzare? Quel ragazzo  evidentemente
un elemento iperattivo che ha bisogno di sentire il
peso del comando. Dobbiamo fargli capire chi detiene il
potere, soprattutto quello di punirlo pontifica Collega
Chiave di Violino.
Potremmo cominciare col motivarlo suggerisco.
Io devo motivare lui?! Guarda che semmai  lui che deve
motivare me, ch io, per quanto m'interessa, posso anche
entrare in classe, dargli due esercizi da fare e starmene
tranquilla a leggere un giornale.
"Ma tu stai sempre tranquilla a leggere un giornale, brutta
stronza rubastipendi." Glielo vorrei dire, ma non si pu,
non si fa.
Quando Leonardo viene coinvolto ed entusiasmato
dalle lezioni, risulta l'elemento pi brillante della classe
dico invece portando il mio punto di vista.
Eeeh... cara mia, Impavido nelle tue ore segue e sta
buono perch tu sei giovane e hai i capelli biondi e lunghi.
Ci penso un po' e mi chiedo perch non sia giusto poter
dire a una collega: "Ma tu stai sempre tranquilla a leggere
un giornale, brutta stronza rubastipendi", ma sia invece
concesso dire a un'altra: "Eeeh... Impavido nelle tue ore segue
e sta buono perch tu sei giovane e hai i capelli biondi
e lunghi". Io odio questa frase: me la sento ripetere dal primo
giorno in cui ho iniziato a insegnare e guarda caso me
la sento sempre dire da chi non sa fare questo lavoro.
Uno strumento validissimo di punizione  la gita scolastica:
non ce lo portiamo e lo lasciamo a casa. Vedrete che
capir il messaggio  la propostona di Collega Baciapile.
Ma la gita  uno strumento educativo,  controproducente
usarla per punire uno studente obietto.
Io l'impavido in gita non ce lo porto: che ce lo portino i
suoi genitori ribatte.
Io mi oppongo alla vostra opposizione dico io facendo
una paronomasia che cade nel vuoto dell'incomprensione
generale mettiamo ai voti la proposta.
Perdo vergognosamente, ma non me ne vergogno.
Propongo anche di sollecitare per questo caso l'intervento
dello psicologo dice Baciapile.
Lo psicologo?! sussulto.
Lo psicologo ripete.
Potrebbe essere una buona mossa la appoggia Collega
Chiave di Violino almeno ce lo portano un po' via dalla
classe e possiamo far lezione in santa pace.
Il ragazzo va controllato aggiunge Bricolage io sospetto
che faccia uso di droghe.
Di droghe?! In prima media?! mi sdegno.
Tu mia cara lo credi un angelo, ma io a quello gliel'ho
gi detto: che stia attento, perch lui si crede sveglio, ma io
sono pi sveglia di lui risponde una delle colleghe meno
sveglie che abbia avuto, Collega Prendilarte.
Tu sarai anche sveglia dico ma parlare di droghe in
questo caso non mi sembra altro che dannoso.
Guarda che i ragazzini introdotti alle droghe leggere
sono pi di quelli che tu possa pensare risponde.
Se  per questo anche a quelle pesanti aggiunge l'altra.
Ma ce l'avete presente o no Leonardo? chiedo smarrita.
Ce l'abbiamo presente, ce l'abbiamo presente dicono
a cantilena.
Con la gola annodata dal dispiacere, torno a casa svagolando
la radio a volume dodici mentre spingo sul pedale fino
a ottantatr chilometri orari sui viali deserti. Devo sfogarmi,
espellere tossine e rancore e inspirare l'ossigeno dell'amore.
Poi parto con gli sputi mentali.  un giochino che mi aiuta
da sempre, semplicissimo, si fa cos: si pensa intensamente
alla persona contro cui nutriamo sentimenti di furore e le
si sputa virtualmente addosso, una, due, tre volte. Grassi
garrini filamentosi che le si appiccicano addosso, sul volto,
tra i capelli, sui vestiti. Il risultato  garantito: il sacco della
bile si sgonfia e il fegato riprende le sue funzioni regolari.
E allora, via! Uno sputo a Collega Bricolage che ha fatto
l'orrenda proposta, uno sputo a Collega Baciapile, indefessa
sostenitrice del motto "Dio perdona, io no", uno
sputo a Collega Chiave di Violino, sorda alla comunicazione
adolescenziale come al suono della pianola elettrica
Bontempi, uno sputo a Collega Prendilarte, che l'ha messa
da parte subito dopo aver conseguito la laurea.
Sputazzando mentalmente in diverse direzioni, cerco di
liberarmi lo stomaco dal peso che l'asfissia, cerco di rinvenire
la strada del sorriso. Fidanzato Belpelato mi aspetta al
pub per un aperitivo messicano e so gi cosa dir per tranquillizzarmi:
"Bevi una tequila bum bum in un'unica gozzata
e lasciati andare al potere consolatorio della convivenza
alcolica". Tesser poi l'apologia dell'antica bevanda, definendola
una metafora: la metafora dell'essere umano solo
del Duemila che, in una sorta di Ginestra leopardiana, cerca
la condivisione della sua solitudine col resto dell'umanit
che beve.
Sono ancora troppo nervosa e non va bene: sono quasi a
casa e devo assolutamente rilassarmi: come non si mescolano
gli alcolici, cos non si mischia il lavoro con la vita
privata.
All'incrocio di via Baracca, un ragazzino aspetta di attraversare
le strisce. Mi fermo per farlo passare. Lo guardo,
mi guarda.
 lui: Leonardo Impavido. Si avvicina al finestrino che
sto facendo scendere.
Profe, ciao. Ha lo zaino sulle spalle e gli occhi buoni,
non riesco a pensare alla condanna appena imbastita per lui.
Ciao Leonardo, dove vai?
Vado a casa, vede?, io abito qui.
Mi prendo l'indirizzo. Se lo bocceranno, gli scriver lettere
di coraggio e fiducia fino al giorno del diploma.


Lo psicologo in classe: per chi?

La scuola non dovrebbe mai dimenticare di avere a che fare
con individui ancora immaturi, ai quali non  lecito negare
il diritto di indugiare in determinate fasi, seppur sgradevoli,
dello sviluppo. Essa non deve assumere la
prerogativa di inesorabilit propria della vita, non deve
voler essere pi che un gioco di vita.
L'ha detto Freud, mica un bischero qualunque.
Invece nell'ultimo decennio, siccome i professori da soli
dicono di non farcela pi, gironzola sempre di pi per le
aule scolastiche l'ombra sinistra e preoccupante dello psicologo.
Quando il docente non riesce a influenzare in modo
positivo i suoi studenti pi difficili, chiede aiuto all'esperto,
allo specialista, al dotto. Parolone grosse, che
fanno impressione.
A me ne fanno tanta, per esempio.
Ho il terrore di questa gente che, senza conoscere la
scuola n la classe dove andr a operare, vi entra sicura di
poter risolvere il cosiddetto "disagio scolastico", un'altra
parolona di cui tanti si riempiono la bocca.
Lo psicologo finge una certa discrezione nell'inserirsi
dentro il gruppo scolare, invece spesso subdolamente ne
tenta una penetrazione "alla zitta", che mira a non farsi beccare.
Lascia che al suo posto parlino i questionari che distribuisce
agli studenti, i colloqui individuali che intrattiene
con loro (talora senza il consenso dei genitori addirittura) e
in questo modo compie due danni abbastanza irreparabili:
depaupera il professore del valore del suo ruolo istituzionale
e umano e priva il ragazzo della possibilit di instaurare
col suo docente un rapporto fondato sulla fiducia e sulla
crescita, anche reciproca, perch no.
Vedendo lo psicologo che giudica la metodologia del
suo insegnante, e osservando l'insegnante che non prende
pi una decisione senza l'avallo del sedicente specialista,
il ragazzo perde fiducia nella figura portante della scuola
mentre il professore perde tutto il resto: la dignit, il coraggio,
la forza. In una parola, la spina dorsale.
Perch a scuola (come dice chi ne capisce veramente qualcosa)
basterebbero i professori.
Chiaramente professori preparati nella materia, ma pi
che altro portati al confronto coi ragazzi, dotati di empatia,
"simpatici" nell'accezione etimologica pi rigorosa: cio
"con" lo stesso "pathos" dei loro giovani interlocutori.
Poi invece un settimanale come "l'Espresso" pubblica
un'inchiesta sui mestieri che portano di pi alla depressione
e saltano fuori dati che ci fanno rotolare per terra le
speranze.
And cos: due o tre anni fa si fecero un po' di ricerche
nelle scuole e salt fuori che il quarantanove virgola due
degli insegnanti stava andando completamente di fuori
col cervello. Lamentava e manifestava cio preoccupantissime
patologie psicosomatiche, da semplici stati d'ansia
a veri e propri attacchi di panico. E naturalmente
chiedeva l'inidoneit alla professione per motivi psichiatrici.
Si apr un inatteso sipario sulla scuola e si scopr che i
professori s'imbottiscono di farmaci ansiolitici, ipnotici e
antidepressivi. Che davanti a una lavagna hanno gli svarioni
e che se uno studente un po' pi grosso gli fa bu!, come
Danilo di I B (undici anni), vacillano. Che addirittura
un esponente della categoria, tutti i cinque maggio che dio
metteva in terra, si presentava in classe vestito a lutto per
ricordare Napoleone, che un'altra andando a fare la spesa
faceva un giro-psca pur di non passare davanti alla sua
scuola e che un altro ancora, convinto di essere spiato, o
peggio, avvelenato alla mensa dell'istituto in cui insegnava,
denunci i suoi sospetti alle sedi di Milano e Londra di
Amnesty International chiedendo l'intervento protettivo
da parte del presidente stesso.
Io sinceramente di casi cos estremi non ne ho incontrati
mai, per rammento qualche collega che secondo me meriterebbe
un bel pensionamento anticipato.
Collega DanzaDelVentre, per esempio, entr in classe
una mattina e anzich mettersi a far lezione annunci:
Ragazzi: mi sono iscritta a un corso di danza del ventre!,
indi rise come ride l'orso Yogy quando si sente molto soddisfatto
di s.
Figuriamoci i ragazzi, che per conoscere i segreti dei professori
farebbero follie e per saltare un'ora di lezione ammazzerebbero
la mamma, come reagirono. Soffocarono la
collega sotto un cumulo di domande, tutte finte e strumentali:
"dove?", "quante volte la settimana?", "con chi?", "
faticoso?", "si diverte?", "quanto costa?", "quanti siete?",
"come si veste?", "dove compra i costumi?".
E poi la ciliegina: "Ci fa vedere qualche mossa?".
Cosa dobbiamo dire di questa collega che, anzich riprendere
prontamente coscienza di s e del suo ruolo, abbozz
ancheggiamenti sospetti, colpi di pube discutibili e,
incastratosi lo spigolo della porta tra le cosce, improvvis
una lap-dance denottri a dir poco rivoltante? Vogliamo
ancora una volta parlar male dei ragazzi e dei cellulari che
essi portano a scuola, se quel giorno della performance
simil-orientale fu girato un filmatino amatoriale che con
ogni probabilit ora vaga libero e bello nella rete mediatica?
E vogliamo giudicare maleducato Leonardo Impavido
che, in un momento di silenzio, se ne usc fuori con uno
spontaneo "Ma che schifo!"?
Direi di no.

 Odore di spinello.

Lo confesso: non mi sono mai drogata.
Un po' il caso, un po' le amicizie, un po' le scelte consapevoli
mi hanno sempre tenuta lontana dal panorama stupefacente,
consegnandomi all'et adulta in uno stato di totale
ignoranza in materia.
Analogamente a chi fa uso di droghe, che pensa che anche
tutto il resto del mondo faccia lo stesso, chi non ricorre
mai a sostanze proibite  convinto che neanche gli altri
l'abbiano mai fatto.
La mia ingenuit in questo senso  sempre stata (ora lo
vedo a chiare lettere) preoccupante fino a sfiorare il ridicolo.
In effetti, non si pu pensare di lavorare fianco a fianco
coi giovani e ignorare la realt della droga. Peggio: non si
pu interagire giornalmente con loro e fingere che essa
addirittura non esista.
Io rifiutavo l'idea che i miei studenti ne potessero venire
accidentalmente o intenzionalmente a contatto. Come le
tre scimmiette della metafora, non vedevo, non parlavo,
non sentivo. Un black-out informativo. Una cecit coltivata
con cura.
"Ma ghe non li senti gome odorano di ganna guando
tornano dal gesso?" mi chiedeva Luggio all'inizio della
mia carriera.
"Ma cosa dici Lucio? Sei tu che dei ragazzi pensi sempre
male" rispondevo io, a un passo dal sentirmi offesa al
posto loro.
Lui mi guardava come si guarda una povera demente e
poi diceva: "Tu sei troppo gndida" e tornava alle sue ronde
fasciste ai gabinetti.
Una mattina in classe c'era il test di Storia. Perch si ricordassero
di avere una docente volpe a cui non era facile
farla, passeggiavo in mezzo ai banchi e, avendo cura di
non distrarli pi di tanto, ciacciavo tra le loro carte e i loro
astucci in cerca di fotocopie ridottissime e bigliettini zeppi
di nomi e date.
"Profe cosa cerca? Non c'ho nulla" dicevano i pi.
Ma quando misi le mani tra le cose personali di Losco
Daniele, costui si fece paonazzo e inizi a sudare.
Ti vedo agitato: nascondi forse qualche bigliettino? gli
chiesi.
No no rispose lui.
In effetti, bigliettini zero.
In compenso, nell'astuccio ci trovai tipo un bastoncino,
marrone, compatto e profumatissimo.
E questo legnetto che cos'?! gli chiesi.
L'ha detto lei... profe... un legnetto... ecco rispose il ragazzo,
sul punto di svenire.
E cosa te ne fai?! chiesi ancora.
Mh, nulla disse.
Ah, be', allora te lo posso anche buttare via. E lo gettai
nel cestino della carta, convinta di fargli una cortesia.
Sicuramente all'intervallo lo and a recuperare bestemmiando
in mezzo ai denti: quel legnetto era un pezzo di
charas di ottima qualit che ai tempi doveva essergli costato,
a occhio e croce, due o trecentomila lire.
Tu sei pazza ebbe a dirmi in seguito Fidanzato Belpelato,
occasionale conoscitore del prodotto quella roba costa
pi dell'oro.
Fu proprio lui, infatti, a dichiarare che il momento era
giunto.
Non puoi passare da fessa in questo modo dichiar
una sera rischi di perdere credibilit coi tuoi studenti e di
far pensare loro che hanno davanti un'incapace credulona.
Quella sera stessa Fidanzato Belpelato mi avvi all'esperienza
che (ora ne sono convinta) tutti gli insegnanti
un po' pi svegli avranno consumato almeno una volta in
vita loro: fumare una canna. Solo che lui mi introdusse al
mondo delle droghe leggere in un frangente a mio parere
poco opportuno.
Eravamo a una festa colossale, c'era gente ovunque e nel
mio stomaco, vuoto di alimenti, sciaguattavano solitari due
mohitos mentolati. Incontrammo Pusher Nero e con lui rollammo,
appizzammo e fumammo la mia prima (la loro ennesima)
canna.
Il mondo gir troppo veloce, le voci urlarono troppo forte,
io persi i sensi e caddi a terra. Prima per riuscii a ribaltarmi
a peso morto sul tavolino pi vicino, popolato di
santi e allegri bevitori.
Quando riaprii gli occhi, la testa mi doleva per la ghiaia su
cui era appoggiata, le stringhe delle scarpe mi ciondolavano
davanti al muso perch qualcuno mi stava tenendo le gambe
sollevate e le orecchie udivano mille voci allarmate che gridavano
al barista: "Un bicchiere d'acqua, presto! Portatele
un bicchiere d'acqua!". Nel coro congestionato distinsi nettamente
la voce di Fidanzato Belpelato che ordinava: Per me
una vodka liscia! e l capii: ero salva, ma soprattutto ero
edotta e pi nessuno studente avrebbe potuto farmi fessa.
Quell'odoraccio di spinello, da come lo odio, lo riconosco
da lontano.
"Perch vuoi andare in bagno?" chiedo ora ai miei studenti
grandi "non andrai mica a fumare roba strana?" e
poi li avverto: "Guarda che riconosco l'odore".
Finch eran solo canne, ce l'ho fatta e ho tenuto testa.
Quando sono arrivate pasticche e cocaina, non ho potuto
fare altro che aggiornarmi a livello lessicale. Esperienza
diretta, sinceramente, basta.
Cala, pasta, chicca, trip, tiro, pezzo, striscia, riga, pista: cerco
di sorvegliarli almeno attraverso quello che si dicono.
T' sceso l'amaro? chiese una volta uno di quinta superiore
al compagno seduto dalla parte diametralmente
opposta della classe, che sorrise sornione.
In quel momento capii chiaramente che, per l'impotenza
che ti senti addosso in certi casi, stavo meglio quando
vivevo nella mia beata ignoranza.
Ma siccome  la ricerca della verit quella che si predica
nelle aule della scuola, allora  del tutto inutile seguitare
a raccontarci novelle di fantasia a lieto fine.
A scuola, le droghe circolano. Leggere, pesanti e cos-cos.
In tutti i modi, per tutti i gusti. Per sballarsi, rilassarsi,
adeguarsi, ispirarsi, dimenticarsi, perdersi.
L'insegnante, che non pu permettersi di far finta di
nulla, ha comunque il dovere morale di esserci.


Pre-giudizi.

Vige questa pratica che definirei buffa tra i vari ordini di insegnanti.
Quelli delle scuole superiori attribuiscono i limiti nozionistici
dei loro studenti ai colleghi delle medie.
Quelli delle medie rimproverano le maestre delle scuole
elementari.
A queste ultime non resta altro che infamare direttamente
e pesantemente le famiglie. Se ci si pensa,  un po' come
quando il governo nuovo attribuisce buchi finanziari e fallimenti
legislativi a quello che lo precedeva, in un'eterna
retrospettiva che, se non facesse piangere, farebbe ridere.
Pare che avere ragazzi dallo scarso background culturale
costituisca un peso talmente insostenibile per chi insegna
da rendere necessaria la ricerca di un capro espiatorio
a tutti i costi.
"Ma non potrebbe essere che sia semplicemente lui a non
studiare, a non avere molta memoria o a non essere portato
per certe materie?" ipotizzavo quando insegnavo alle superiori
e le mie colleghe sparavano a zero contro i professori
che lo studente in questione aveva avuto alle medie.
"Macch: lo sanno tutti, alle medie non fanno nulla" rispondevano
spesso loro.
Poi per, giunta alle medie, ho sentito la stessa tiritera,
con l'ovvio mutamento di personaggi: "Alle elementari
ormai nessuno insegna pi come una volta".
 un'abitudine consolidata, non c' da opporvisi.
Invece mi opporrei a un'altra consuetudine che, se possibile,
trovo ancora pi sgradevole.
Essa consiste in due fasi: nella prima i professori delle
medie, verso la fine dell'anno, si riuniscono con le maestre
della scuola elementare da cui, l'anno scolastico successivo,
dovr pervenire la nuova ondata studentesca. In
questa prima fase, le maestre sputtanano caratteri, peculiarit,
tipologie psicologiche, provenienze familiari, pregi
e difetti (pi difetti che pregi) dei ragazzi a cui stanno
per dare un sentitissimo addio. Nella seconda fase, in una
riunione che non esiterei a definire Carbonara, gli insegnanti
della scuola media studiano a tavolino il quadro
generale della fauna che sta per arrivare e si spartiscono,
con la cura che si mette nella divisione di un bottino, i
cervelli fini, quelli mediocri e le teste vuote, uno a te, uno
a te, uno a me.
Non ditemi che anche voi credevate (esattamente come
me) che tutto avvenisse alla luce della pi cieca casualit,
in una rapida, indolore e democratica estrazione a sorte
che disponesse quell'ottantina di neo-iscritti fra le quattro
prime che a settembre inizieranno il loro nuovo cammino.
Per fare le classi bisogna tener conto di tutta una serie di
fattori altrimenti inconcepibili e spesso inconciliabili tra
loro: il giudizio finale emesso dalla scuola elementare, le
indicazioni delle maestre, la seconda lingua straniera scelta
dallo studente, la seconda lingua straniera scelta dai genitori
dello studente, la situazione familiare dello studente,
il suo carattere, le sue abitudini, le sue manie, i suoi
limiti, la situazione economica della famiglia, le aspirazioni
e le frustrazioni dei suoi genitori, le richieste dei suoi
genitori, le pretese dei suoi genitori.
Tutto, a quel punto, sar perfetto per mantenere inalterati
per altri tre anni gli squilibrati equilibri di un quinquennio
elementare.
C' una sorta di compiacimento sadico, da parte delle
maestre, nell'elaborare giudizi sempiterni sui bambini che
loro stesse hanno cresciuto.
Io ti conosco mi ha detto un giorno una di loro in coda
davanti a me al supermercato sei l'insegnante di Lettere
dei miei ex studenti.
Di! esclamo io.
Ma hai visto come sono? mi fa.
Davvero: incredibili! le faccio.
Roba da pazzi aggiunge serissima.
Eh s, roba da pazzi! commento ridendo.
E le famiglie, poi dice ammusonita.
Eh s, anche loro... dico beata.
Fidanzato Belpelato intanto ci guarda facendo destra-sinistra-sinistra-destra
con la testa come quando si guarda il
Roland Garros. Ha gi colto l'equivoco, lui.
Io invece, nella mia ingenuit, sguito a credere che la
maestra stia dicendo le stesse cose mie, con lo stesso tono
mio.
Quando capisco, ci rimango di pietra.
Sono ragazzi terribili dice pigri, indisciplinati e disonesti:
sono cresciuti esattamente come io stessa avevo previsto
quando erano ancora in quarta.
Ma come?! ribatto ma se io li trovo adorabili, intelligenti
e volenterosi!
Allora vuol dire che non li hai capiti conclude l'espertona
e, voltandosi, paga il conto e se ne va.
Favolosa: in una botta sola ha dato del delinquenti a loro
e dell'imbecille a me.
Dalle riunioni con le maestre generalmente torno a casa
con un'acidit di stomaco che solo una bustina di Geffer
riesce a placare. Di solito mi sento svuotata, triste, depressa
e incattivita: a me non interessa sentirmi raccontare tutti
i trascorsi esistenziali e familiari dei miei futuri alunni.
Quello ha i genitori separati, quella la mamma poco seria,
quello il babbo con l'amante. Quello ha i soldi, quelli sono
rom, quella ha dei problemi. Quello capisce, quello capisce
poco, quello non capisce nulla.
Mi levano il gusto dell'attesa, leopardianamente parlando.
Mi sciupano tutta la sorpresa.
E sciupano a loro la possibilit di rifarsi (passatemi l'espressione
certamente eccessiva, visto che si parla di bambini)
una reputazione.
Perch a scuola, secondo me,  come nell'amore: bisogna
conoscersi, darsi tempo, osservarsi a lungo, studiarsi.
Poi, ci si annusa, ci si sceglie, ci si guarda. E alla fine, ma
solo alla fine, ci s'innamora. Fino in fondo, consapevolmente.
Ma si sceglie noi quando innamorarsi e secondo quali
modalit. Si decide noi anche di cosa innamorarsi. A tutti i
bischeri riesce amare il bello e il buono. Ci vogliono pazienza
e disponibilit all'attesa e alla scoperta, invece, per
innamorarsi del brutto e della fastidiosa.
Tipo, facciamo un nome: Margherita Rompi.
Se avessi dato retta al ritratto che le maestre ne avevano
fatto l'anno scorso, l'avrei eliminata fisicamente dalla faccia
della terra il quindici settembre, primo giorno dell'anno
scolastico. Invece, alla fine, anche la Rompina il suo fascino
ce l'ha.
Altro esempio: Cecino.
Del piccolo legume le maestre dipinsero un quadro devastante,
non esitando a definirlo poco dotato per lo studio.
Della sua genitrice affermarono che era oltremodo
nervosa e intollerante. Ho riscontrato Cecino estremamente
dotato a livello intellettivo. Della sua mamma posso testimoniare
che si tratta di una donna simpatica e schietta,
col "difetto", semmai, di dire in faccia alle persone quanto
poco capiscano.
Terzo caso umano: Giulia Melatiro.
Che se la tira  vero, per di, come si fa a marchiare una
bambina con definizioni pseudo-mediche e terroristiche?
Per l'anno prossimo venturo sono gi pronti a entrare
alla scuola media dove insegno diversi ragazzini. Si formeranno
infatti quattro classi prime. Variegate e multicolori
le tipologie limane annunciate dalle maestre: un paio
di zairesi, sette peruviani, quattro messicani, tre cinesi, diversi
rom, una quindicina di figli di separati, svariati figli
unici, qualche viziato, quattro o cinque antipatici, dieci
secchioni, un genio, un paio di brutti, tre poveri, cinque figli
di liberi professionisti.
Io spero che mi assegnino solo i vermi: mi divertir ancora
di pi ad andare alla ricerca della farfalla che c' in
loro.


Scherzi sanguigni.

Siamo nel mezzo di una lezione relativa alle memorie del
Tribunale dell'inquisizione quando bussano alla porta.
Il docente di Educazione Fisica delle sezioni D e F entra e
chiede se ieri mattina all'ultima ora, per caso, qualcuno
dei ragazzi di I B si sia sentito male.
La compagine maschile della classe si scambia sguardi
imbarazzati, le teste s'abbassano, i volti si fanno rossi. La
parte femminile sghignazza guardando i compagni come
a dire: "Ma sarete imbecilli?".
Ne deduco che tutti hanno capito, tranne me.
Mi spiegate? chiedo ai ragazzi, ma anche al collega.
E scopro che ieri mattina Leonardo Impavido, dopo l'ora
di ginnastica, si  recato con un po' d'anticipo negli spogliatoi
con una boccettina strana in mano.
Sangue artificiale mi illumina il collega.
Si era precedentemente messo d'accordo con Danilo
detto Bu! che poi l'ha raggiunto e, cospargendosi sulle
nocche delle mani il liquido simil-ematico e macchiando
anche le narici e il volto dell'amico, ha finto di averlo picchiato
a sangue.
Mentre quell'altro furbone si trascinava a gattoni verso
le docce, i compagni, giunti l al suono della campanella
per cambiarsi, l'hanno seguito sconvolti per prestargli soccorso.
Giunti alle docce, ci che vi hanno visto li ha spinti
a urlare di paura.
Sono accorse le ragazze, che dall'altro spogliatoio hanno
sentito le urla e, a loro volta, si sono trovate davanti alla
terribile scena: tutte le piastrelle magistralmente macchiate
di sangue, con tanto di strusciate di mani e orme
pedestri sul pavimento.
Il panico si  diffuso nella classe, qualcuno ha avuto gli
svarioni e si  sentito poco bene.
Poi per hanno capito, hanno reagito, hanno riso tutti
insieme, si sono cambiati, hanno messo nella borsa i panni
sudici e sudati e si son levati di torno badando bene (i teppisti)
a non pulire alcunch.
Deh, dovevi vederlo: pareva un film di Dario Argento,
pareva mi dice poi all'intervallo l'Angelo delle fotocopie,
compiaciuto per la coreografia, amatoriale ma di certo ben
riuscita.
Il preside invece non l'ha presa bene e, col plauso delle
colleghe che stanno l ad aspettarlo al varco, macchina
un'imminente sospensione di Leonardo, al quale  stato
comunicato un inderogabile ultimatum: ancora una cazzata
di queste dimensioni e il pi impavido studente della
scuola se ne andr a casa per una settimana.


Scherzi appiccicosi.

Ma si pu sapere perch l'hai fatto? gli domando, con la
voce di chi ha fallito.
Ho fallito, infatti, e non ho pi carte da giocare.
Profe, mi d troppo sui nervi risponde lui.
Non  una giustificazione commento a bassa voce,
mentre sento che mi manca anche il fiato per rimproverarloora tutto si ritorcer contro di te, lo sai vero?
Lo so, ma anche lei sostiene sempre che bisogna avere
coraggio dice.
Il coraggio non deve mai essere diviso dall'intelligenza,
nemmeno a undici anni replico, ma forse chiedo troppo
a un ragazzino.
Ormai dodici rettifica.
Solo un dodicenne esasperato da frasi subdole e sottili
ripetute sottovoce e offeso da giudizi pesanti quotidianamente
replicatigli in faccia da una compagna infida, poteva
lasciarsi abbagliare in questo modo da una tentazione
golosa quanto infantile.
Mentre Giulia Melatiro, col resto della classe, si attardava
nell'aula di Musica per gli ultimi gorgheggi, Leonardo
Impavido  rientrato nell'aula e lesto ha cosparso la sedia
della compagna di potentissimo collante.
Quando tutti sono arrivati e si sono seduti ai loro posti,
Leonardo forse ha avuto un brivido di piacere. La ragazza
non si  accorta di nulla, essendo il collante magistralmente
trasparente. Ha colto tuttavia la delicata situazione in
cui era coinvolta quando ha fatto per alzarsi e recarsi dove
va sempre: al cestino della carta, a fingere di buttare la solita
pallina di carta che da otto mesi le consente una passerella
rapida e gratuita, che non fa mai male e aiuta tanto a
tenersi in forma per sfilate future. Dalla sedia, per, Giulia
Melatiro non si  alzata pi, almeno non fino al momento
in cui ha deciso di rinunciare per sempre alla sua griffata
tutina rosa confetto.
Esigo il rimborso del danno subito ha tuonato il suo
genitore.
Ha ottenuto anche qualcosa che non aveva esplicitamente
richiesto, ma forse aveva intimamente desiderato:
la sospensione dalle lezioni per una settimana di Leonardo
Impavido.

 Tutti (o quasi) in gita.

 stata una gita bellissima, che va necessariamente raccontata
a paragrafi.
Le tenute. Tutte in linea (sportive, comode, pratiche, a cipolla,
come avevo io stessa consigliato, cio a strati, dal pi
pesante al pi leggero, fino ad arrivare alla canottierina
estiva per la caldana del primo pomeriggio). La signorina
Margherita Rompi invece si  presentata che sembrava una
turista d'altri tempi. Pantaloni in tela celestini
cartadazucchero modello pinocchietto tutti decorati al lato da disegni
floreali glitterati, maglietta attillatissima con tettina preadolescenziale
in vista e pancetta scoperta, collana presumibilmente
di sua madre con pietre colorate di enormi dimensioni,
lunga fino all'ombelico. Ai piedi, orrende
ciabattacce birkenstock. Sul viso, una passata di due mani
di trucco. Ma Margherita, ti sei truccata?! ho esclamato
vedendola. S profe, lei ci aveva detto di venire in gita
igienicamente perfette ha risposto. Ma l'igiene non include
il trucco! ho ribattuto credendo di dire cosa buona e
giusta. Ma profe, anche lei si trucca sempre! ha ribattuto
quella grandissima sfacciata.
Mira o' mare quant' bello. Rivedere il mare dopo un'invernata
lunga e fredda  stata un'indicibile emozione. Ritoccare
con la scarpa da ginnastica il suolo della citt natale
di Colombo, dove ebbi modo di trascorrere momenti
bellissimi in passato, mi ha fatto molto bene al cuore. Ho
incontrato lo stesso cane randagio (un pointer fondo bianco
e toppe caffellatte) di cinque anni fa e ancora non mi
spiego come egli non abbia potuto riconoscermi.
L'acquario genovese ti incanta per natura. Recita cos lo slogan
pubblicitario, non lo scrivo io per pompare il racconto.
Anche perch io gli acquari non li sopporto: per catturare i
pesci tropicali viene gettata in mare una sostanza narcotizzante
che si deposita sui coralli e li uccide. Poveri pesciolini,
che tristezza che mi fanno ho seguitato a mugolare
attraversando i diecimila metri quadri di superficie in cui si
sviluppa l'edificio. Profe, vada accanto a Margherita Rompi
per favore mi ha detto a un certo punto Lucianino. Devo
ammettere tuttavia che quel socievole squalo, rimasto
col muso appiccicato al vetro a un palmo da tutti noi a mostrarci
una dentiera sorridente (o ghignante?) per tutto il
tempo in cui siamo rimasti l, incantava davvero. Profe,
sembra lei quando entra in classe e annuncia: Ovvia, oggi
si sente qualcuno! ha notato argutamente CiccioEdo.
Il polpo intelligente. Pare che il polpo sia un animale intelligentissimo.
Sulla motonave attrezzata che ci ha portato
in mare aperto a osservare i fondali, la guida ne trovava
due o tre ogni volta che si immergeva. Con uno ha stretto
pi amicizia che con gli altri. Questo bizzarro esemplare si
lasciava acciuffare, smanacciare e accarezzare sul testone
ovale per una decina buona di minuti e poi si ritirava nella
sua tana lasciando la guida, che s'immerge sempre senza
guanti perch ama il contatto con la natura, pieno di
succhiotti perfettamente circolari. Giubilo e tripudio tra i
ragazzi: Profe, che spetta!! (traduzione: "Professoressa,
 uno spettacolo molto bello").
Momento topico. Senza tema di suonare retorica, direi
che il momento topico della gita sia stato il seguente: tutti
seduti su un prato, vicini vicini senza distinzioni di et e
di ruoli, abbiamo sventrato diversi pacchetti di patatine
d'ogni razza, marca e sapore. Poi, le abbiamo mescolate
tutte insieme e abbiamo pescato a piacere commentando a
voce alta le emozioni papillari avvertite: ih, questa fa schifino,
bona questa, quella icch l'? l' una tortilla messicana,
questa pizzica appalla profe, questa  classica, non sa
di nulla, passami una prngols alla paprica, profe vuole
una sancarlo? Sono quelle cose che non dimenticheranno
mai. Io per esempio porto ancora nel cuore la gita in cui
Sergio Signorina si allontan dalla nostra classe e, senza
farsi vedere da nessuno, and da un fioraio nei pressi di
piazza Navona a comprare una rosa per ciascuna di noi.
Colonna sonora. Non ci credevo nemmeno io. A distanza
di un trentennio generoso, resiste nella hit Su di noi nemmeno
una nuvola di Enzino Ghinazzi, le cui canzoni i ragazzi
padroneggiano a memoria. Quando propongo Cantiamo
Siamo solo noi di Vasco Rossi? non mi mandano affanculo
solo perch sanno che, domani, mi ritroveranno nuovamente
seduta alla cattedra.
Nonostante. E quindi, nonostante la logorrea mattutina di
Margherita Rompi, nonostante la naturale tensione che ti
attanaglia quando porti in gita una classe di minorenni scatenati,
nonostante io la sera prima avessi fatto le ore dimolto
ma dimolto piccine con Fidanzato Belpelato e mi sentissi
un tantino rincoglionita, la gita  stata valida e notevole.
Ma ritengo una scelta diseducativa aver lasciato a casa
Leonardo Impavido. Questo incider non poco sul suo rapporto,
gi non molto sereno, con la scuola. Questo pensiero,
costante e martellante,  stato ci che mi ha impedito di gustarmi
a pieno un momento di cui, sono sicura, avrebbe dovuto
far parte anche lui.
Nonostante tutto.


Impavido e lapalissiano.

Appena rientrati dalla gita, troviamo in classe Leonardo
Impavido col braccio sinistro ingessato.
Cos'hai fatto?! gli chiedo andandogli incontro a passi
frettolosi. Vorrei abbracciarlo stretto e patisco, perch so di
non poterlo fare.
A calcio profe risponde lui uno mi  venuto addosso
di brutto per bloccarmi e mi ha buttato a terra, mi sono
rotto il polso, lo devo tenere cos per venti giorni, non 
niente. Ha lo sguardo solito. Lo sguardo impavido.
Ma come non  niente?! gli dico mi spiace, mi spiace
davvero, e dimmi: ti fa male?
Macch profe, le ho detto che non  niente, davvero
dice lui sorridendo ammusonito. L'ossimoro emotivo  la
sua specialit.
Dal nulla salta fuori Giulia Melatiro. Ha appena appoggiato
lo zaino sul banco quando esclama: Allora le professoresse
hanno fatto bene a non portarti in gita, tanto
non ci saresti potuto mica venire con codesto braccio murato.
E lui, freddo, acuto, cinico, finissimo: Come no, ci sarei
venuto eccome, e con questo ti avrei tirato ancora meglio.
Collega! mi sento chiamare poi in sala professori. Sono
le professoresse che hanno votato contro la partecipazione
di Leonardo Impavido alla gita.
In qualit di coordinatrice della classe, devi essere
informata sull'ultima uscita di Leonardo mi dicono con
la vocetta stizzita.
Ah. Cosa ha fatto?
Prima di tutto, il giorno in cui voi eravate in gita, lui
non  venuto a scuola. E poi, quando gli abbiamo chiesto
per quale motivo non si fosse presentato in classe, lo sai
cos'ha avuto la faccia di risponderci? "E che ci venivo a fare,
a perdere tempo?"
Non puoi rispondere in quel modo insolente alle colleghe
gli dico quando lo rivedo.
Infatti mi risponde lui sarei voluto restare a casa
un'altra settimana per far vedere che delle loro lezioni non
me ne frega nulla, ma la mamma mi sorveglia e mi impedisce
di far forca. Quando sar pi grande per, allora s
che far tutte le forche che mi pare.


Forcare, bigiare, marinare, insomma: come dite?

L'istinto di saltare arbitrariamente la scuola e organizzarsi
autonomamente una mattinata a zonzo per la citt, alla
facciaccia dei ligi e dei secchioni, nasce negli animi giovanili
a partire (minimo) dai quattordici anni.
Leonardo Impavido  precoce anche in questo: a dodici
anni, egli desidera gi fare forca a scuola e provare l'ebbrezza
del proibito e del punibile.
Personalmente trovo la pratica della forca altamente formativa.
Ovvio che non debba essere l'educatore a predicarne i
benefici. Deve essere lo studente a coglierne il valore in
piena autonomia. Bisogna che, ufficialmente, sia la famiglia
che l'istituzione scolastica si schierino senza mezzi
termini contro l'attivit del marinare. Ma  fondamentale
anche che, quando lo studente marina, scuola e famiglia
siano pronte a gestire la faccenda badando bene a non demonizzare
l'atto, ma riconoscendovi tacitamente un momento
di crescita personale irrinunciabile.
Lo dico pur non avendo una grandissima esperienza
nel settore.
Alle medie, l'idea non mi sfiorava neanche: temevo come
la morte le eventuali conseguenze di un'assenza non
giustificata.
Al liceo, entravo volentieri in classe e generalmente ero
in pari con lo studio, per cui il problema non si pose mai.
Almeno fino ai diciotto anni. L'ultimo anno: la terza liceo.
Fu a un passo dalla maturit che conobbi il piacere della
forca, ma fu quasi un caso e comunque ci avvenne troppo
tardi perch tale pratica richiede applicazione, costanza,
diligenza e un continuo affinamento della tecnica. Io invece
fui sempre troppo naif e rischiai di pagarne grosse conseguenze
non solo con la famiglia ma anche con le compagne.
Tipo quella volta.
Avevo a Matematica e Fisica quel bislacco professore famoso
in tutta la zona per la sua folgorante carriera universitaria,
per la sua radicale fede politica di sinistra estrema
e per la sua personalit assolutamente fuori dalla norma.
Augusto Fuoriditesta conosceva benissimo le materie
che insegnava, per non gli era congenita la capacit di
trasmetterle ai suoi alunni.
In poche parole, io delle sue mirabili lezioni non capivo
assolutamente nulla.
Insomma, Augusto Fuoriditesta era buffissimo ed era
anche dolce e gentile con quella classe di quasi-tutte-ragazze,
tanto da concedere loro di organizzarsi autonomamente
col metodo dei volontari.
Si sa tutti che, quando c' il volontario, il resto della classe
non studia.  un postulato che si d per buono all'inizio
di un ragionamento di questo tipo.
La prossima volta volontaria vado io annunciai con
l'aria della saputella.
Ci credettero tutte, quello fu l'errore.
La mattina dell'interrogazione, alla fermata dell'autobus
non c'ero. Invano le mie compagne sperarono di vedermi
salire a fermate e paesi successivi: io non comparvi mai.
Giunte davanti al liceo, esse fecero due conti e dissero:
Quella stronza non verr e, se entreremo, Augusto interrogher
noi, ci far un culo tanto, faremo una figura di
merda e beccheremo un voto del cazzo. Erano una schiera
di madonnine infilzate, ma quando si sentivano minacciate
diventavano avvoltoi linguacciuti.
In un batter di ciglia misero su una forca di massa che,
detta cos, uno potrebbe pensare: ecchssarmmi.
Vedo che non vi rendete conto: qui si parla di ragazze
che ignoravano del tutto la parola, il principio e l'atto della
forca. Potevano Grazia, Graziella e Grazialcazzo (dette
anche Pia, MariaPia e VattelaPinerculo, presenze ricorrenti
ed eterne in ogni classe che si rispetti) fare forca cos,
a cuor leggero?
Se la presero tutte a morte con me e mi tennero il muso
per diversi giorni.
All'epoca ci rimasi male, mi mortificai e mi dissi pentita,
ma oggi, a ripensarci meglio con la mente lucida e fredda,
io credo di aver fatto qualcosa di veramente grande,
costringendo le Tre Grazie all'unico gesto sovversivo e temerario
della loro grigissima vita scolastica.
Quando cominciai a insegnare, una delle mie fissazioni
pi evidenti divenne quella di smascherare le forche dei
miei studenti. Ho sempre odiato l'idea di passare da fessa
e nulla rende il professore pi fesso della forca di un suo
studente riuscita con successo.
"Ieri ho fatto forca ma la profe non se n' accorta" dice
uno.
"Be', ma quella  fessa" dice un altro.
Ecco, io i dialoghi post-forca me li sono sempre immaginati
cos e ci ho sempre visto rosso dalla rabbia.
Una mattina, quando insegnavo nel bergamasco, entrai
in classe e notai una sospettissima assenza di massa.
Dove sono tutti?! chiesi ai superstiti.
Pota, boh risposero loro.
Non bisognava essere un'aquila, per capire. Per il giorno
successivo avevo fissato una verifica difficile e quelli io
me li figuravo gi in qualche posticino losco a studiare
tutto quello che in un solo pomeriggio non avrebbero mai
potuto memorizzare. Poich tipi da barraccio non erano, li
andai a cercare alla biblioteca del paesello.
Erano tutti l, infatti: ma non nel salone da consultazione
e lettura: nascosti dietro, in giardino, con un freddo becco,
ma al sicuro da casuali e (diciamocelo) remote apparizioni
di qualche professore.
Quando mi videro comparire, diventarono bianchi come
una quindicina di lenzuoli stesi al sole.
Vi ho portato la colazione, imbecilli dissi.
Prima avevo fatto sosta al bar: non ci si presenta mai a
mani vuote quando si va a far visita a qualcuno che ci sta
particolarmente a cuore.


Iper-attivo.

All'ultimo ricevimento plenario si  presentata anche la
mamma di Leonardo Impavido. La signora Impavido 
una donna dolce, umile, discreta e viene considerata poco
dagli altri genitori che raramente la coinvolgono nelle loro
chiacchierate di corridoio.
E Leonardo dov'? le chiedo.
 rimasto a casa, sta studiando Geografia mi dice.
Poi mi dice mille altre cose.
Tipo che Leonardo in questo periodo ha iniziato a mangiare
moltissimo, ma a orari del tutto diversi rispetto al
passato. Fa colazione al mattino con pane e marmellata,
beve tanto latte e viene a scuola. AU'intervallo non mangia
pi le sue lasche di schiacciata unta e bisunta, ma arriva a
casa per il pranzo affamato come un maschio di pantera.
Divora quasi cinquecento grammi di pasta, spesso al pomodoro
piccante e poi inizia a studiare.
Ma lei lo dovrebbe vedere, il suo metodo di studio
mi racconta la signora una pagina letta, poi un palleggio
col pallone, due risposte fatte, poi una corsa insieme al
cane, un esercizio svolto, poi dieci minuti di musica d'autore.
Mi diverto a immaginare questo ragazzino alto e magro,
con uno sguardo che non ho rivisto pi in nessun altro, vivacissimo,
attivo e curioso del mondo e della vita.
Ultimamente per  molto preoccupato mi dice ancora
perch l'idea di doversi sottoporre ad analisi e visite
specialistiche da psicologi e psichiatri lo impressiona.
Mi si stringe il cuore a immaginarmelo cos, per la prima
volta impaurito da qualcosa, e prego sua madre di venirmi
a confidare la diagnosi dello specialista, prima di
prendere in considerazione la "cura" che questo medico
intender iniziare col ragazzo. Se lui  impressionato, io
sono terrorizzata da queste cose.
Spero che non vi lasciate convincere a sedarlo mi azzardo
a dirle. So di correre il rischio di sentirmi rispondere:
"Pensi per s, professoressa", ma so anche con chi sto
parlando e infatti questa risposta non mi arriva.
Me ne arriva un'altra, ben diversa, che m'illumina sul
vissuto di Leonardo.  sempre stato tra gli adulti: un folto
gruppo di amici di famiglia bizzarri, un po' musicisti, un
po' poeti, intellettuali in genere, sono stati i suoi compagni
d'infanzia. Lui  abituato a stare coi grandi, coi ragazzini
della sua et si sente scomodo, rischia di non essere capito
perch ha bisogno di parlare d'altro, i giochini non lo interessano,
lui vorrebbe discutere di tutto, s'intende di musica,
di ambiente. Rispetta gli animali e ha a cuore la salvaguardia
del patrimonio naturale, ha iniziato a masticare
nozioni basilari di politica e legge il giornale.  abituato a
dire la sua in svariate occasioni, ascolta, impara, memorizza
tutto, lo rielabora, ci rimugina.  inarrestabile.
Le sento raccontate a bassa voce, queste cose, e non c'
vanto, non c' l'orgoglio esagerato delle madri, solo la lucidit
di chi  in grado di dare un giudizio obiettivo lontano
dalla cieca esaltazione.
Quando dico alla signora che bisogna far di tutto per
farlo uscire nei tempi giusti dalle medie, in modo che non
venga marchiato a vita dalla scuola come elemento problematico,
ma anzi trovi la strada che lo faccia fiorire, lei
mi sorride triste e mi dice che non sono in molti a capire la
natura di suo figlio.
Amare, in effetti, aiuta a capire di pi.


Sensi di colpa.

L'Ufficio scolastico provinciale avrebbe dovuto rendere
noti i trasferimenti per il prossimo anno scolastico. Poi
per non ci sono stati dentro coi tempi e hanno rimandato
l'attesa comunicazione alla fine del mese.
Io aspetto questa notizia come un sogno paradisiaco e
contemporaneamente un incubo infernale.
La mia geniale manovra consisterebbe in questo: poich
nel primo anno di ruolo non possiamo chiedere il passaggio
dalle medie alle superiori, io attendo la destinazione a
questa o ad altra scuola media per poi compilare il modulo per l'assegnazione provvisoria alle superiori.
Uno potrebbe pensare: ma come, non ti rincresce lasciare
Lucianino, Danilo detto Bu!, Ivano Sottutto, Margherita
Rompi, Giulia Melatiro, Michela Mestruata, Valentina Ancorano
e comparii? Non ti uccide lasciare Leonardo Impavido?
Moltissimo.
Per mi rincrescerebbe anche essere vittima di un invecchiamento
precoce da stress.
Mentre presentavo i libri che assegner in lettura per
l'estate, Lucianino ha detto: Profe, ma lei ce lo giura su
dio che a settembre torna da noi, vero?.
M' toccato fare la sofista e dirgli che non posso giurare
perch in dio non ci credo.
La notizia del mio spregiudicato ateismo li destabilizza
sempre un po' e cos il discorso ha preso un'altra piega.
Ora per i sensi di colpa mi divorano.


This is th end, my only friends.

Nel giardino della scuola, do l'arrivederci amoroso ai miei
diciassette di I B.
Per l'ultima lezione di Italiano, gli ho fatto portare Io
non ho paura, cos gli diamo una scorsa prima della lettura
integrale, che avverr in solitaria nei prossimi tre mesi. Dicendo
loro che, be', insomma, in effetti, come dire,  un romanzo
un po' fortino per studenti di dodici anni, li ho
condotti tutti in libreria come se avessero le pile nella pancia
e io li potessi telecomandare restando a casa mia.
A grande sorpresa si materializza Collega Preferito con
una vassoiata di pizzette e succo d'arancia per tutti noi.
Un uomo, un mito, non c' nulla da dire: per in questo
modo compromette la nostra concentrazione.
Ma non puoi interrompere il mio progetto! lo rimprovero
allargando la bocca in un sorriso.
Non mi rompere i coglioni l'ultimo giorno mi risponde.
Ha detto coglioni! sussurra Danilo detto Bu!.
E allorha?! La scuola orhmai  finita: si pu dirhe gli
risussurra Errhemoscia.
Mangerete queste pizzette solo a un patto sentenzio.
Sarebbe?! dicono in coro.
Che a domanda della profe rispondiate correttamente.
Via profe, ma cos ce le manda tutte di traverso dice
Impavido.
Io ci sto, ho studiato tutto l'anno esclama Michela Mestruata.
Lo dice senza paura di passare da lecchina perch
ormai le pagelle sono scritte e i giochi sono fatti.
Se  per questo anch'io dice Timida Carlotta. Mica a
caso ho dato ottimo a tutteddue.
Il gioco ha inizio.
CiccioEdo freme e saliva, ma sbaglia la risposta di Storia
e salta un turno e una pizzetta. Danilo detto Bu! mangia
anche la sua parte, perch oltre alla data del Trattato di
Verdun, azzecca anche quella del Capitolare di Quierzy.
Aurora Bellicapelli, per aver ricordato la differenza tra be-
neficium e feudo, si guadagna un bicchiere di succo, le pizzette
non le vuole, stasera ha il saggio di danza e vuole
star leggera. Giulia Melatiro rompe la dieta grazie alle due
pizzette vinte per aver azzeccato la data della fondazione
dell'Universit di Napoli e almeno tre nomi di poeti della
Scuola Siciliana di Federico II. Valentina Ancorano ripete
mnemonicamente l'anafora dell'iscrizione sulla porta infernale
ricordandosi pure di dire etterno e non eterno, ma le
pizzette le passa all'impavido perch secondo me un po'
lo ama anche lei.
Poi partono i soliti verbi. Danilo detto Bu! sbaglia il
participio passato di "ingozzare" e quindi non s'ingozza,
Carlo Assenteista coniuga "stramangiare" ai quattro tempi
del congiuntivo: gli viene concesso di stramangiare,
Irene Perbene timidamente ripete il futuro anteriore di
"vergognarsi". Elia Tantobravino azzecca tutti i trapassati
remoti che gli propongo. All'Impavido ordino: Fammi il
passato prossimo in forma passiva di "passare"! e quando
lui parte con "io sono stato passato, tu sei stato passato,
egli  stato passato" la classe dice: Ma allora  stato
passato! E parte l'applauso. Io rimango pi seria della
Sfinge.
Dal cerchio iniziale in cui li avevo disposti, mettendo
accanto quelli che si stanno antipatici perch finch non li
faccio andare tutti d'accordo non ho pace, me li ritrovo
tutti addosso, dietro, davanti, attaccati al collo, coi boccoli
in mano, a slacciarmi le scarpe da ginnastica, a sfottermi i
calzini della Pantera Rosa. Lucianino  un continuo: Profe,
me lo d un bacino?. No, non te lo do.
Profe, ma possiamo mangiare anche la nostra colazione?
chiede CiccioEdo che mangerebbe anche sott'acqua.
Certo rispondo io. Ma poi me ne pento subito, perch
temo lo scherzo dell'incidente in galleria. Profe, l'ha mai
visto un incidente in galleria? chiede qualcuno. No risponde
la profe. E una bocca strapiena di cibo sbriciolato,
sbiascicato e impiastricciato di saliva si spalanca come un
passo di montagna.
Quando la campanella suona, io capisco che sono libera,
e mi sembra un sogno.
Ma ecco che prontamente Margherita Rompi mi si fa
incontro col plastico cartonato di un accampamento romano.
Profe mi dice visto che lei ce lo ha fatto anche
disegnare e ci ha tenuto un'ora a studiare la struttura del
castrum degli antichi romani, ho pensato di farne uno tutto
per lei da tenere sul comodino. Sotto ogni torre d'avvistamento
c' un biglietto con un messaggio da parte
mia.
Sei una lecchina le sibila dietro Giulia Melatiro.
Io, intanto, il comodino non ce l'ho.

 Dodicenne per una sera.

Alla festa della I B mancano solo Timida Carlotta e Carlo
Assenteista.
Per il resto: cacira e tanta allegria.
Arrivo in ritardo e odorosa di dolce alle mele appena
sfornato. Non appena l'auto inizia a costeggiare la rete del
campo sportivo, i ragazzi mi avvistano e urlanti mi vengono
incontro.
Pi che incontro, addosso.
La portiera di destra si spalanca e mi ritrovo in collo
CiccioEdo, Ivano Sottutto, Elia Tantobravino, Rhoberhto
Errhemoscia e Danilo detto Bu!. Fuori, intravedo Leonardo
Impavido che occhieggia distante e si fa rimbalzare un
pallone sul collo del piede.
I genitori sono tutti nel salone centrale, alle prese con un
bendiddo di cena di cui non assaggio alcunch perch
quei mocciconi non mi si schiodano di dosso per un attimo.
I babbi vestiti a festa e ripuliti, le mamme belline rileccate
con magliette generose sul davanti e un po' di belle
poppe allo scoperto.
Profe, vuole? Mi giro e c' l'impavido con una Becks
in mano, ma per celia.
Profe, questi sono per lei. Mi rigiro e sbatto contro un
mazzo di fiorelloni, dietro cui si nascondono Giulia Melatiro
e Irene Perbene.
Grazie! urlo, ma tra gli altri, cala il silenzio. Quindi
parla a nome di tutti la mamma di Margherita Rompi:
Non si fa cos, le cose si fanno tutti insieme!. Intorno, il
gelo.
Per fortuna ci pensa Michela Mestruata a smorzare la
tensione, presentandosi con un mazzo floreale tre volte
quello della coppia Melatiro-Perbene. Leggo i biglietti.
Quello della classe dice: "LVUKDB, resti con noi per favore
non ci lasci". Quello del duetto secessionista spiega: "Un
regalo tutto nostro solo per dirle che LVTTTB".
Ringrazio di cuore e annuncio: "Mettetevi in fila che vi
bacio tutti quanti siete".
Lucianino ne prende quindici pi dei compagni/  sempre
l con quella gotina liscia e morbida e il ditino che ci
batte sopra come dire: dammene un altro. Danilo detto Bu!
e Ivano Sottutto si vergognano come ladri a baciare la profe,
li becco che si dicono: Ma te lo sai come fare?. Al che
spiego: Voi non dovete fare nulla, parate la guancia e il
bacio ve lo do io.
Allora a me non m'interessa dice Impavido, che a ormoni
e istinto sessuale  un biennio avanti, come posso
personalmente constatare dalla strizzata di fianco che mi
affibbia.
Ora per fatemi mangiare esclamo.
Ma non c' verso: mi devono parlare, parlare e parlare.
Del vestito un po' troppo scollato eh profe, degli anfibi
nuovi uh carini profe, degli scrutini ma non ci pu anticipare
proprio nulla profe, della lista dei libri dell'anno prossimo
ma quello di Geografia lo cambiamo eh profe, del
profumo profe com' buono, dei capelli appuntati profe a
me mi piace di pi quando ce li ha sciolti, della borsa della
Pucca profe bellina, delle tartine profe buone, del dolce che
ho portato profe ma  ancora caldo, dell'assenza delle colleghe
uffa per.
In sottofondo, Madonna e il suo ultimo CD.
Dopo cena, la folla minorenne sparisce e vengo circondata
dal parentado. Con le mamme, si sconfina presto su
mestruazioni e problematiche adolescenziali, programmi
per l'anno scolastico futuro e libri da leggere, soddisfazione
e gratificazione per quanto fatto finora.
Ma io voglio andare fuori a giocare a pallone coi figlioli.
Odo il lieto romore di cui parla il poeta, sento un passa! e
un quaggi! Sento un tira! e un vaffanculo! e penso: "Il
mio posto  l, mica qua".
Chiedo scusa alle genitrici e zoccoletto di sotto. Ragazzi
c' la profe! urlo annunciando me stessa. Mi sfilo il
giacchettino nero, lancio una rapida occhiata intorno, non
colgo l'ordine delle squadre e alla fine scopro che un ordine
non c': stanno combattendo in un selvaggio gli-uni-
contro-gli-altri. Ma siete peggio dei barbari constato e
poi guardo quel piccolo-grande uomo e bercio: "La profe e
l'impavido contro tutti!".
L'Impavido  un solitario individualista e mi tocca tartassarlo
per farmi passare la palla: Passa ti dico: sei troppo
solipsista a livello calcistico!.
Lui sorride sotto il cappellino e mi fa: Profe la smetta
di vomitare sentenze e prenda questa.
Da quando a scuola mi ha sentita dire vomitare-le-sentenze
non c' modo di fargli rinunciare a quell'espressione,
ma almeno la palla alla fine me la passa.
Ex abrupto annuncio urlando come una pazza: Melatiro
e Rompi da questo preciso momento siete con noi, forza!.
Nel mio disegno, certamente utopistico, medito di far
diventare i tre nemici giurati tre soci calciatori. Non ci riesco:
Profe allontani immediatamente quelle due sciantose
dalla nostra squadra! mi ordina Impavido, ma gli passo
la palla in contropiede, lui si distrae e segna.
Il vantaggio lo esalta, non nota pi la Rompi e la Melatiro,
che fanno gruppo compatto con me e mi ruzzolano
dietro con quelle scarpine da festa che si sono messe ai
piedi.
Profe fa a un certo punto CiccioEdo ma lei come fa a
correre coi tacchi?! Perch non si sfila gli stivali e si fa prestare
le nike da Aurora Bellicapelli?
Gli spiego che vorrei ma non posso: ho i calzini di Garfield
sotto e non sopravviverei alla vergogna.
Profe giochi e stia un po' zitta che poi perde il fiato e
mi collassa! mi sfotte Danilo detto Bu!.
Finisce cinque a tre, ma per gli altri.
Torniamo tutti nel salone e partono le danze.

 Valore ai valori.

Con lo stesso nostalgico tono di quando esclamano sospirando:
"Si stava meglio quando si stava peggio", gli anziani
e gli adulti in genere oggi sputano sulle nuove generazioni,
del tutto prive (a parer loro) dei valori di una volta.
Quest'usanza di buttare molto fango (e anche un po' di
merda) sui giovani mi d un fastidio, ma un fastidio.
Le teorie pi retoriche e diffuse sostengono i concetti
che vado a elencare: i giovani non credono pi in nulla,
non hanno punti fermi, fedi religiose, ideali politici, danno
credito solo alla bellezza esteriore, all'apparenza, ai
soldi, al potere, al successo facile. I loro di sono la moda,
i motori, la notoriet a tutti i costi, lo scandalo, il far mostra
di s. Se ne parli bene o male, basta che se ne parli.
I ragazzi non concepiscono il sacrificio, lo studio, l'impegno,
il sudore della fronte, la concentrazione della mente.
Vogliono tutto e lo voglio subito, pretendono, sono arroganti,
non sanno guadagnarsi i traguardi, sono ingrati,
superficiali, pressapochisti, approssimativi. I maschi vogliono
solo diventare calciatori, le femmine vogliono solo
fare le veline e spupazzarsi un giocatore.
Entrambi non sanno pi cosa siano la cultura, la ricerca,
l'approfondimento. Il gusto di arrivare personalmente alla
conoscenza di qualcosa  a loro estraneo. Raggiungere
una meta dopo giorni, settimane, mesi di lavoro duro non
rientra nei loro piani. A scuola ci vanno per rendersi protagonisti
di atti di vandalismo e di bullismo: allagano bagni
e corridoi, smontano rubinetterie, rubano e nascondono
chiavi, spaccano vetri e porte.
Quando li incontri fuori, i ragazzi sono maleducati, non
hanno il senso della disponibilit, dell'altruismo, della
gentilezza. Invece sono aggressivi, volgari, violenti. Non
si alzano per lasciare il posto a qualcun altro, non danno la
precedenza per le strade, non si fermano alle strisce.
Rispondono a verit, queste teorie? Lasciare ai posteri le
ardue sentenze  una pratica che condivido in pieno, in
certi casi. Piuttosto mi porrei in altri termini la domanda.
Di chi  la colpa, se i nostri ragazzi manifestano allarmanti
somiglianze con questo orribile ritratto?
Possibile che la risposta sembri cos palesemente spiattellata
sotto il muso solo a me? Possibile che solo a me
venga spontaneo dire: "Nostra!"? Possibile che anche tanti
grandi e specializzati cervelloni preferiscano perdere
tempo nell'attribuzione di responsabilit che sono prima
di tutto loro?
Oggi, quando un bambino viene al mondo, coloro che
ce l'hanno messo combattono gi con personali sensi di
colpa perch sanno bene che tutto il tempo che fu dedicato
a loro nell'infanzia non sar affatto uguale a quello che essi
dedicheranno al nuovo arrivato: bisogna infatti andare
tutti a lavorare, perch una famiglia dove lavora solo il
babbo  una famiglia destinata a fare vita grama. Le spese
che un nucleo familiare deve sostenere nel 2007 sono molte
e sono pesanti. Affitti lievitati, mutui oltraggiosi, tasse offensive,
carocibo, carolibri, carotutto.
Poi per ci sono le spese che una famiglia vuole sostenere:
vestitini griffati per mocciosetti di tre anni, giocattoli
costosi e accantonati dopo mezza giornata di utilizzo, zaini
scolastici alla moda, poi quando lo zaino moda non la
fa pi, largo al trolley. Oggetti, oggettini, gadget, tutto
marcato, tutto costoso. E poi il cellulare. Vogliamo parlare
del cellulare dato in mano a bambini delle elementari? Vogliamo
dire che alle medie il cellulare dello studente pi
morto di fame  comunque pi moderno di quello di qualsiasi
insegnante? Vogliamo sottolineare che il cellulare dei
ragazzi delle superiori  pi che altro un piccolo portatile
con cui essi scaricano tutto lo scaricabile grazie a una memoria
da elefante elettronico?
Quando (durante i compiti in classe) io mi annoio, mi dedico
a un giochino: faccio il conto addosso ai ragazzi che ho
davanti. Quantizzo cio il capitale che questi incoscienti
portano in giro per le strade e stropicciano sui banchi, spesso
senza cura. E vedo jeans da trecento euro, sneackers da
duecento, magliette di un comune cotonaccio pagate uno
stonfo per colpa di un paio di iniziali stampate sulla manica.
Pigio il tasto del totale e mi saltano fuori cifre che mi
fanno girare capo e palle.
Perch dietro tutto questo, ci siamo noi. Gli adulti.
Noi abbiamo implicitamente detto ai nostri figli che contano
i jeans, le scarpe e le magliette. Noi abbiamo re-inventato
l'aggettivo giusto, applicandolo a scelte stilistiche senza le
quali pareva che la nostra identit umana venisse meno. Noi
abbiamo curato con esasperazione l'aspetto fisico nostro e
dei nostri bambini, invitandoli a coltivarsi un guardarobino
personale e consapevole fin dall'et pi tenera e ripetendo
loro quanto fossero belli conciati in quel modo.
Il bello  diventato una religione grazie a noi.
Se li circondassimo di libri, i giovani di oggi leggerebbero,
perch ai giovani - se gliela fai scoprire e assaporare -
la lettura piace tanto.
Invece li circondiamo di televisioni e di pubblicit e dopo
li schifiamo per come crescono male, moralmente esili e anche
un po' imbecilli. Quando accendo la televisione, vedo
molta esilit morale e, in alternativa, parecchia imbecillit.
Nelle ore in cui i ragazzi vi si piazzano davanti, non c'
un programma senza culi o senza tette. Si passa l'ora di cena
a buttare gi bocconi mentre due tipe seminude depilate
fino all'anima ci simulano davanti strusciamenti espliciti.
Sono le stesse a cui poi riserviamo copertine e giornalini,
spacciando il lavoro che fanno per occupazione astuta (poca
fatica, molto guadagno) e il compagno occasionale che
si scelgono per principe azzurro ideale (viva i calciatori).
Lo psicologo, un bel giorno, fa un'inchiestina delle sue in
qualche scuola media, raccoglie qualche dato e grida allo
scandalo perch ha scoperto con orrore che le ragazze vogliono
essere veline e i ragazzi sognano un pallone gonfiato
da tenere tra i piedi e due poppe rifatte da tenere tra le mani.
La psicologa viene a coordinare una serie di incontri per
l'Educazione all'Affettivit e nota con sgomento che le
ragazzine girano per i corridoi col pancino all'aria, le
poppette al vento in un vedo-non-vedo da lolite e lo spacco
del culetto a bella vista. Prima di demonizzare loro, perch
non vanno alla ricerca delle loro mamme che la mattina
le aiutano a vestirsi? E prima di dire che nell'approccio
sessuale la femmina  aggressiva e il maschio impaurito,
perch non danno un'occhiata alle gigantografie appiccicate
ai muri, dove anche per vendere un etto e mezzo di
mortadella bisogna mostrare quello che si ha?
Man mano che i ragazzi crescono, le nostre critiche si
fanno pi pesanti. Per esempio, non riusciamo a digerire
quel loro inspiegabile disinteresse per la politica e il sociale.
Ma niente, sinceramente, mi appare pi spiegabile della
loro estraneit alla res publica, se quelli che vediamo agitarsi
maldestramente in televisione o leggiamo sproloquiare
sui giornali sono gli esponenti dello Stato, l'esempio da cui
essi (poveretti) dovrebbero prendere spunto per sensibilizzarsi
contro la guerra, la negazione dei diritti umani e la
distruzione del pianeta.
Ovunque  invece un invito a consumare spasmodicamente
quello che ci capita a tiro: acqua, cibo, organi genitali,
calore, lavoro minorile, energia, princpi.
I giovani di oggi sarebbero pi profondi, interiormente
pi ricchi e culturalmente pi impegnati se intorno avessero
degli adulti differenti. Non ci credete?
Basta provare.


Quattro salti in pagella.

Alla consegna delle pagelle finali vengono tutti i genitori.
Ma la cosa strabella  che vengono anche parecchi ragazzi.
Uno a caso, Leonardo Impavido.
Costui si presenta nell'aula, dove la coordinatrice
distribuisce personalmente il risultato di nove mesi di scuola,
accompagnato dalla mamma e nascosto da un cappellino.
Lvati il cappello e fatti guardare bene gli ordino. Lui
sorride, bellissimo e sornione.
Non credi di aver niente da dire alla tua professoressa
di Italiano? gli domando adottando l'espressione burbera
e imbronciata.
Non saprei, secondo lei? chiede sfacciato.
Secondo me dovresti dirmi grazie per la fatica che ho
durato a portarti in seconda e per la guerra che m'hai fatto
combattere coi colleghi e le colleghe rispondo.
Lui mi guarda dritta negli occhi. Ha un'intensit nello
sguardo che mi butta fuori di cervello. Poi sorride e chiede:
Perch non mi racconta tutto nel dettaglio?.
Perch non posso: non  corretto e non si fa. Per ti
posso dire che  stata una delle giornate pi dure, antipatiche
e faticose della mia vita.
Me l'immagino dice lui col sorriso.
C'hai poco da sorridere dice la sua mamma.
Non dice molto altro, perch quella di Leonardo  una
delle poche madri che ha la sensibilit per capire quando 
il momento di tacere. E oggi era uno di quei momenti. Oggi,
dovevamo parlare io e Leonardo.
Gli dico tutto. Tutto quello che penso di lui, delle marce
in pi che gli vedo addosso, delle doti eccezionali che gli
leggo nello sguardo, della fiducia che ho nella sua grandezza,
della speranza che nutro nel suo successo. Gli dico
quello che ho provato quando le colleghe delle altre sezioni
mi dicevano "uh, poverina" perch ero l'insegnante
dell'impavido, gli parlo della fortuna che ho sempre pensato
di avere, avendo in classe lui.
Gli dico anche che deve togliersi di dosso quei ruoli che
tutti si aspettano da lui e che rischiano di imprigionarlo in
una maschera stretta impedendogli di fiorire.
Gli dico che a settembre io sar in classe ad aspettarlo e
che conto di combattere accanto a lui per la sua vittoria
scolastica a trecentosessanta gradi, ma che lui dovr fare il
grosso del lavoro, dovr dimostrare quanta bella roba ha
nella testa e dentro al cuore.
Poi alla fine gli dico che ha fatto benissimo a venire, oggi.
Che avevo voglia di dirgli tutte queste cose.
Lui rimane in silenzio a guardarmi fisso e quando sua
mamma dichiara: "Ha insistito lui per venire a tutti i costi",
diventa rosso e abbassa la testa.
Anche se Leonardo non ha parlato molto,  stato un bellissimo
colloquio d'amore.


Come una gravidanza.

L'anno scolastico, se ci si pensa bene,  come una gravidanza.
Prima che la scuola cominci  ancora estate piena, tu hai
le mestruazioni regolari e sei tranquilla.
A settembre si avvicina la data dell'inizio delle lezioni e
tu cominci ad agitarti: ti senti strana, tesa. Per non sei
troppo nervosa, nella tipica manifestazione della sindrome
premestruale, e questo un po' t'insospettisce.
Il primo giorno di scuola ti succede come quando una
scopre di essere incinta. Specialmente se sei ancora precaria
e non sei mai andata oltre l'incarico annuale, senti che
stai per fare un salto nel buio perch non conosci i colleghi
e nemmeno le classi che ti verranno assegnate. Sei preoccupata
e quello che sta per succederti ti sembra una cosa
troppo grossa e troppo piena di responsabilit.
Per poi entri in classe e, appena li vedi, ti senti un
rigiro dentro, una sommossa interna che non  il torcibudella
pre-diarrea dato dalla semplice preoccupazione:  qualcos'altro.
 tipo l'emozione della prima ecografia.
Loro ti tengono gli occhi addosso e ti scrutano. Sarai un
personaggio di rilievo nella loro vita, si ricorderanno di te
per sempre. Lo sanno loro e lo sai tu. Cerchi di carpirne
qualche caratteristica in pi, di fotografarti in testa i loro
volti, ti sembra di perdere qualcosa quando la campanella
suona e tu non hai fatto in tempo a memorizzare i loro nomi,
ma tanto c' domani e tanti domani ancora, dopo.
Domani li rivedi e li senti gi un po' pi tuoi, ti senti
quasi un po' pi loro, e inizi subito a riempire quelle teste
come fai a casa con gli involtini di carpaccio o con la torta
di mele. Metti dentro nozioni, raccomandazioni, consigli,
trucchi e segreti. Insegni loro come si fa a studiare, riveli
loro che dopo la lettura del libro e la rilettura degli appunti,
dovranno schematizzare raccogliendo tutto il materiale
e comprimendolo in un'unica pagina di quadernone che
possa poi essere facilmente fotografata dalla mente e mai
pi dimenticata. E poi devono ripetere, ripetere, ripetere a
voce alta, perch  illusorio credere di sapere ridire qualche
cosa, se non la si  ridetta mai.
Ci sono tanti domani, dopo quel primo, e il percorso che
fai con loro, pur difficile e tortuoso, ti appassiona, ti innamora.
Li leggi, li ascolti, li incoraggi, li metti in crisi, li fai
piangere, li consoli.
Per nove mesi  cos.
A volte ti danno la nausea, a volte ti pesano, non ne puoi
pi, ti duole la schiena e non ti reggono le gambe. Sei stanca
e li vorresti appoggiare da qualche parte per un po', fare
una pausa in santa pace, prenderti del tempo. Ma scaricarli
mai, liberartene mai. Hanno bisogno di te e tu lo sai.
Loro ti si attaccano emotivamente e non si fanno alcun
problema a dirtelo: te lo dicono e te lo scrivono, profe
LVMRB, e tu conservi ogni brandello di foglio strappato che
ti mettono tra le mani o ti nascondono nell'astuccio.
Quando giugno arriva, sei distrutta, sfiancata, esausta.
L'ultima campanella  quella che ti conduce in sala parto.
La scuola  finita. Li lasci andare. Li lasci vivere. E come
eri entrata nella loro vita, in punta di piedi, senza fare tanto
chiasso, cos te ne vai.
Non c' rimpianto in tutto questo, non c' rammarico e
non c' tristezza. Un filo di malinconia, forse, ma sei contenta
uguale, perch li sai in giro per il mondo mentre portano
nella zucca quelle tre cose che (anche) tu hai insegnato
loro e riflettono, nella propria, anche un po' della tua luce.


Salto nel buio.

Ricordo bene questa sensazione, che  la stessa provata in
tanti anni di precariato, quando ogni fine agosto dovevo
recarmi nella capiente aula magna di un istituto decretato
e l sottopormi all'iter umiliante per il conferimento di una
supplenza a tempo determinato.
C'era tutti gli anni la solita folla di gente laureata, sfigata
e frustrata. Gente abbrutita dal bruciarsi delle speranze
e dal vanificarsi degli sforzi universitari. Persone che ci
avevano voluto credere anche quando tutto intorno a loro
li esortava a non farlo.
Mi sconcertava e mi offendeva ogni anno, come se fosse
stata la prima volta, la procedura da seguire. Prima di tutto
la completa mancanza di privacy e di tempo: i precari
scelgono il loro destino annuale davanti a mille altri colleghi
astiosi e invidiosi che augurano loro tutto il peggio in
campo professionale, lo devono fare in pochi minuti, non
possono assolutamente tergiversare, titubare n avere ripensamenti.
Davanti a loro si schiera una fila di addetti ai
lavori incupiti, stanchi, accaldati e fondamentalmente sfavati
per l'incarico affibbiato dal Provveditore, che li costringe
a interagire per una giornata intera (a volte due,
tre, quattro) con gente inviperita che a chiamare i carabinieri
ci mette quanto a sputare per terra.
Ubicazione e postura legati all'infelice momento meritano
una menzione: c' sempre un tavolone di improponibilidimensioni al quale bisogna presentarsi e poi, indicando
sulla lista delle scuole disponibili quella che (forse, ma
forse no) fa al caso nostro, si dichiara di voler andare a insegnare
proprio l per quell'anno.
Al microfono, un addetto sputtana ai quattro venti la
nostra scelta. Dalla platea, si erge un sussulto corale: "Cos'ha
scelto? Cos'ha scelto?", perch tutti si appuntano sul
quadernino la tua mossa, indi seguono benedizioni augurali
se la scuola che si  scelto non interessava o maledizioni
mortali se il boccone era appetibile.
E siamo al momento pi bello: la firma del contratto.
Il contratto viene firmato mettendosi in una inelegante
posizione che con toscanismo arcaico dcesi "a buco pillonzi"
(altrimenti lggasi ",a pecora'') davanti al pubblico docente
ivi convenuto. Novanta gradi di vergogna per dire "s, lo
prendo, lo voglio,  mio!'' a un posto di lavoro che sar nostro
ma, ad andar bene, solo per nove mesi.
 vero, non sono pi precaria, ora: da un anno sono di
ruolo, ho il posto fisso, a tempo indeterminato, come si dice.
Eppure ancora questa sgradevole sensazione di dover
spiccare il salto nel buio non mi passa.
Ho fatto la mia scelta, ho pronunciato il nome della scuola
dove vorr restare per tanto (ma non troppo) tempo ancora.
Ma non so se ho fatto bene.
Penso all'Angelo delle fotocopie, a quanto i suoi consigli
siano stati per me sempre giusti e intelligenti, scaltri e
sgombri dalla nebbia della paura e del ripensamento e decido:
faccio un salto a scuola e ne parlo con lui.


Salto nel vuoto.

Era da qualche mese che l'Angelo delle fotocopie dedicava
tutto il suo tempo libero alla ristrutturazione di una
casa colonica che aveva comprato per suo figlio, prossimo
alle nozze. Pomeriggi, sabati e domeniche consacrati
alla fatica della manovalanza per curare (o almeno dimenticare
per un giorno) quel male di vivere che lo accompagna
con la fedelt di un cane strappato alle gabbie
di un canile.
"Deh, quando m'arrampico lass e lavoro di cazzuola
per il mi' bimbo che sta per sposarsi almeno non penso ai
miei giramenti di coglioni" mi ha detto tante volte in corridoio
guardandomi con la faccia triste di chi non sa nemmeno
perch sta cos gi.
"Ma perch stai cos gi?" gli ho chiesto tante volte.
"So 'na sega io, biondina"  stata sempre la risposta.
In effetti chi  depresso non sa mai perch lo . Una condizione
semi-mortale che annichilisce anche chi se la vive
da vicino, visto che non ci sono medicine, non esistono cure,
non servono parole e guai a dirne qualcuna in particolare,
tipo: "Di, fatti coraggio", oppure: "Via, fatti forza".
Forza e coraggio sono lemmi ignoti a chi soffre il male
oscuro.
Eppure io credo che un po' di forza e tanto coraggio siano
stati necessari all'Angelo delle fotocopie, per buttarsi nel
vuoto, volare gi da quelle impalcature, scappare via dal
suo mondo fatto di scuola, carte, inchiostro, professori e
familiari, e fare il suo ultimo, sfacciato e linguacciuto salto
che ha scritto la parola fine a tutto l'indicibile dolore di
uomo pieno di quell'impotente sensibilit che lo rendeva
cos speciale e insostituibile.

 Epilogo.
Corsi e ricorsi.

Nella nuova I B ci sono tanti studenti con nomi uguali: sar
un dramma distinguere le tre Sare, i due Niccol, le tre
Martine e i quattro Mattei, che confonder coi due Mattia.
Poi ci sono tre peruviani dalla pelle scura bellissima. In prima
fila siedono due gemelline zairesi adottate appena nate
da una coppia di fiorentini. Quattro maschi sono biondi
naturali: uno di loro sembra Francesco Nuti da piccino.
Ma siete naturali o tinti? chiedo loro tanto per far capire che con me non si bluffa.
Mi guardano serissimi: No no, siamo naturali. Ok,
sense of humor per ora meno venti.
Per muovere un po' il clima dico, dopo aver fatto l'appello:
Non penserete che impari tutti questi nomi alla
prima. Anzi, per velocizzare il mio processo d'apprendimento,
intendo ricorrere a un metodo avanguardistico.
Su "avanguardistico" manifestano delle perplessit che
fingo di non notare.
Siccome siamo nell'era di Internet, la comunicazione 
globale e l'ignoranza elettronica non  perdonata a nessuno,
useremo uno stratagemma moderno per memorizzare
i nostri nomi e mostro loro come creare un cartoncino
piegato a "v" con nome e cognome, in stile Striscia la
notizia.  un metodo che adotto ogni anno e funziona immediatamente.
Quest'anno mi sono fatta molto furba: dico subito che
mi devono chiamare professoressa e che quando entro si devono
alzare in piedi, ma senza strascicare la sedia per terra.
Senn si fa la fine dell'anno scorso, quando a Natale mi
chiamavano sempre maestra (a volte mamma), mi davano
del tu e mi dicevano "Oh, ciao!" quando entravo. Un po'
di rispetto, via.
Indi apro la borsa per estrarre la mia strumentazione.
Quando lo fanno anche le gemelline zairesi, mi accorgo che
in tre potremmo aprire una filiale del Pucca Club e mettere
in vendita i nostri gadget.
Illustro i libri di testo e spiego che per la prossima lezione
dovranno procurarsi un quadernone ad anelli grossi con
scomparti cartonati e policromatici, quando bussano alla
porta.
Devi assolutamente fare una capatina velocissima in II
B mi dice Inglish Tcciar. I diciassette assassini in erba
non intendono far lezione prima di avermi salutata.
Avvicinandomi alla porta a vetri, li vedo in trasparenza.
In pol posscion campeggia lui: Lucianino, col suo ditino
sulla guancia a dire: "Dammi subito un bacino". L'unico
che in tutta l'estate non ha fatto nemmeno un centimetro.
Gli altri, trasformati, sbocciati, fioriti. Guardandoli, mi  chiarissimo che restare in questa scuola  stata la scelta pi azzeccata.
Aurora Bellicapelli ha tagliato la chioma e ora porta a
spasso uno spettinato caschetto rosso che comporter un
risveglio d'ormoni maschili generale. Giulia Melatiro ha
ondulato i suoi lunghi capelli biondi. Michela Mestruata
ha perso i brufoli ed  diventata bella come il sole. Valentina Ancorano, gi detta dal maggio scorso Ormaicisiamo, a occhio e croce pu essere chiamata Pureli. Margherita Rompi avr perso dieci chili e ha il sorriso di chi ha visto la madonna. Irene Perbene non si alza dalla sedia e mi tocca tirarla per le braccia. Umida Carlotta  al gabinetto in quel momento.
CiccioEdo dalla testa anguicrinita mi si butta al collo,
Carlo Assenteista c', Rhoberhto Errhemoscia urla: Prhofe!,
Danilo detto Bu! e Ivano Sottutto, dopo tre mesi che
non mi vedono, si vergognano a venirmi incontro. Voi
due: domattina vi interrogo dico. Si alzano di scatto e mi
coprono di bacini obbligatori. Cecino mi abbraccia e all'orecchio mi dice: Viola non mi piace pi.
In tutto questo mercato, sento due occhi che mi guardano
da destra. C' questa presenza silenziosa, che aspetta il
suo momento.
Salutati tutti, mi volto.
Lui  l e mi guarda, con quello sguardo che non ha altro che lui.
...
.
...
FINE.
...
.
...
Ringraziamenti.
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Io ho un blog.
Un giorno questo blog fu scovato e letto da un giornalista (Flavio Suardi, che non conosco), che rise tanto e lo raccont a un suo amico, giornalista come lui. L'amico giornalista (che, come il primo, non conosco), a sua volta segnal il sito a un editor della Mondadori, Alberto Gelsumini (che non conoscevo). L'editor mi contatt e mi propose di scrivere un libro. Io buttai gi le prime trenta pagine e le inviai, per avere un parere sincero e oggettivo, a Federico Centofanti (che non so che faccia abbia, perch non l'ho mai visto): egli lesse le pagine e mi rispose con una deliziosa stroncatura che m'illumin la strada e mi fece pi piacere e comodo di dieci sviolinate.
.
Ecco, tanto per cominciare ringrazierei tutta questa gente, mai incontrata in vita mia, ma cos importante in quest'incredibile giro-psca.
E poi ringrazio Cristiano Bendinelli, che in una notte di amicizia e di parole partor con me un sogno poi rimasto tale, ma non per questo meno bello.
...
.
...
FINE.